Sull'effettiva utilità della filosofia

 

L'ombra dell'inutilità si allunga sulla filosofia, minacciando di coprirne i frutti e condannandola all'oscurità. Illuminare le possibilità della filosofia, risollevandola dalle accuse di futilità, è oggi un compito determinante.

 

di Giuseppe Comerci

 

 

Il dibattito che concerne l'utilità della filosofia è sin dalla notte dei tempi occasione di arrovellamento per i filosofi e pretesto per le più diverse provocazioni e beffe da parte dei detrattori della filosofia stessa. La filosofia viene sovente accusata di non avere un fine pratico, concreto, di essere null'altro che una pura speculazione su argomenti e temi che, anche quando analizzati e penetrati sino alla comprensione, sono destinati a perire per via della loro sterilità attuativa, oppure a rimanere eleganti vaneggiamenti, passatempi per intellettuali ingobbiti alla fioca luce delle loro scrivanie.

 

In questa sede non si vogliono prendere le difese della filosofia appellandosi banalmente alla nota citazione di Aristotele secondo la quale proprio per via della sua privazione dal legame di servitù essa è il sapere più nobile, e si badi che banale non è l'affermazione in sé, quanto piuttosto l'ossessivo ricorso a questa citazione che, forte dell'autorevolezza del personaggio, viene issata come muro difensivo ogni qualvolta si apra la questione sull'utilità della filosofia; piuttosto, l'intento è quello di condurre un'analisi tale che possa riscattare lo statuto della filosofia rispetto alle scienze tradizionali (sempre stimate e apprezzate) a dimostrazione di come metodologie e fini delle due parti siano similari. L'estensione dell'analisi potrà spingersi ad un punto tale che filosofia e scienza potranno essere considerate come entità inscindibili tra loro, due facce della stessa medaglia.

 

Chiariamolo sin da subito: la filosofia trova scarsa applicazione concreta perché le sue scoperte e le sue teorie oltrepassano le epoche nelle quali vengono concepite. Spesso si tratta di pensieri così rivoluzionari da risultare inattuabili nell'immediato presente, e il senso pratico, strettamente legato alle esigenze dei singoli individui in un preciso tempo, viene a mancare perché la riflessione filosofica sopravvive a questi stessi uomini e ai loro bisogni. La forza della filosofia sta quindi nell'anticipare scoperte e tendenze che verranno confermate solo molti secoli più tardi, la cui attuazione è legata ai mezzi dei tempi futuri.

 

Pensare che Talete identificò l'archè (principio primo) nell'acqua può suonare alle orecchie degli uomini moderni come un'ovvietà, un'intuizione banale che non merita di essere valorizzata. Ma se contestualizziamo quest'affermazione nel periodo di riferimento, ovvero l'Asia Minore del VI secolo a.C., la sua originalità non appare più così trascurabile; in un'epoca nella quale nessun ausilio tecnologico sarebbe potuto intervenire in aiuto, e il ragionamento era l'unico mezzo a disposizione per interpretare la realtà, affermare che l'acqua è il principio di tutte le cose è una tesi audace ed originale, per nulla scontata e anzi assai discussa, tant'è che diversi furono i pensatori pronti a sostenere che l'archè dovesse essere individuata in altri elementi. Anassimandro, non lontano sulla linea del tempo da Talete, fu il primo a teorizzare l'idea di un'evoluzione biologica: per il filosofo gli animali ebbero origine dall'acqua, dove erano tutti simili a pesci, e con il tempo si sarebbero spostati sulla terraferma perdendo le squame e adattandosi al nuovo ambiente. Questa visione è straordinariamente simile a quella che verrà poi esposta da Charles Darwin nella sua opera capitale L'origine della specie nel 1859.

 

 

Democrito e Leucippo, tra il IV e il III secolo a.C., furono importanti sostenitori dell'atomismo, dottrina filosofica secondo la quale la materia è composta da microscopiche particelle dette atomi che, combinandosi e scomponendosi, danno origine alla realtà empirica e al suo divenire. Certamente questa tesi non ha la raffinatezza della moderna chimica, ma l'intuizione dell'atomo fu un fatto eccezionale; noi abbiamo dovuto aspettare l'avvento dei tempi moderni e di strumentazioni più adeguate per avere una conferma effettiva dell'esistenza degli atomi.

 

Giordano Bruno nel XVI secolo si scagliava contro l'ortodossia della chiesa, dichiarando con assoluta certezza filosofica l'esistenza di infiniti mondi e universi.

