Fra l'«american dream» e il «dream team»

 

Se nel basket statunitense si cerca di evitare che il più abbiente possa fare qualunque cosa soltanto perché ha più denaro di altri, e, anzi, si cerca di risollevare chi in quel frangente si trova in cattive acque, nella “società civile” si incoraggia l’opposto, e a pochi, davvero, interessa “rifondare” le vite altrui. La legislazione, a differenza delle regole della lega di pallacanestro, difficilmente si preoccupa di risollevare il povero con provvedimenti mirati e favorevoli, limitando economicamente le azioni altrui.

 

di Valentina Gaspardo 

 

Michael Jordan, Patrick Ewing, Magic Johnson, Karl Malone e Charles Barkley nel 1992
Michael Jordan, Patrick Ewing, Magic Johnson, Karl Malone e Charles Barkley nel 1992

 

Tra le innumerevoli contraddizioni che permeano l’Occidente ve n’è una molto curiosa e per certi versi spaventosa, e si rileva, per la limpidezza dei suoi tratti, specificatamente nel nord America. Non che qui in Italia e in Europa non vi sia, perché chi scrive potrebbe riportare sterminate discussioni e considerazioni che ne conservano intatta la fisionomia, ma è sicuro che la via mediante cui essa si insinua nelle nostre vite, risalta molto meno qui che nella quotidianità d’Oltreoceano.

Essa riguarda due ambiti apparentemente scissi e distanti: la politica sociale americana, quella che con più o meno consapevolezza ciascuno di noi critica per il suo capitalismo estremo, e la National basketball association, l’NBA.

 

Quando i privilegi per nascita vennero meno, si credette che ogni impedimento al compimento di una buona vita, di ogni individuo di ciascun popolo, fosse tolto. Non era più il sangue a costringere qualcuno a una mansione o a un’altra, a una vita di stenti, di agiatezze o di ozio nello sfarzo: da quel momento tutto dipendeva dall’autodeterminazione del singolo, da quello che egli avesse voluto. Tuttavia, non si calcolò che non bastava rimuovere un errore per scongiurarne di differenti, e nessuno riuscì a prevedere che il volere dell’uno poteva sopraffare l’altro, o tutti gli altri. Dalle bocche dei più risuonavano motti come: laissez faire, laissez passer! Ciascuno faccia ciò che crede e tutto andrà bene da sé. Inutile dire che non andò così:

Hobsbawm (1917-2012)
Hobsbawm (1917-2012)

 

« Nel mondo sviluppato era adesso il denaro o la sua mancanza a determinare la distribuzione di tutti i privilegi […], e non la nascita o differenze di libertà o di status giuridico. » 

 

E ancora: 

 

« Il denaro era adesso un criterio di nobiltà altrettanto valido del sangue blu. » (Hobsbawm, L’età degli imperi: 1875-1914)

 

Siamo ancora nell’epoca di quel privilegio. Chi ha denaro può permettersi una migliore istruzione, una migliore sanità, una migliore casa, una migliore vacanza, etc.; chi non ne ha, non ha diritto a granché (la misura del 'privilegio' dipende dallo Stato in cui vive). Ma perché, per esempio, chi è ricco ha diritto di frequentare una scuola migliore, dove può studiare di più e meglio? Egli, come membro di una società ha il dovere di formarsi, perciò ne ha pure il diritto; ma lo ha anche un povero, in quanto facente parte della medesima società. Non c’è ragione per cui uno lo possa fare e l’altro no. Lo stesso vale per la sanità. E per il tempo libero. E qualsivoglia altra cosa sia indispensabile al benessere dei cittadini, e perciò dello Stato stesso. 

 

Gli Stati Uniti, emblema del capitalismo mondiale, sono gli avanguardisti di questo infimo privilegio. Così ci racconta Philip Alston in un rapporto per l’ONU:

 

« Ho visto e sentito molte cose nelle ultime due settimane. Ho incontrato molte persone a malapena sopravvissute a Skid Row in Los Angeles; ho assistito mentre un poliziotto di San Francisco diceva a un gruppo di senzatetto di andarsene, e non aveva alcuna risposta da dare quando gli è stato chiesto dove potevano trasferirsi; ho sentito come migliaia di persone povere hanno avuto avvisi di infrazione minori che sembravano intenzionalmente progettati per riversarsi rapidamente in debito impagabile, incarcerazione e rifornimento di casse comunali; ho visto fogne piene di liquami negli Stati in cui i governi non considerano le strutture igienico-sanitarie di loro responsabilità; ho visto persone che avevano perso tutti i denti perché le cure dentistiche per adulti non sono coperte dalla stragrande maggioranza dei programmi disponibili per i più poveri; ho sentito parlare di tassi di mortalità in ascesa e distruzione di famiglie e di comunità a causa degli oppioidi, e ho incontrato persone in Porto Rico che vivono accanto a una montagna di cenere di carbone completamente scoperta che piove su di loro, portando malattie, invalidità e morte. » 

 

Alston non sostiene che sia tutto così, ma che ve ne sia tanto. Mostra la discrepanza tra l’opulenza del privato e la miseria del pubblico. Non si tratta forse del privilegio del denaro che rilevava Hobsbawm? 

 

In tutto ciò – si chiederà – cosa ha a che vedere il basket con i problemi della società statunitense? Ebbene, la cosa paradossale è che in quello sport (e magari in altri) non ci si comporta come nelle questioni meramente ‘politiche’. O, meglio, in parte lo si farà – come emerge dalla presenza di una triste 'arte' come quella del trash talking –, perché una cultura informa ogni ambito dell’esistenza, ma è notevole che nello sport si cerchi di cambiare rotta. A chi segue i campionati di pallacanestro, sembra, il privilegio del denaro piace poco. 

