Wittgenstein e la bontà della filosofia

 

Un paio di mesi fa è stato riedito l'insieme di appunti di carattere personale di Wittgenstein, risalenti agli anni 1930-32 e 1936-37 e pubblicati per la prima volta nel 1996 con il titolo Movimenti del pensiero.

 

 

La lettura di questi appunti, scritti per metà a Cambridge e metà a Skjolden, in Norvegia, permette, insieme agli altri appunti personali (i Tagebücher del 1914-1916, che hanno accompagnato lo sviluppo concettuale del Tractatus logico-philosophicus, e i Diari segreti, scritti in un linguaggio codificato negli stessi anni), di comprendere la vera portata del pensiero del filosofo austriaco.

Al di là delle varie – e spesso completamente fraintese (si veda la catalogazione comune di Wittgenstein come un neopositivista logico) – teorie espresse dal pensatore, ciò che colpisce è il modo di fare filosofia che emerge dalla sua vita, dai suoi scritti più intimi.

 

In inglese c'è il termine struggle, che potremmo approssimativamente tradurre con lotta, sforzo logorante. Per Wittgenstein la filosofia è il tentativo di essere "decenti" (questo era il termine da lui usato) e questa decenza non può che avere a che fare con l'eticità della nostra vita quotidiana. Un'idea filosofica ritenuta vera non può non avere ripercussioni sul nostro modo di vivere e di relazionarci, sulle nostre scelte.

 

« Nessuno può dire di se stesso in modo veritiero di essere una merda. Perché, se io lo dicessi, potrebbe anche essere vero in un certo senso, ma io non potrei essere intriso di questa verità: poiché in tal caso dovrei impazzire, oppure cambiare me stesso. » (Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi)

 

"Wittgenstein Haus"
"Wittgenstein Haus"

Questo tarlo etico ha portato più volte Wittgenstein a gesti estremi: ad esempio a riunire tutti i suoi amici più cari per confessare tutti i suoi peccati, davanti alle loro facce sbalordite. Ed è probabilmente questo uno dei motivi del profondo disgusto wittgensteiniano nei confronti dell'ambiente accademico, dove il pensiero è ridotto a qualche filosofema slegato dalla vera e nuda vita. Negli stessi appunti denuncia questa incoerenza: «Insegnando filosofia, si può spesso dire "Furfanti loro, e accusano noi d'esser bricconi!"».

La filosofia richiede dunque un prezzo; quello sforzo di coerenza, che Wittgenstein riteneva necessario:

 

« Senza un po' di coraggio non si può scrivere nemmeno un'osservazione sensata su se stessi. » (Movimenti del pensiero)

 

« Si potrebbe fissare il prezzo dei pensieri. Alcuni costano molto, altri poco. E con che cosa si pagano i pensieri? Io credo così: con il coraggio. » (Diari segreti)

 

Proprio per questo è in un certo senso impossibile distinguere annotazioni di carattere teoretico da altre di carattere "personale" o pratico. Per Wittgenstein la filosofia è appunto un movimento continuo del pensiero e in quanto tale non ammette sottocategorie: «Vi è del vero nell'idea di Schopenhauer che la filosofia è un organismo, e che un libro, con un principio e una fine, è in un certo senso una contraddizione.» (Movimenti del pensiero)

(Lo stesso Wittgenstein, dopo il successo accademico del Tractatus, rinuncerà all'idea di pubblicare qualcosa di definitivo, lasciando invece varie annotazioni sparse.)

La logica stessa, slegata dal Senso (che nel Tractatus prende il nome di Mistico Ineffabile), come pura formalità, perde ogni valore. Questo è il nodo cruciale che accompagna tutta la riflessione di Wittgenstein, anche dopo aver ripudiato il valore teoretico del Tractatus stesso. Egli non smetterà mai di affrontare problemi riguardanti il senso, la morale, la "fede": «non sono religioso, ma non posso impedirmi di vedere ogni problema da un punto di vista religioso.» (Drury, Conversazioni con Wittgenstein)

 

1 aprile 2019