Una generazione sofferente

 

Umberto Galimberti spiega come i genitori e la scuola non sappiano più svolgere il loro ruolo educativo e da quali fondamentali è possibile ripartire.

 

di Redazione

 

 

Il 9 marzo al Forum Monzani di Modena Umberto Galimberti è intervenuto presentando il suo ultimo libro intitolato La parola ai giovani. Dialogo con la generazione del nichilismo attivo, edito da Feltrinelli. Il testo – riprendendo i temi del suo fortunato L’ospite inquietante, saggio del 2007 dedicato al tema del nichilismo dei giovani – prende spunto da decine di lettere, precisamente settantadue, spedite al filosofo da adolescenti e giovani fino ai trentanni. La novità, rispetto al testo precedente, è che i giovani non negano più il nichilismo che li pervade, che, per questo, viene definito nichilismo attivo: essi sono pienamente consapevoli della grave dimensione psichica in cui versano. Da questo intervento abbiamo tratto la seguente intervista.

 

Quali sono le caratteristiche importanti per i giovani che un insegnante dovrebbe avere oggi?

 

Occorrono insegnanti affascinanti, ma non è così. Oggi il ragazzo si deve ritenere fortunato se su nove docenti ne ha due carismatici, e questo è un grosso problema. Prima di essere mandati in cattedra, gli insegnanti dovrebbero essere sottoposti a un test di personalità, per comprendere se hanno la passione dell’insegnamento, ma da parte loro i genitori devono mettersi in testa che i docenti devono essere difesi. Sempre.

 

Il contrario di quanto ci dice la cronaca. Da anni i genitori prendono le difese dei figli e nelle ultime settimane non sono mancati casi in cui i docenti sono stati perfino aggrediti fisicamente.

 

Quando i bambini vanno a scuola sviluppano nuovi binari di affettività, soprattutto quello bambino-maestra. Se i genitori parlano male delle maestre devono sapere che stanno violentando la sfera dell’affettività del bambino. Una delle prime manifestazioni della schizofrenia, che notiamo alla fine dell’adolescenza, è la scissione dell’affettività. Non diventano tutti schizofrenici ma certo questa cosa non contribuisce alla sfera armonica dell’affettività. Se uno parla male dell’altro, poi il bambino non si fida di nessuno, ma poi non ci meravigliamo che da più grande combina dei guai e lo troviamo a lanciare sassi dai cavalcavia o a fare il bullo. I genitori devono mettersi in testa che devono difendere le maestre, sempre. Fanno un lavoro pazzesco, io darei lo stipendio da professori universitari alle maestre e quello delle maestre ai professori universitari.

 

Le cose non migliorano negli istituti superiori...

 

Bisogna espellerei i genitori dalle scuole: a loro non interessa quasi mai della formazione dei loro figli, il loro scopo è la promozione del ragazzo a costo di fare un ricorso al Tar, altro istituto che andrebbe eliminato per legge. E alle superiori i ragazzi vanno lasciati andare a suola senza protezioni, lo scenario è diverso, devono imparare a vedere che cosa sanno fare senza protezione. Se la protezione è prolungata negli anni, come vedo, essa porta a quell’indolenza che vediamo in età adulta.  

 

Umberto Galimberti
Umberto Galimberti

 

Cosa ne pensa dell'alternanza scuola-lavoro?

 

La si finisca con l’alternanza scuola lavoro, a scuola si deve diventare uomini, a scuola si deve riportare la letteratura, non portare il lavoro. Guardiamo sui treni: mentre in altri Paesi i giovani leggono libri, noi giochiamo con il cellulare. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole, ma come si può formulare un pensiero se ti mancano le parole? Non si pensa o si pensa poco se non si hanno le parole.

 

Andando al cuore del problema: che cos’è il nichilismo?

 

La definizione classica di nichilismo è che si svalutano tutti i valori. I valori sono coefficienti sociali con cui si decide di convivere in una comunità. Ma occhio a chi parla di valori che non ci sono più, non si tratta di questo. I valori possono cambiare. Quel che manca è lo scopo, parola la cui etimologia greca indica il guardare, guardare non il panorama, ma il bersaglio preciso dell’osservazione, quello che si focalizza ad esempio con il telescopio, con l’endoscopio. Lo scopo, appunto. E lo scopo riguarda il futuro, ma il futuro non è una promessa per questi giovani.