L’NBA è un campionato molto dissimile a quelli a cui noi europei siamo abituati, ma avremmo per certi versi – quelli che qui vogliamo mettere in risalto – senz’altro da imparare dagli americani. Innanzitutto, il numero di squadre è superiore a un singolo livello professionistico, ma non esiste la retrocessione. Non c’è una squadra che possa, un giorno, per ragioni economiche scendere di due o tre “serie” per finire a giocare contro le piccole realtà delle leghe minori. Le franchigie (i.e., i “club”) possono fallire, ma vengono risollevate economicamente e spostate, magari, in altra città (p.e., gli Utah Jazz erano originariamente i New Orleans Jazz). I giovani promettenti non rischiano, come da noi, di perdersi, perché i college hanno squadre molto competitive che si affrontano a ritmi incredibili, sino al torneo NCAA (March Madness), termine delle coppe, disputato prima del draft. Al draft attingono le franchigie di NBA per i giovani giocatori. E in che modo? In base al risultato ottenuto nel campionato precedente: sceglie prima chi non si è qualificato ai playoff, e, tra questi, chi arriva tra gli ultimi ha più probabilità di avere le scelte migliori al draft, in modo da poter aggiungere in rosa i migliori prospetti, capaci un giorno di riportare la franchigia ad alti livelli; mentre le squadre che si sono aggiudicate i primi posti in regular season sceglieranno per ultime, perché, in fondo, di giocatori forti ne hanno già a iosa. 

Il primo accorgimento per gli ultimi, affinché non restino ultimi, è appunto concedere loro questo vantaggio sulla scelta delle giovani promesse da portare in rosa, con dei contratti particolari che favoriscono la permanenza, per degli anni, in quella stessa città. 

Un altro accorgimento verte sui salari dei giocatori, e si sviluppa in due macro-regole: il salary cap e la luxury tax. Il salary cap è il tetto salariale che decreta quanto ogni squadra può pagare i propri atleti, e viene calcolato, di anno in anno, in base all’ammontare dei profitti di tutte le franchigie della lega. Qualora si sforasse il ‘cap’, la franchigia colpevole dovrebbe pagare una multa alla lega – la luxury tax –, ripartita poi tra tutte le altre squadre presenti nel campionato, perché, di fatto, agendo in quel modo arreca danno alle altre partecipanti. 

Al salary cap è legata un’altra norma, chiamata max contract, che è la cifra massima che un giocatore può percepire di stipendio, e dipende dagli anni trascorsi in lega (e altre variabili); così da evitare sceneggiate simili a quelle che avvengono per i rinnovi mostruosi, perché senza limite economico e senz’altro senza pudore, dei nostri calciatori, i quali palesemente si ‘vendono’ al miglior offerente. 

Altra minuzia che salta subito all’occhio è che la quantità di sponsor presenti sul campo da gioco e sulle divise dei giocatori è pressoché nullo; al contrario, se si gettasse un occhio solo ai nomi dei club del panorama cestistico italiano si rabbrividirebbe a scoprire che molte città, invece di qualche nomignolo legato al territorio o di fantasia (Cavaliers, Bucks, Jazz, etc.), possiedono un marchio d’azienda: Auxlilium Fiat Torino, Openjobmetis Varese, Grissin Bon Reggio Emilia, etc.  

 

 

Questo insieme di complicatissime regole in costante aggiornamento, sostenuto da parecchi sistemi di calcolo, è finalizzato a rendere più giusta la lega. I limiti economici di cui l’NBA è satolla riescono a far sì che nessuna squadra possa affondare una volta per tutte, che nessuna di esse, di prepotenza – cioè con i soldi –, si accaparri tutto il buono delle franchigie che in quel momento non sono al top, e puntano a distribuire i futuri campioni in ogni piazza, affinché ciascuna di esse sia sempre abbastanza appetibile.

È evidente che vi siano delle migliorie da apportare in NBA e che vada discussa la quantità di denaro mostruosa che si distribuisce nel mondo dello sport, perché, a dirla tutta, è piuttosto ridicolo che – quale che sia la lega da prendere in esame – possano venir toccate certe cifre. Ma ciò che qui si vuole rilevare è che, nonostante le pecche, i principi che muovono l’NBA vogliono provare ad essere tutt’altro che capitalisti, vogliono essere giusti – sportivi, direbbero alcuni. Mentre il resto della società americana (ma, come si diceva all’inizio, ciò vale anche per l’Europa e il mondo intero) è governata da principi totalmente opposti: si favorisce chi è ricco, il capitalista, e ci si educa alla mentalità per cui si dice che chi ha soldi li ha meritati, e ha diritto di farne ciò che vuole. Insomma, se nel basket statunitense si cerca di evitare che il più abbiente possa fare qualunque cosa soltanto perché ha più denaro di altri, e, anzi, si cerca di risollevare chi in quel frangente si trova in cattive acque – mediante tutto il sistema solamente abbozzato in precedenza – nella “società civile” si incoraggia l’opposto, e a pochi, davvero, interessa “rifondare” le vite altrui. La legislazione, a differenza delle regole della lega di pallacanestro, difficilmente si preoccupa di risollevare il povero con provvedimenti mirati e favorevoli, limitando economicamente le azioni altrui. 

 

Sarebbe bello che il nord America, il cui nome echeggiava nelle orecchie dei nostri padri come american dream – ormai infrantosi contro le spigolose concrezioni capitaliste e sopravvissuto solo nelle parole di Martin Luther King –, prendesse coscienza di questa contraddizione che ne lacera le viscere e “scendesse in campo”, in tutta la sua maestosità, come un vero dream team.

 

27 marzo 2018