Franz Kafka e Nicolás Gómez Dávila: un'analisi bifronte

 

Nessuno dei due si fece travolgere dal naufragio della storia: sia Kafka che Gómez Dávila hanno mostrato, il primo nelle vette letterarie raggiunte, il secondo per precisione e concisione filosofica, come non cadere vittime del disastro annunciato che la Storia ha poi mostrato. 

 

 

Cosa hanno davvero in comune due pensatori di origini e vissuti molto diversi, epperò accomunati da una riflessione acuta, struggente, in forte contrapposizione alle correnti di pensiero del XX secolo? Franz Kafka, da un lato, scrittore dal vissuto piuttosto combattuto, tra aspirazioni e desideri distrutti dal padre, fino ad un intenso coinvolgimento emotivo e riflessivo sulle tematiche legate al dolore, al peccato, alla speranza e alla vera via. Dall’altra parte, un gigante del pensiero contemporaneo, rinchiusosi per quasi la sua intera esistenza nella sua casa in Bogotà, affrontando temi e altri grandi maestri del pensiero, della letteratura, dell’arte, della storia. Kafka, stretto tra un manchevole ebraismo ortodosso e un cristianesimo che non si poté rivelare mai fino in fondo nella sua esistenza, e Gómez Dávila, un «pagano che crede in Cristo», sono due figure che possono indirizzare il nostro sguardo ad un “passato ancora presente”, ossia quel XX secolo che lo stesso N.G.D. (da qui abbrevieremo) definì come «un naufragio che non ha fine». Nessuno dei due, però, si fece travolgere dal naufragio della storia: sia Kafka che N.G.D. hanno mostrato, il primo nelle vette letterarie raggiunte, il secondo per precisione e concisione filosofica, come non cadere vittime del disastro annunciato che la Storia ha poi mostrato. Kafka, morto nel 1924, è stato forse anch’egli (come Nietzsche) profeta e al tempo stesso un visionario. E se non queste due, rivoluzionario nel concepire l’assurdo e la contraddizione del Mondo. Infatti, appare sin da subito comune ad entrambi un punto fermo: la risolutezza nell’accettare il peccato originale. Confrontando il pensiero dei due autori, appaiono subito chiare le loro posizioni:

 

« Perché ci lamentiamo del peccato originale? Non è per sua colpa che siamo stati cacciati dal paradiso terrestre, bensì a causa dell’albero della vita, affinché non ne mangiassimo i frutti. » (Kafka*)

 

« Gli uomini si dividono in due categorie, quelli che credono al peccato originale e gli sciocchi. » (N.G.D.**)

 

È certo che entrambi gli autori non abbiano assimilato passivamente i concetti propri della millenaria tradizione cristiana, ma li abbiano sperimentati propriamente in un rapporto dialettico, sicché il peccato originale accettato da Kafka mostra una riflessione matura della rivelazione biblica, portando l’attenzione non tanto al peccato, quanto all’albero della vita. Quello stesso albero della vita che appare in Genesi e ricompare, poi, solo in Apocalisse (22,12). Ancora, quel peccato originale (fonte primordiale del Male) è riconosciuto da N.G.D. quale concetto irrinunciabile per analizzare il Mondo e sé medesimi. Del resto, sia Kafka che Gómez Dávila riconoscono il lato spirituale dell’esistenza. Pertanto, la tradizione cristiana sembra costituire un baluardo contro la desacralizzazione del mondo. Kafka, come N.G.D., è convinto della colpa dell’uomo: «Noi siamo peccatori non soltanto per aver assaggiato l’albero della scienza, ma anche per non aver ancora assaggiato l’albero della vita. Peccaminosa è la condizione in cui ci troviamo, e ciò indipendentemente da ogni colpa». Quale colpa, per l’appunto, ci si potrebbe domandare. E chissà quale colpa avrà pensato pure K., quando, ad un certo punto, lo stesso Kafka scrive: «Jemand musste Josef K. verleumdet haben, denn ohne dass er etwas Böses getan hätte, wurde er eines Morgens verhaftet». Non ci è dato sapere quale sia la colpa di K., così come non ci è dato sapere la nostra colpa in quanto creature finite: tutti siamo partecipi di una colpa collettiva. Ciò non scoraggia Kafka, né confonde Gómez Dávila:

 

« Noi fummo creati per vivere nel paradiso, il paradiso era destinato a servirci. Il nostro fine è stato mutato; ma nessuno ha mai detto che sia mutato anche il fine del paradiso. » (Kafka)

 

« Qualunque “totalizzazione” dell’avventura umana che abbia pretesa di realizzazione fuori dall’inimmaginabile Gerusalemme celeste sarà solo una prigione totalitaria. » (N.G.D.)

 

Kafka sembra, poi, essere ad un certo punto quasi ossessionato dal male, dal rapporto che intercorre fra esso e noi. E analizza il mondo, scrutandolo con gli occhi di chi, permeato dalle vicissitudini dell’esistenza, e da quell’ineffabile che si presenta in noi, compie il miracolo letterario: la trasposizione di quanto è esistenza in linguaggio necessita proprio d’un genio letterario. Il suo stesso vivere, in effetti, avrebbe forse dovuto condurlo nella pienezza letteraria, al quale il padre era fortemente contrario. Kafka non si sentiva scrittore: egli stesso era scrittura. E secondo Gómez Dávila: «La letteratura è la più sottile delle filosofie, e forse l’unica esatta»E anche: «L’intelligenza letteraria è la capacità di pensare il concreto». Benché il sistema di N.G.D. sia un “sistema asistematico”, mostra la sua attenzione per la riflessione letteraria. Due grandezze che, ancora una volta, vanno intrecciandosi, quando si tratta di affrontare la problematica del Male. Difatti:

 

« Il male è un’irradiazione della coscienza umana in determinati punti di transizione. Apparenza non è propriamente il mondo sensibile, ma il male in esso contenuto, che però, ai nostri occhi, costituisce il mondo sensibile. » (Kafka)

 

« Una filosofia che sopprima il problema del male è una fiaba per bambini tonti. » (N.G.D.)

 

Si nota come il Male non è estirpabile, e, soprattutto, come si apra una diversificazione del mondo, ove si distingue l’apparenza da ciò che invece dovrebbe costituire la vera essenza delle cose. Gli occhi dello scrutatore appaiono qui fondamentali: non tutti oggi concorderebbero con i due autori, eppure, entrambi concordano nel loro impianto di fondo, pur essendo così lontani. Certo è che Kafka potrebbe apparire radicale sulla questione dell’apparenza, quando scrive: «Puoi forse conoscere qualcosa che non sia illusione? Se l’illusione venisse distrutta, dovresti stornare gli occhi o diverresti una statua di sale». 

 

 

Se tutto è illusione, ogni tentativo di conoscenza delle cose è vano. Talmente radicate sono le illusioni, nel mondo, che la loro distruzione è comparata alla caduta di Sodoma e Gomorra: non bisogna voltarsi indietro, semplicemente perché non lo si può più. Un passaggio distruttivo, tagliante, persino agghiacciante: quanti vivono nell’illusione, quanti son pronti a stornare gli occhi? Kafka appare inesorabile:

 

« Da un certo punto in là non c’è più ritorno. È questo il punto da raggiungere. »

 

È la svolta verso la Vera Via, si potrebbe intendere, ossia un cammino verso la propria autocoscienza:

 

« Teoricamente esiste una possibilità di essere felici in senso assoluto: credere nell’indistruttibile in sé e

non cercare di aspirarvi. »

 

È una svolta che prende in pieno la propria esistenza, e da cui non ci si può sottrarre:

 

« La vera via passa su una corda, che non è tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta più per inciampare che per essere percorsa. »

 

