Senza limiti, senza "fine"

 

Inseguire la vuota aspirazione a non avere limiti significa non dedicarsi alla ricerca del riconoscimento di quali siano quei particolari limiti di ostacolo alla realizzazione del proprio credere, con cui è giusto e doveroso confrontarsi; volerli invece oltrepassare tutti indiscriminatamente è come abbandonarsi ad un vagare senza meta, nel mare indefinito dei desideri, il cui appagamento ci si illude possa rendere felici.

 

di Simone Basso

 

Giano bifronte
Giano bifronte

 

Se ne sente parlare nelle chiacchiere per strada, se ne abusa senza ritegno nei video motivazionali, lo ripetono ossessivamente nelle pubblicità in televisione. Non esistono limiti. E se esistono bisogna immediatamente oltrepassarli, combatterli e abbatterli. I limiti di qualunque tipo essi siano devono essere superati, bisogna volere di più, sempre più di quello che si ha, di quello che si è, o di quello che si riesce a fare. Il limite che ti “ferma”, che preclude la soddisfazione immediata di un desiderio, è ormai quasi sempre visto come negativo indipendentemente da quale esso sia; tale retorica tesa ad esaltare un’effimera bellezza dell’illimitato, evita di confrontarsi con un’analisi critica su cosa sia il limite.

 

Se da una parte il non accontentarsi di ciò che si è, ovvero avere la forza di riconoscere le proprie mancanze, permette di compiere un passo in avanti nel percorso verso il miglioramento di se stessi e una maggiore comprensione del mondo, dall’altra parte il credere che la propria felicità possa dipendere dal superamento di ogni limite che si presenti, è un’illusione. Spesso giustamente si attribuisce al limite un’accezione positiva in funzione dell’opportunità che offre, ovvero il poter essere superato. Questa proprietà è sicuramente benefica, ma in questo senso il termine limite è inteso in maniera riduttiva rispetto al proprio significato; così definito infatti viene concepito semplicemente come l’elemento che preclude l’ottenimento di ciò che si desidera, quando invece il suo significare, in realtà, è ben più ampio. Ci si illude che ogni limite dell’essere umano sia ciò che si interpone sulla strada verso la felicità. Ma non è così. L’errore sta nel confondere il significato di limite con quello più specifico di difficoltà.

 

Nel corso della propria vita si riconoscono un insieme di significati e valori che orientano il proprio agire nelle azioni di ogni giorno. Così, in maniera più o meno consapevole, le nostre azioni riflettono tali valori. Nel fare ciò sicuramente si troveranno delle difficoltà. Queste difficoltà sono la vita stessa che si apre alla libertà dell’uomo, al quale è affidata la responsabilità di riconoscere e affermare il proprio credere, migliorandolo di volta in volta. È possibile intendere queste difficoltà come degli ostacoli. Le difficoltà sono quella particolare categoria di limiti che si frappongono tra sé e ciò che si vuole, ovvero la realizzazione di quei valori ai quali si crede. Esse ricoprono un ruolo fondamentale nella vita, in quanto il percorso verso la realizzazione di qualcosa a cui si aspira, non esiterebbe se non ci fossero quelle difficoltà che dall’individuo vengono affrontate e che arricchiscono, concretizzandolo, il valore perseguito. Risultano quindi estremamente importanti tutte le criticità affrontate nella propria vita.  Qualora tali difficoltà non fossero di ostacolo alla realizzazione dei valori che ci si è posti, esse non potrebbero essere chiamate tali. Le difficoltà infatti risultano essere le condizioni specifiche (i limiti particolari) che sono d’impedimento a ciò che si vuole ottenere o diventare, siano tali impasse un tratto caratteriale, una certa condizione personale o sociale. (Per approfondire si veda: La lacerante bellezza del contraddittorio di Antonio Martini).

Che cos’è il limite? Il limes era il nome con il quale venivano chiamate le rocce che facevano da confine nella divisione degli spazi o dei terreni (sui quali erano talvolta incise le due facce di Giano bifronte, al quale era simbolicamente affidato il compito di sorvegliare da ambo le parti). Il termine limite è quindi strettamente legato al significato di “confine”, usato per distinguere le proprietà, in altri termini: delimitarle. Il significato originario di limite non si riferisce quindi a degli ostacoli, o delle costrizioni, bensì alla definizione dei confini.

 

I limiti in generale risultano essere l’insieme concreto delle condizioni in cui si agisce; essi infatti non rappresentano degli ostacoli da abbattere perché il loro superamento non porterebbe a compimento nessun obiettivo o valore; essi, a differenza delle difficoltà, sono la manifestazione del contesto entro cui si accetta di perseguire un determinato scopo.