 

Come è cambiata la società?

 

Ai miei tempi, una volta laureato, io sapevo che dopo la laurea ci sarebbe stato un concorso e che presto avrei avuto un posto come insegnante di filosofia. Ora chi si laurea in filosofia sa per certo che non riuscirà a insegnare. Il giovane si chiede: «perché devo stare al mondo?» Lo scorso anno ci sono stati cinquecento suicidi tra gli studenti.

Ma i giovani non devono esser visti dal momento della giovinezza, ma fin da quello della nascita. Nei primi sei anni di vita, dice Freud, si formano le modalità cognitive, cioè il modo di conoscere il mondo, modalità di tipo logico razionale, estetico, metafisico, teologico, insieme alle modalità emotive: come sento gli eventi del mondo, che risonanza emotiva hanno dentro di me? Da queste ultime dipendono molte nostre decisioni, come quelle che determinano ad esempio l’acquisto di una casa se davvero la si avverte come un luogo dove ci si sente a casa, indipendentemente da valutazioni razionali come il prezzo o l’orientamento della medesima. Ecco, queste mappe si formano nei primi anni di vita.

 

 

E come si formano oggi?

 

Oggi si formano come capita. Il padre e la madre lavorano e tornano a casa tardi, il bambino è stato con la baby sitter, davanti alla televisione o allo smartphone.

Sono contento della liberazione della donna e difendo il suo ruolo attivo nella società. Però non possiamo negare che quando si torna a casa non c’è più il tempo di capire quali siano le mappe emotive del bambino. Che invita la mamma e il papà a guardare il disegno che ha fatto a scuola e loro come gli rispondono? ‘Te lo guardo domani’, cioè mai. L’identità è il prodotto del riconoscimento che gli altri mi danno. Il papà o la maestra che mi continuano a dire ‘sei un cretino’ o ‘sei bravo’. L’identità è il prodotto dei riconoscimenti. Se i genitori non hanno tempo di vedere ciò che fanno i figli, i figli vengono su come possono. Bambini soli con cartoni animati e smartphone? Niente di male. Ma si sappia che in questi casi le modalità emotive si formano a caso, cioè come come capita. Le neuroscienze oggi ci dicono che si formano già nei primi tre anni, non nei primi sei. I bambini non sanno di progredire, sono i genitori a vederli progredire. E si badi bene che le parole dei genitori sono seguite dai figli fino a che questi hanno dodici, massimo tredici anni, poi con la scoperta sessuale le parole non servono più. O si parla prima, molto prima, o tutto è perso, non le seguono più. Bisogna parlare molto prima se vogliamo tenere la porta aperta. La parola è fondamentale nei primi anni. I bambini fanno domande filosofiche con i loro continui perché? che meritano sempre una risposta, non una risata.

 

Poi i bambini vanno alle elementari.

 

Se si fanno errori nell’infanzia, non ci si può meravigliare di quel che succede dopo. Vedo questa continua guerra con le maestre. Quando i bambini vanno a scuola sviluppano altri binari di affettività. E quando i genitori parlano male delle maestre stanno incidendo negativamente sulla sfera dell’affettività del bambino. I genitori si devono mettere in testa che devono sempre stare dalla parte delle maestre. Le maestre fanno un lavoro pazzesco, non solo insegnano, ma accolgono i pianti dei loro figli, le frustrazioni, le delusioni, la gioia, i conflitti, la rabbia. Ribadisco, io darei alle maestre lo stipendi dei professori universitari e ai professori universitari quello delle maestre. Semmai espellerei i genitori dalle scuole. Li introdusse Malfatti, un cognome un programma.

 

 

Ma come si educa tutta la formazione emotiva e sentimentale di questi ragazzi?

 

Platone diceva che la mente si apre quando si apre il cuore di questi ragazzi. L’apprendimento avviene per fascinazione. Occorrono insegnanti affascinanti ma non è così. Oggi il ragazzo si deve ritenere fortunato se su nove docenti ne ha due carismatici, e questo è un problema grosso. Tutti noi studiavamo molto le materie dei professori che ci affascinavano.