 

Frierdich Nietzsche, in pieno Ottocento, attraverso la sua rivoluzione morale, profetizzava il passaggio da uomo a superuomo, evento del quale, probabilmente, nemmeno noi potremo essere testimoni.

 

Alla luce di questi esempi è palese come molte intuizioni e teorie filosofiche non servono alle epoche di cui sono figlie, così come le mirabolanti invenzioni di Leonardo Da Vinci dovettero aspettare tempi migliori per essere sfruttate nella loro effettiva utilità.

 

Risulta evidente, dagli esempi appena riportati, la matrice scientifica della filosofia. L'accezione scientifica della filosofia non è rintracciabile solamente negli interessi iniziali della disciplina, ma anche, e soprattutto, nel metodo: una modalità di procedere nella scoperta e nella conoscenza assolutamente razionale, scevra da qualunque suggestione e superstizione ed estremamente rigorosa, con l'obiettivo ultimo di giungere ad un sapere affidabile e certo.

 

Le scienze come la fisica, la biologia, la chimica, l'astronomia, sono tuttavia considerate saperi concreti, ma hanno in fondo, per via della loro costituzione, un'utilità simile a quella della filosofia, e mentre le scoperte di quest'ultima vengono applaudite tiepidamente, i progressi delle scienze tradizionali, per qualche motivo, vengono accolti calorosamente e con grande entusiasmo. Ma a che serve all'uomo medio del XXI secolo una foto di un buco nero? A che serve, nella pratica immediata, la scoperta di un nuovo pianeta a un uomo che probabilmente morirà prima che possa metterci piede? L'utilità che vi si potrebbe trasversalmente individuare in questi casi è quella di dare un impulso alla ricerca, diretta ad approfondire lo studio dei buchi neri, o a studiare tecnologie e supporti che possano permettere un giorno di raggiungere il nuovo pianeta scoperto e di sviluppare sistemi che garantiscano la vita sul pianeta in questione, ma è palese come la scienza spesso non abbia una ricaduta immediata sulle vite delle persone.

 

In ogni caso, l'obiettivo a breve termine che si cerca di raggiungere sia nella scienza che nella filosofia è la semplice e pura conoscenza; le due discipline risultano complementari e non divisibili nettamente per compiti o modalità. Tirando le somme si potrebbe affermare che il campo di azione della filosofia sia teso all'universale, mentre quello delle scienze al particolare. La somma dei due conduce ad una visione che ha l'ambizione di essere totale, a partire dallo studio della porzione più piccola della materia, sino alle soglie della metafisica.

 

 

Le scoperte sono, quindi, di base inutili, e, quando mutate in leggi, teorie ed osservazioni, si fissano come descrizioni del mondo e dei suoi eventi; la scoperta è il fine della filosofia e della scienza, e qui si esaurisce il loro compito, fondamentalmente teorico. Rendere utile una scoperta o una teoria rimane una questione prettamente tecnica. Per tecnica si intende qui la tecnica heideggerianamente intesa: per il filosofo tedesco, infatti, «la tecnica è un'attività dell'uomo che crea un mezzo in vista di fini», e, dunque, esprime la sua eminente caratteristica pragmatica. Scoprire le proprietà e le leggi di un determinato materiale è una questione scientifica; trovare un campo di applicazione a questo materiale e svilupparne una tecnologia è una questione tecnica, e, affinché una scoperta sia utilizzabile, è necessario che sia la tecnica in primis ad avanzare e a migliorarsi, ed è da questo avanzamento tecnico che ne dipende l'utilizzabilità.

 

A questo punto possiamo redimere la filosofia dalla sua presunta accusa di inutilità, e porla dignitosamente a fianco delle scienze che essa stessa ha contribuito ad originare. L'utilità della filosofia sta dunque nel fatto che, proprio come la scienza, essa consegna alla tecnica il materiale teorico utile e necessario allo sviluppo di tecnologie, modelli e tendenze.

 

È evidente come il conato della filosofia sia caratterizzato da una carica a tratti profetica, che fa smarrire le tracce della sua utilità tecnica in tempi acerbi, e, quasi come fosse un testamento, consegna ai posteri le istruzioni per la costruzione del divenire. Che si tratti delle riflessioni di Cartesio, alla base delle moderne ricerche nel campo dell'intelligenza artificiale, o delle teorie linguistiche di Wittgenstein, fondamento dell'algoritmo di Google Translate, la filosofia si caratterizza rispetto alle altre forme di sapere per essere avvolta in una dimensione romantica, quasi commovente, proponendosi come lo sforzo originario e tutto umano di comprendere il mondo.

 

24 giugno 2019

 




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