 

Dal momento in cui intercorre un certo lasso di tempo tra il voler qualcosa e l’ottenerlo, seguirà che ogni altra necessità sopraggiunta sarà da intendersi come limite. Non per questo tali necessità diventeranno gli elementi da abbattere per riuscire a realizzare ciò che si vuole, ma semplicemente saranno delle condizioni da soddisfare nel corso della vita, cioè dei limiti da rispettare in funzione dell’affermazione del proprio volere. Ad esempio, il tronco di un albero caduto trasversalmente nel mezzo del nostro percorso rappresenta un limite che diventa una difficoltà, perché, come detto, ci rende più arduo il proseguimento del cammino verso l’arrivo; se invece quel tronco fosse caduto parallelamente alla direzione che si sta percorrendo, esso rappresenterebbe allo stesso modo un limite del nostro stare nel percorso, nei confronti cioè della posizione in cui siamo, ma non una difficoltà, perché non sarebbe richiesto, in vista della nostra meta, di superarlo.

 

Ogni condizione dalla quale si è dipendenti è un limite del proprio essere, così come lo è il tronco a lato del percorso, ma non per questo il vivere di ognuno deve avere come obiettivo l’eliminazione di tutte queste limitazioni. Tali condizioni al contrario possono risultare utili a meglio comprendere chi si è e la posizione in cui ci si trova, e devono essere accettate, almeno fin tanto che non diventino un ostacolo diretto alla soddisfazione del valore che si vuole realizzare. Se infatti ci si accorgesse che una meta di maggior valore si trovasse al di fuori del sentiero che in precedenza si stava percorrendo, quel tronco che prima era un semplice limite, che si era accettato nella propria vita, assumerebbe i connotati di una difficoltà, con la quale sarà necessario e doveroso confrontarsi.

 

Ogni soggetto è costantemente sottoposto a delle limitazioni. Credere che si possa un giorno non avere limiti è illusorio almeno quanto lo è credere di poter trovare la felicità nel mero superamento di uno o più di essi. La condizione di felicità eventualmente successiva al superamento di un ostacolo o di una difficoltà, non deriva direttamente dall’averla oltrepassata, ma dal valore che l’aver superato quel determinato impedimento ha permesso si realizzasse.

 

Joseph Mallord William Turner, “Italian landscape” (1828)
Joseph Mallord William Turner, “Italian landscape” (1828)

 

Non tutti i limiti sono ostacoli. Molto frequentemente i limiti a cui la vita condiziona vengono percepiti come negativi perché è assente il riconoscimento di un valore da affermare. Quando ciò avviene risulta che anche qualora un limite non rappresenti un ostacolo alla realizzazione di uno scopo, esso sia sentito come tale, e quindi causa di una perenne insoddisfazione. Senza una meta da raggiungere, ogni tronco d’albero caduto, in qualsiasi posizione esso si trovi, verrà identificato come un limite capace di inficiare la nostra felicità. Allo stesso modo senza una meta da raggiungere, il vivere di ogni giorno rimane un superficiale aggirarsi senza una direzione, in un continuo ed infruttuoso scontrarsi con ostacoli che non sarebbe necessario affrontare. Si inizia allora a credere di poter raggiungere la felicità solo ponendo come obiettivo del proprio vivere l’appagamento di ogni desiderio, l’abbattimento di ogni condizione posta, e più in generale il mero superamento, senza fine, di ogni limite anche qualora esso non rappresenti una necessità.

L’esigenza che si sente, non è quella dell’abbattimento di ogni limitazione verso l’incremento di un’indefinita potenzialità dell’uomo, ma la ricerca di quei valori per i quali tale potenza ha senso che venga espressa.

 

Non si potrà mai essere felici, se alla felicità si fa coincidere il superamento di ogni limite, semplicemente perché non potrà mai esistere una condizione umana che sia illimitata. La felicità infatti può essere raggiunta mediante l’accettazione dei limiti a cui si è condizionati, la quale (accettazione) sarà capace di donare quella soddisfazione dello spirito, essenziale al vivere in serenità; contemporaneamente a ciò, tale appagamento potrà sostenere la ricerca continua, tesa al miglioramento di sé, mediante il superamento di quei particolari limiti che si è definito essere difficoltà.

 

Credere di voler vivere alla continua ricerca di una perenne e indefinita illimitatezza illude e distrae.

Non tutti i limiti devono essere superati, o meglio l’obiettivo della vita non deve essere il mero superamento di un limite. Credere di poter trarre una maggiore felicità dall’essere riusciti a ottenere qualcosa che non si aveva, oppure di essere riusciti a fare qualcosa che non si sarebbe pensato di riuscire a compiere, indipendentemente dalla finalità che si voleva realizzare, è il dramma a cui, nella postmodernità, si continua ad assistere. Nessun gesto ha una finalità altra da quella che diamo alla nostra stessa vita.

 

19 luglio 2018