Lo spettro di ragione e libertà nella metafisica capitalista

 

La logica del sistema è globalizzata e globalizzante. Le premesse teoriche sovrastrutturali estirpano le radici spirituali; la struttura estirpa la rimanente radice materiale. L’amore classico per l’equilibrio e la misura è stato spodestato dall’arricchimento a dismisura. Che la Ragione mondo sia in parte intrinseca all’uomo, che trova fonte, forse, nei suoi istinti più beceri? Siamo certi che la libertà è ben lontana dall’essere raggiunta.

 

di Alessio Canini

 

 

L’intelligenza dell’uomo esula dall’essere «intelligenza fine», per essere, piuttosto, «intelligenza volgare», e cioè «un’escrescenza avventizia manovrata dall’istinto». Perché, come nota ancora Gómez Dávila, «chi applica la sua intelligenza solo per agire sul mondo diventa un meccanismo manovrato dall’istinto» (Escolios, I). Non è forse questo che oggi viene richiesto dalla società ai suoi membri? Non si vuole modificare l’istituzione scolastica a divenire fabbrica, a fornire conoscenze tecniche e competenze spendibili sul mercato del lavoro? Non è la ragione-mondo che si è instillata, oramai, in moltissime istituzioni statali e sovrastatali (si veda l’UE e la BCE e il paradigma del contenimento dell’inflazione e della competitività), arrivando finanche nelle nostre vite? L’imperativo categorico, oggi, non è più solo lavorare ed essere produttivi (con le condizioni imposte dal sistema stesso, che tende allo sfruttamento e all’alienazione degli individui), ma essere competitivi e globalizzati. L’uomo ha perso le proprie radici spirituali; il sistema trova ogni mezzo per estirpare anche quelle materiali. La logica del sistema capitalistico di produzione rimane, nella sostanza, quello di produrre quanto più possibile abbattendo i costi, solitamente. Dunque, riducendo i salari, delocalizzando ed escogitando altri modi per mantenere in auge, ove possibile, una legge bronzea dei salari. Il sistema è volto alla produzione in massa e a modello oramai globale, in cui è importante produrre beni e servizi necessari e non (grazie all’ingegneria sociale!), da vendere ai potenziali acquirenti. Il regno del mercato è un regno multietnico, aperto a tutti, senza distinzione di razza, lingua, religione, sesso. Il mercato produce per vendere. Ove possibile, apre nuove strade per nuovi mercati e nuovi prodotti. La produzione è importante che si mantenga a tutti i costi nel modo più efficiente possibile: alla fine, bisognerà che il profitto sia sempre più grande: bisogna massimizzare la differenza tra ricavi e costi (imprese profit-oriented).  

 

Non è proprio del sistema capitalistico il concetto di limite, così caro, invece, al mondo classico. Si punta a guadagnare sempre di più, ad avere profitti sempre più elevati. La regola aurea è massimizzare. Un concetto che farebbe paura ai grandi filosofi greci, quali Aristotele. Egli scriveva a proposito della κρηματιστικός:

 

« la crematistica ha per oggetto il denaro, e la sua specifica funzione è sapere da quali fonti ricavare il maggior numero di beni, perché la crematistica è un’arte tesa alla produzione di ricchezza e di beni. Non a caso, è idea comune che la ricchezza coincida con l’abbondanza di denaro, perché è il denaro l’oggetto del commercio e della crematistica. […] Quella fondata sul commercio, invece, produce beni, sì, ma non in senso assoluto: produce beni solo attraverso lo scambio di beni. E ha per oggetto il denaro, perché il denaro è elemento e fine dello scambio. E quella che deriva dalla crematistica è una ricchezza che non ha alcun limite. » (Aristotele, Politica, I, 1257b 24)

 

Tutto ciò rimanda a sottolineare uno dei più grandi cambiamenti storici, quello cioè del passaggio dal feudalesimo ad un proto-capitalismo. Come scrisse Gómez Dávila:

 

« Il feudalesimo si fondò su sentimenti nobili: lealtà, protezione, servizio. Gli altri sistemi politici si fondano su sentimenti vili: egoismo, avidità, invidia, codardia. » (Escolios, II)

 

La radice del problema economico in sé sembra essere nient’altro che la vittoria di certi desideri e istinti più bassi dell’uomo. Inoltre, le problematiche economiche di distribuzione della ricchezza e delle enormi disuguaglianze presenti, oggi, a livello globale, hanno radice nel surplus economico e nella sua appropriazione, che ha carattere storico (Ernest Mandel, Introduzione al Marxismo), come è innegabile il fatto che, sin dai suoi albori, tale sistema di produzione si sia affermato più volte con la violenza e nel sangue. A questo proposito, sono efficaci le parole di Immanuel Wallerstein:

 

« Ma è ugualmente vero che i sistemi non riescono mai ad eliminare i loro conflitti interni o ad evitare perfino che assumano forme violente. Questa comprensione è il maggior debito che abbiamo nei confronti del lavoro di Karl Marx. »

 