Ciascuno, dunque, è chiamato a non inciampare; a percorrere, per quanto possibile, la vera via. Una lotta contro tutto ciò che appare, contro tutto ciò che è nel mondo. Sembrerebbe una lotta radicale persino contro sé stessi. E in tal senso Gómez Dávila non può che concordare: «Nessuno di quelli che conoscono se stessi può assolversi»Tra l’altro, Gómez Dávila è reazionario, e come tale, non può che ribadire la sua condanna del mondo moderno, della società che è andata delineandosi nel corso del XX secolo. Forse perché, anch’egli, con uno stile ricercato e complesso, e mai banale, ci induce a pensare e a riflettere su ciò che non si vede, su ciò che non è più esperibile nel mondo della tecnica globalizzata (al giorno d’oggi), di quella che prendeva oramai le redini del mondo (al tempo di Kafka). Tant’è che scrive N.G.D.:

 

« Il mondo dei sensi è una molecola di polvere nel mezzo di un torrente di acque invisibili. »

 

Sullo stesso tema, Kafka scrisse:

 

« Non esiste che il mondo spirituale; quello che chiamiamo il mondo dei sensi non è che il male nel mondo dello spirito, e ciò che definiamo cattivo non è che la necessità di un breve istante nel corso della nostra eterna evoluzione. »

 

La contrapposizione materiale-spirituale è superata: Kafka notò, è probabile, la falsa contrapposizione tra questi due mondi. E così Gómez Dávila: una simile contrapposizione non inasprisce altro che una falsa distinzione. E il mondo non solo l’ha inasprito, ma si è volto a quanto è puramente materiale, ritenendo lo “spirituale” una fesseria (come sostiene lo scientismo, ad esempio). Kafka prosegue nelle sue osservazioni:

 

« Il fatto che esista solo il mondo dello spirito ci toglie la speranza e ci dà la certezza. »

 

L’analisi di Kafka è tremendamente attuale, così come quella di Gómez Dávila. Lo scavare nello spirituale è un’attività demistificatrice, che ricerca sensi ulteriori perduti nella società capitalistica occidentale, prima, e postmoderna, dopo. Difatti, nota N.G.D.:

 

« Con la scomparsa della loro profondità religiosa, le cose si riducono ad una superficie senza spessore dalla quale traspare il nulla. »

 

Un risultato che si contrappone a qualsivoglia esperibilità dei problemi reali dell’uomo.

Senza mezzi termini, infatti, negli Escolios, afferma:

 

« La società moderna disattende i problemi fondamentali dell’uomo, poiché ha a malapena il tempo di

prestare attenzione a quelli che essa stessa origina. »

 

Pertanto, Kafka e Gómez Dávila sembrano quanto mai alleati, dinanzi ad un mondo che mutava radicalmente, ma che teneva a sé contraddizioni indicibili per i loro contemporanei. E quanto meno, ancora un altro punto saldo in entrambi sembra essere il riconoscimento dell’Assoluto:

 

« La Verità è indivisibile, perciò non può riconoscersi da sé stessa; chi vuol riconoscerla dev’essere menzogna. » (Kafka)

 

« Dio è la condizione trascendentale del nostro disgusto. » (N.G.D.)

 

Questi alcuni dei presupposti comuni dei due autori a quello che si configura come una critica radicale dell’uomo contemporaneo, dell’uomo d’affari volto all’arricchimento, alla scalata sociale (ricorda molto la storia del padre di Kafka), alle logiche capitalistiche che sempre più avrebbero inglobato la società e sciolto ogni divisione tra proletariato e borghesia. La prova sono sempre alcune considerazioni di Kafka:

 

« Come ci si può rallegrare del mondo, tranne che quando ci si rifugia in esso? »

 

« Le preoccupazioni, col peso delle quali i privilegiati si scusano di fronte agli oppressi, sono appunto le preoccupazioni per conservare i propri privilegi. »

 

Perentorio, allo stesso modo, è N.G.D., con un vastissimo repertorio di scolii dedicati allo sfruttamento, alla depauperazione sociale, alle disuguaglianze. Ad esempio:

 

« Il proletariato non detesta altro nella borghesia che la difficoltà economica di imitarla. »

 

Miniatura del "Davanti alla Legge", racconto riportato in "Der Prozess"
Miniatura del "Davanti alla Legge", racconto riportato in "Der Prozess"

