Con-vincere, per vincere insieme

 

Voler convincere non significa voler imporre all’altro la propria idea, ma aspirare a mettere alla prova più radicalmente possibile ciò in cui si crede, attraverso il confronto.

 

di Simone Basso

 

Francesco Rosina, “Il confronto”
Francesco Rosina, “Il confronto”

 

Il pensiero critico è ciò che permette di elaborare una visione del mondo capace di comprendere, di volta in volta, aspetti e valutazioni che in precedenza non si erano tenuti in considerazione, e ri-comprendere in una miglior sintesi, l’insieme delle relazioni di cui la realtà si compone. È importante distinguere allora gli aspetti più favorevoli allo sviluppo di un sano pensiero critico. Fare ciò significa fare filosofia, come ben mostrato nell’articolo di Maddalena Tommasi “Il nostro super-potere: il pensiero critico”. Lo sviluppo di una visione più lucida del reale è sicuramente favorito dall’incontro e dallo scambio di opinioni con l’altro, ma non ci si illuda che basti un semplice alternarsi di battute con chi la pensa diversamente da noi (a rigore chiunque altro) per realizzare tale obiettivo. Esso deve piuttosto essere perseguito attraverso una dura e perseverante messa alla prova dei propri argomenti, con gli altri e, ancor prima, con se stessi. Infatti proprio in virtù del percorso che ha reso possibile lo svilupparsi di quella certa opinione, quel pensiero potrà definirsi più o meno giusto.

Sono molti coloro che nelle discussioni di ogni giorno si dichiarano “aperti al confronto” e allo “scambio” di idee con gli altri, ed in generale con tutti coloro che la pensano diversamente. Tanto che l’espressione “essere chiuso mentalmente” viene spesso utilizzata per definire qualcuno a cui si vuole attribuire una particolare forma di bigottismo, con una connotazione quindi negativa. A ragione, infatti, la prima condizione per un confronto è ascoltare e prendere in considerazione ciò che viene detto, anche da parte di chi è molto lontano dalle proprie idee. Risulta però evidente che ciò non sia sufficiente a realizzare quello che si è appena chiamato “confronto”.

Se tutti coloro che si dichiarano “aperti” andassero realizzando giorno dopo giorno un reale dibattito, dovremmo assistere ad un continuo avanzamento delle idee di tutti, ad una costante evoluzione verso una società più preparata e capace di procedere verso un miglioramento della condizione di ogni essere umano, perché sempre più consapevole delle individualità altrui e del bene comune di cui ognuno è partecipe. Eppure l’andamento non sembra essere così lineare. Ogni giorno si assiste a discussioni infuocate o a piatti botta e risposta tra chi la pensa diversamente. Ma quanto spesso questo scontrarsi diventa incontro? 

 

Giacomo Francesco Cipper, detto il Todeschini, “La rissa” (1736)
Giacomo Francesco Cipper, detto il Todeschini, “La rissa” (1736)

 

Così, nel mezzo di una società di “aperti”, si fa difficoltà a trovare un dialogo e un confronto che si possano definire tali. Il più delle volte succede, al contrario, che i locutori trasformino la discussione in una contrapposizione testarda ed infruttuosa, oppure che si arrendano semplicemente a rimanere ognuno dell’opinione iniziale, senza nemmeno provare a convincere l’altro dei propri argomenti e limitandosi fin dalle prime dichiarazioni a voler solo esprimere il proprio parere. È importante, allora, soffermarsi su come il realizzarsi o meno di un reale confronto non possa prescindere dalle intenzioni che i dialoganti mirano a concretare nel momento in cui si trovano l’uno di fronte all’altro.

Prendiamo in analisi il termine convincere. Il più delle volte viene attribuita a questa parola un’accezione negativa, come se il convincere qualcuno di una certa argomentazione significasse imporre il proprio sapere all’altro, in maniera autoritaria e costrittiva. In vista di una modifica dei propositi che in una discussione i partecipanti vogliono realizzare, è utile intendere questa parola in maniera differente. Andandone ad approfondire il significato, infatti, si nota che la particella con- (cum) posta davanti al verbo vincere fa riferimento al “mezzo” con il quale tale vittoria viene realizzata. Non esiste quindi un con-vincimento, capace di costituire una vera vittoria, che non tenga in considerazione il modo in cui tale vincita vada a realizzarsi, ovvero del processo che l’ha resa possibile. Nel caso di una discussione, il mezzo attraverso cui il convincimento da parte di uno dei due dialoganti dovrebbe realizzarsi è costituito dalla validità delle ragioni e delle argomentazioni, a supporto di un’opinione o dell’altra, senza le quali non si potrebbe verificare quella presa di consapevolezza degli elementi che precedentemente non erano stati considerati.