Delineati i tratti fondamentali entro cui costruire la nostra analisi, possiamo ora rivolgerci alla comprensione della ragione-mondo. Il sistema è andato perfezionandosi soprattutto nella seconda metà del ‘900. Il crollo dei regimi socialisti ha segnato uno spartiacque fondamentale per il potere del sistema capitalistico. Crollando il blocco sovietico, crollava una ideologia e un potere in antitesi; crollava, dunque, una delle barriere al processo di globalizzazione. Il sistema, oggi, è globalizzato e punta sempre più a connettere luoghi e, soprattutto, i mercati. Mercati non solo di beni e servizi, ma, soprattutto, finanziari. Una fitta rete di connessioni tra i mercati evidente, in particolare, nei momenti di crisi sistemica. È sbalorditivo, infatti, come la crisi del 2007 si sia propagata in poco tempo a livello globale. Il sistema è, dunque, sovranazionale e, soprattutto, volge a diventare sempre più virtuale (mercati finanziari, borse, …) e a smaterializzarsi (si pensi anche alle transazioni di pagamento virtuali e alle proposte di abolizione del contante). Ora, il sistema ha interconnesso il globo. Tale interconnessione non riguarda solo le merci, i beni e i servizi, ma è anche interconnessione di stati e di culture, di lingue e di popoli. Le frontiere rimangono, almeno formalmente, ma il Mercato è anche il mercato della forza-lavoro, e, pertanto, è fonte di sradicamento, di migrazioni di massa, di popoli disperati in cerca di un futuro migliore. Il contesto globalizzato è, allora, anche globalizzante e sradicante: delocalizzazione ed eserciti di riserva sono i prodotti di tale avanzamento del sistema. La guerra tra poveri e sfruttati è solamente ampliata. Le lobby e le multinazionali ne traggono giovamento; i contesti nazionali e locali, i popoli e le singole culture sembrano sfidarsi e collidere, anziché volgersi al dialogo. Infatti, la globalizzazione non è crescita dell’uomo, della condivisione e del dialogo, ma ha in sé la radice di un maggiore controllo delle risorse, degli uomini e del potere. Un sistema globalizzato è decentrato, non ha domicilio; come fare guerra alle grandi multinazionali, cioè come combattere un potere che di per sé non è centralizzato e che si dirama in mille direzioni, in mille contesti culturali, sociali e legislativi diversi?

 

 

Il problema, comunque, non risiede nel combattere o protestare contro il sistema. Bisogna, innanzitutto, comprendere che le diramazioni mondiali di tale sistema creano almeno due tipologie di schiavitù: una schiavitù fisica e materiale, per quanto riguarda i mezzi di sostentamento e il tipo di vita condotto. Si pensi ai paesi del terzo mondo, ai paesi, cioè, fonte di immensi guadagni, trattati con la forza, causando il depauperamento di interi luoghi, nazioni e popoli. Un sistema schiavistico a cielo aperto, spesso, come in alcune zone d’Africa o del Sudamerica. Tali continenti sottostanno per debolezza e motivi storici al giogo dell’Occidente. Tuttavia, anche nel civilissimo Occidente il sistema ha creato un modello di schiavitù, oltretutto sofisticato. Stiamo, qui, già entrando nei meandri di un vero e proprio sistema metafisico. Si tenga presente che il sistema attuale ha un suo specifico fine, ben compreso già da Marx e cioè quello dell’arricchimento a dismisura («Accumulare, accumulare! Questo è Mosè e i profeti!»), che è la base stessa della folle disuguaglianza e della vile allocazione della ricchezza, che è oggi sotto gli occhi di tutti. Il sistema ha la sua Ragione interna, dunque, che ne giustifica l’esistenza e che fa capo, in ultima istanza, ai moti interni dell’esistenza umana. E tale Ragione è, come abbiamo visto, una Ragione-mondo. Ora, il sistema ingloba tutti gli individui che appartengono alla società. Ne governa e manovra le vite a proprio piacimento e non è possibile pensare di vivere in società senza accettare, coscientemente o meno, il sistema in sé che la regge. Fin dalla nostra nascita e fino alla morte, siamo confinati in tale sistema. E il sistema si è evoluto in maniera tale da crescere gli individui fin dalla culla e accompagnarli fino alla tomba. I mezzi di propaganda (o pubblicità) e di ingegneria sociale, i mezzi di sostentamento, i mezzi di fruizione delle informazioni e della cultura, sono tutti in mano al sistema. Il sistema è, dunque, un sistema economico, sociale, culturale e, purtroppo, è anche un sistema preso a modello di vita e inculcato, oramai, con tutti i mezzi di persuasione e distrazione, negli individui. Nascere, crescere e, dunque, formarsi come individuo in un contesto prettamente volto al controllo dei soggetti, bombardati continuamente dalla ideologia dominante, significa essere soltanto formalmente liberi. Liberi sì, ma solo fisicamente.

 

8 agosto 2018

 

 

DELLO STESSO AUTORE

Nei meandri metafisici del capitalismo (parte I)

 

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