 

Ritorniamo così al discorso sulla personalità, strettamente connesso all'educazione quindi?

 

Io propongo che vengano sottoposti a un test di personalità per capire se questo mestiere lo fanno per lavoro o per passione. I docenti hanno a che fare con i ragazzi e devono avere la passione, devono anche sapere affascinare, senza mangiare la pizza insieme. Del resto tutti quelli che vanno a lavorare nel privato fanno un colloquio che non è altro che un test di personalità. Uno che è alto un metro e cinquanta non può fare il corazziere, però uno che non ha motivazione per insegnare lo porti in ruolo per demotivare centinaia di ragazzi? Poi c’è un dato oggettivo: bisogna fare classi di massimo dodici, quindici studenti. Con classi di trenta alunni hai già deciso che non si educa. Educare significa educare la parte emotiva sentimentale e individuare le parti diverse dell’intelligenza, da quella matematica a quella musicale, a quella corporea, bisogna seguire questi ragazzi e capire il loro sviluppo.

 

Il bullismo è un fenomeno che deriva dalla mancanza di educazione? Che fare?

 

Quando una scuola ha un bullo lo sospende. E invece lo deve tenere il doppio a scuola e portarlo a un livello più alto, cioè al livello delle emozioni. Emozione vuol dire scoprire che risonanza emotiva hanno dentro di me gli eventi del mondo. Sempre più spesso non si sente la differenza tra corteggiare e stuprare una ragazza. Vuol dire che non è arrivata ancora la fase emozionale. Pensiamo ai sassi lanciati dal cavalcavia, ho incontrato questi ragazzi che mi dicono che era un gioco. E il caso di Omar e Erika. Se oggi, dopo anni dal delitto si frequenta lo stesso bar di prima del delitto, questo cosa vuol dire? Non si registra la differenza tra bene e male. La psiche non registra più la differenza tra ciò che è grave e ciò che non lo è.

 

Quale monito rivolgerebbe innanzitutto ai genitori?

 

Se li riempite di giocattoli, voi estinguete nel bambino il desiderio. Il bambino non desidera più ciò che non ha perché ha già tutto. Se l’intervallo tra sé e il giocattolo non c’è più, vuol dire che si estingue il desiderio e la psiche diventa apatica. Se uno desidera, desidera cambiare il mondo. Quando vi trovate davanti una società che non desidera più cambiare il mondo, significa che i bambini, i ragazzi, i giovani hanno perso il desiderio. Bisognerebbe non averne, di giochi, e farli da sé.

 

Come ridare un senso alla realtà? È possibile?

 

Ci sarebbe un mezzo: questo mezzo è la letteratura. È questo il luogo in cui impari cose come l’amore, la disperazione, la tragedia, l’ironia, il suicidio. E noi riempiamo le scuole di tecnologia e di digitale, invece che di letteratura? È folle. Peraltro da varie indagini viene fuori che uno o due ragazzi su trenta leggono, mentre gli altri guardano su google o sui riassuntini, siamo all’ultimo posto in Europa a saper comprendere un testo scritto. La cultura paga anche in termini economici, ma noi giochiamo con il cellulare mentre gli altri leggono. Oggi i ragazzi conoscono duecento parole. E con una sola parola esprimono sentimenti anche opposti. I giovani sono nel massimo della forza fisica. Hanno bei corpi. Loro lo sanno e giocano questo valore. Sono al massimo della forza sessuale e della capacità ideativa. E cosa fa la società? Li manda a fare lo stage, introduce l’alternanza scuola e lavoro. Scuola e lavoro? La competenza la devi conquistare all’università. A scuola devi diventare uomo.

 

Cosa dicono i giovani?

 

I giovani mi dicono: noi non parliamo con i genitori e gli insegnanti perché sappiamo già cosa ci dicono. E poi scrivono meglio dei professori. Mi capita di leggere lettere dei professori, ogni tanto le devo correggere. Sulla scuola le cose le ho imparate dai ragazzi. E poi dicono ancora: per favore, cari adulti, non ci indicate il denaro e l’immagine sociale come unici obiettivi della nostra esistenza.

 

12 marzo 2018