 

I due autori sembrano dunque dialogare senza conoscersi, analizzando il mondo partendo da idee non troppo dissimili. Se forse Kafka appare un po’ più limpido nei suoi Betrachtungen, la sua opera letteraria sembra sia una descrizione mirabile d’uno spirito letterario intrappolato in tempi avversi, così come Gómez Dávila stesso precisò di sentirsi. Un’epoca dalle domande scomode: porre domande, scorgere evidenze, dubitare delle «magnifiche sorti e progressive» rende forse anche lo stesso Kafka sulla linea d’onda reazionaria. Scorgiamo uno spirito mai banale:

 

« La sua risposta all'affermazione che forse egli possedeva ma non era fu soltanto tremito e batticuore. »

 

Prosegue, crudelmente, contro chi, è probabile, abbia perso la Vera Via:

 

« Ti sei bardato in modo ridicolo per questo mondo. »

 

Kafka non sembra addurre spiegazioni. Invece ce le mostra limpidamente Gómez Dávila:

 

« In un’economia borghese gli uomini sono dei mezzi usati per acquisire dei beni. »

 

« Chi applica la sua intelligenza solo per agire sul mondo diventa un meccanismo manovrato dall’istinto. »

 

Entrambi sembrano essere gli eredi della antica tragedia greca. Kafka, da un lato, per le tematiche affrontate, così come la grande tradizione classica è presente in N.G.D. Entrambi vedono il Mondo con la maiuscola: le problematiche rimangono esistenziali, prettamente umane. La tragedia, per loro, non si è estinta, ma prosegue ora in differenti modi, fino al limite della comicità dell’uomo odierno, che non riesce più a vedere la reale drammaticità dell’esistenza. Kafka, peraltro, si è interrogato sul senso del sein («in tedesco, le due cose: essere e appartenergli»), oltreché sulle motivazioni che continuavano a spingerlo alla ricerca dell’Assoluto, contrastando con la vita da impiegato, con quella vita costretta, sembrerebbe sia esternamente (a causa della società), sia internamente (a causa del padre). Scrive Kafka:

 

« Un tempo non capivo perché non ricevessi risposta alla mia domanda, oggi non capisco come potessi illudermi di poter fare domande. Ma non è che m’illudessi, interrogavo soltanto. » 

 

Ancora una volta, non dissimili da quelle di N.G.D. furono le sue intenzioni, la comprensione delle proprie limitazioni:

 

« L’uomo comune erra nella notte, il filosofo si sbaglia alla luce del sole. » 

 

Contrastanti sono le posizioni, invece, tra Kafka e Gómez Dávila, per quanto riguarda la riflessione sull’ultraterreno:

 

« La cacciata dal paradiso è un fatto di sempre […] l’eternità del fatto… ci rende possibile non solo il poter restare perennemente in paradiso, ma il restarci, in effetti, e sempre, che noi lo si sappia o non lo si sappia quaggiù. » (Kafka)

 

« L’inferno non sa di essere inferno. Se lo sapesse sarebbe solo un luogo di purgazione transitoria. » (N.G.D.)

 

Non rimane, in conclusione, altro che intravedere la comunità d’intenti, a nostro avviso, impresso così come nell’opera gomezdaviliana, anche in quella kafkiana:

 

« La nostra arte è un essere abbagliati dalla verità. Di vero non c’è altro che la luce proiettata sul viso, che arretra in una smorfia di sbigottimento. »

 

La nostra ipotesi, data anche l’analisi finora condotta, è che Kafka, forse più sottilmente rispetto a N.G.D., concordi con il seguente scolio:

 

« Dobbiamo limitare la nostra ambizione alla pratica di un metodico sabotaggio spirituale contro il mondo moderno. »

 

* Tutte le citazioni di F. Kafka sono tratte da Lettera al padre  Gli otto quaderni in ottavo.

** Tutte le citazioni di Nicolás Gómez Dávila sono tratte da Escolios a un texto implícito.

 

22 ottobre 2019