Diverso, invece, è ciò che avviene nella maggior parte dei confronti quotidiani. Ciò che sembra verificarsi, più che il tentativo di un reale convincimento e di un conseguente miglioramento delle altrui opinioni, è una reciproca opera di “persuasione”. Il verbo “persuadere” si riferisce al comportamento di colui che non mira a convincere, ovvero ad ottenere un’evoluzione del giudizio attraverso un “mezzo”, rappresentato dalle ragioni a supporto di quel giudizio. Bensì, tramite una seduzione, un rendere apparentemente piacevole la tesi proposta, e migliorarla non nel suo contenuto, ma nella sua forma retorica. Farlo apparire attraente, senza però dare ragione della sua attrattività. Un atteggiamento persuasore è il comportamento di colui che vuole indurre qualcuno a credere in qualcosa o a mettere in pratica determinate azioni, indipendentemente dal “confronto” realizzatosi. La persuasione quindi non tende a rendere cosciente e consapevole l’altro rispetto alle sue proprie credenze, ma a far sì che l’altro decida di compiere o credere ciò che qualcuno vuole che faccia o creda. Esemplificatori di ciò che accade in questi casi sono i monologhi, le lunghe retoriche e i discorsi che, con parole efficaci, inducono a porre fede in qualcosa, facendo sì che l’argomento proposto risulti a prima vista seducente, ma senza mostrare le motivazioni per cui sarebbe giusto concedere quella fiducia. “Indurre a credere” in questo senso, è cosa ben diversa dal convincere, in quanto, anche qualora si riuscisse a far credere a qualcuno qualcosa, ciò in cui costui crederà non sarà frutto di tutte le relazioni sviluppatesi intorno a ciò che viene creduto, ma una mera idea atomizzata, un mero elemento nozionistico. 

 

« Oggi è raro incontrare persone che credano di possedere la verità; ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione. » (Hannah Arendt, Antologia. Pensiero, azione e critica nell'epoca dei totalitarismi)

 

Ottorino Mancioli, “Contrasto aereo"
Ottorino Mancioli, “Contrasto aereo"

 

Per non far apparire questa analisi eccessivamente semplificatrice degli elementi presenti in un dialogo, è necessario soffermarsi su un ulteriore aspetto. Si è parlato fino ad ora di come il convincere, nel senso appena descritto, debba essere l’intenzione che muove una discussione, affinché si realizzi un reale confronto; intendendo il confronto come messa alla prova e miglioramento delle proprie opinioni in seguito alla valutazione di argomenti sostenuti dall’altro con il quale ci si confronta. Nel momento in cui le opinioni vengono espresse, però, una discussione non può essere ridotta a priori ad una semplice contrapposizione tra chi ha ragione e chi ha torto. Ciò può accadere nel caso in cui le argomentazioni dell’uno, siano già conosciute anche dall’altro, il quale potrà mostrarne i difetti e i limiti. Altre volte però, elementi presi in considerazione dall’uno non sono conosciuti dall’altro, e viceversa. In questi casi la contrapposizione delle opinioni fino ad allora sostenute, da parte di entrambi i partecipanti al confronto, si rivelano mal fondate. È proprio a partire dallo spaesamento, ovvero dalle argomentazioni contrarie alle proprie che hanno portato a mettere in crisi le visioni del mondo finora possedute, che sarà possibile la ricerca e il determinarsi della nuova concezione e del nuovo pensiero, comprendente del processo e del confronto, realizzatosi. A patto che si sia in grado di riconoscere i limiti del proprio pensiero fino a quel momento sviluppato, l’autentica aspirazione a voler con-vincere l’altro non può che trasformarsi sempre in una vittoria.

 

12 maggio 2018