Pinocchio di Garrone, Pinocchio dell'Umanità

 

Da Aristotele a Benedetto Croce, passando per Ulisse, ai riferimenti sul libero arbitrio e la cristologia del legno. La fiaba di formazione che racconta la crescita interiore di ciascuno e dell'umanità.

 

 

In quel creato magico, un affresco di capre e oche, grilli parlanti e animali allegorici, Garrone restituisce la fiaba di formazione più famosa al mondo, in una storia fantastica per i piccoli e meditativa per i grandi.

Iniziamo da Aristotele per parlare di questa creazione: Geppetto è un po' la causa efficiente, mentre il ciocco “agitato” regalato da Mastr'Antonio Ciliegia, è la causa materiale. Entrambe le cause sono “vive”; vivo è il ciocco nella sua materia e viva l'idea nel demiurgo Geppetto povero e solo. Il demiurgo informa la materia con il progetto, il progetto di un figlio. Un figlio che come tutti noi è venuto al mondo per compiere la sua missione.

 

L'elemento ligneo è quasi ossessivo nel film: il legno dal ramo da cui verrà tratto il burattino, la metafora arborea della pianta degli zecchini d’oro, la bara che la Fata Turchina mostra al protagonista per spaventarlo e convincerlo a prendere la medicina, la leva del torchio che il bimbo di legno usa quando lavora per il pastore... e sullo sfondo diegetico c'è sempre il legno della croce, icona lignea del dramma che ognuno deve attraversare per risorgere.

 

Il grillo-coscienza esorta Pinocchio alla responsabilità, alla presa in carico interiore di sé, a smettere di vittimizzarsi raccontando bugie, perché quelle bugie, fanno soffrire innanzitutto lui stesso. Se ci pensiamo infatti è il suo stesso naso a crescere e a diventare ingestibile, come la nostra emotività quando non riconosciamo i nostri errori. Il grillo interiore auspica in lui un risveglio e lo guida, ma sempre lasciandolo libero nel suo arbitrio, perché il ragazzino possa rendersi davvero emancipato. Questo racconto fiabesco è il percorso interiore di ciascuno di noi e dell'intera stirpe umana, infatti Benedetto Croce disse che «il legno in cui è tagliato Pinocchio, è l'umanità».

 

Le tentazioni che il ragazzino-burattino incontra, sono il circo, la promessa di denaro facile da il gatto e la volpe, l'amico ribelle Lucignolo: personaggi che gli fanno credere che si possa essere compiuti e realizzati senza sforzo, senza impegno, senza la croce. Le tentazioni rappresentate da questi personaggi, come tutti i diavoli, sono anche maestri di crescita.

I bambini che credono di poter fare ciò che vogliono sono esseri umani infantili e in realtà infelici; diventano asini, cioè creature incapaci di difendersi, che scalciano ma non sanno spiegarsi, che possono essere facilmente venduti per gli interessi degli altri invece che per «seguir virtute e canoscenza» come ci diceva l'Ulisse di Dante. Nella pancia oscura del pesce, al fondo buio del suo dolore, Pinocchio prende in mano la sua vita, per salvare se stesso e il padre, e – se si vuole interpretare questo passaggio in un orizzonte metafisico – è un po' come Gesù quando si immola per salvare l'opera del Padre, l'umanità, la creazione stessa.

 

Diventare un bambino vero significa diventare responsabili di noi stessi in un sorta di processo alchemico che va dal legno alla carne, dalla corteccia alla pelle, dall'ingenuità furba all'innocenza intelligente e saggia. Diventare un bambino vero vuol dire uscire dal dramma in cui si è burattini degli eventi per entrare nel protagonismo autentico della propria storia.

 

Tra gli agnelli, i quali rappresentano nella tradizione l'innocenza di Cristo, la Fata Turchina rende un bimbo di carne; riceviamo questo regalo da Garrone, per Natale un Pinocchio che viene alla luce come in una natività.

 

24 dicembre 2019