Il cinico bullismo del web

 

Il fenomeno del bullismo social ci costringe a riflettere su come il nostro approccio relazionale con l'alterità sia diventato un becero scontro tra "volontà di potenza" e non un dialogo costruttivo e democratico che miri ad una verità.

 

di Michele Ragno

 

 

Uno dei più deprimenti fenomeni che i social stanno presentando – in maniera ormai massiva – è il bullismo del web. Sicuramente ognuno avrà fatto i conti con esso. Dati statistici (pubblicati dall'American Journal of Public Health o dal Cyberbullying Research Center) rivelano che il bullismo oggi è in aumento e la principale ipotesi è che la causa siano proprio i social network. Questa massificazione del cyberbullismo divenne evidente con la creazione di gruppi di giovani (anche se “meno giovani” non mancano a questa paella) ragazzi, come Cinismoland, il cui obiettivo era esercitare forme di potere – conferite dal riconoscimento in un gruppo sociale ben definito – sui ragazzi “diversi” dal canone standard del “figo” tipo odierno: ironia nera, insulti di ogni genere, tartassanti ed esplicite richieste sessuali a sfortunate ragazze (anche loro insultate nel caso non avessero acconsentito).

 

Qualcuno potrebbe replicare: «e cosa vi interessa? È uno scherzo privato». Ma la questione non è così semplice, perché questo atteggiamento è ormai profondamente radicato nel nostro modo di relazionarci con la collettività. E sarebbe una illusione credere che sia solo una bravata di adolescenti ancora immaturi: Facebook pullula di adulti (e anziani) che mostrano comportamenti simili: spiare il profilo dell’individuo da attaccare, in modo da poterlo fare direttamente con ironia su quelli che sono ritenuti punti deboli. Discorsi sull’importanza della particolarità, hasthag di sensibilizzazione alla diversità: tutte balle che spesso mascherano una opposta tendenza di fondo della nostra cultura. Cyberstalking per attaccare l’individualità – non conforme ai modelli che i social propinano.

 

Le conseguenze sono nefaste: non solo è intaccata la nostra capacità di stabilire e mantenere dei legami “umani”, sorretti da valori come empatia, sostegno, amicizia; ma, in questo scontro anarchico tra volontà di potenza, anche i dialoghi fondamentali per il benessere comune (il dialogo politico "in primis") finiscono per essere uno scontro tra bande pronte a scannarsi pur di prevalere. Non c’è nulla di democratico in questa ironia gratuita perché questa, insieme alla retorica che la sorregge, interrompe il vero dialogo democratico, fatto di argomentazioni, concetti. La politica è tramontata anche per questo: i nostri politici affilano le loro lame per affettare strategicamente, con i loro discorsi, i loro antagonisti concorrenti al potere e il popolo (che deve tacere). In democrazia la libertà di parola è sì un diritto, ma il rispetto dell’alterità è un dovere. Lo stato democratico deve avere necessariamente il fine di educare alla collettività, altrimenti non sarebbe niente altro che un surrogato dell’anarchia con qualche regolamentazione isolata.

David Foster Wallace
David Foster Wallace

 

Per chiudere, lo scrittore David Foster Wallace – uno dei grandi geni che si è opposto alla tendenza postmoderna, prendendola criticamente sul serio – aveva brillantemente avvertito riguardo i pericoli dell’ironia – radicata nella TV, nella nuova letteratura, oltre che nei comportamenti sociali – e di una sua deriva sociale nel cinismo di massa, nello sgretolarsi dei rapporti sociali e nella capacità di provare empatia:

 

« Sosterrò che l’ironia e il mettere in ridicolo sono valide forme di intrattenimento, ma allo stesso tempo sono le cause di un grande senso di disperazione e di stasi nella cultura. » (David Foster Wallace, "E Unibus Pluram")

 

« Oggi è possibile perpetrare crudeltà inimmaginabili due o trecento anni fa. Pertanto, abbiamo l’obbligo morale di tentare con tutte le nostre forze di sviluppare la compassione e la pietà e l’empatia. » (David Foster Wallace, "Un'intervista inedita")

 

28 settembre 2018