La democrazia assente

 

La soluzione ai nostri problemi di una democrazia diretta è, nei migliori dei casi, poco più che retorica. E non è un caso che ad essa si associ l'altro grande fenomeno alla ribalta: il populismo. Ecco perché il recente desolante scenario, che si è esteso dal referendum costituzionale a queste imminenti elezioni politiche, è destinato a perdurare.

 

di Gabriele Zuppa

 

Appena un anno fa l'Italia era chiamata a decidere sulla Costituzione e il “dibattito” era per lo più scandito da tecnicismi quali «scrofe», «accozzaglie», «fritture», ecc. Ora è chiamata a scegliere tra personaggetti che gareggiano su chi se ne esca con le promesse più grosse e credibili al tempo stesso, a suon di accuse di incompetenza (magari additando curricola poco meno che evanescenti), di razzismo, di fascismo, ecc. Di politica non c'è traccia e, tanto meno, di politica democratica. A dipingere lo scenario raccapricciante bastano poche parole, queste di N. Gómez Dávila:

 

« Il suffragio universale non pretende che gli interessi della maggioranza trionfino, bensì che la maggioranza lo creda. » (Escolios, I)

 

George Caleb Bingham, “The County Election” (1851-1852)
George Caleb Bingham, “The County Election” (1851-1852)

 

Così, il vero contributo politico che potremmo dare non verrà tanto dall'aver apposto una crocetta su tale o talaltro simbolo, ma nello smettere di contribuire alla sostanza antidemocratica di questa Italietta di inizio XXI secolo. La democrazia, benché non possa darsi senza suffragio universale e senza lo schierarsi di ciascuno, non si riduce a questi elementi: la democrazia non si riduce al volere della maggioranza, non si riduce alla partitocrazia. Non ha ragione chi vince, ma chi, attraverso il confronto, sarà riuscito a svolgere le migliori argomentazioni. Se le argomentazioni non vengono svolte, allora non ci sarà stata vittoria di nessuno. Ci sarà qualcuno che governa, ma con una legittimità povera. La povertà della legittimazione è quel che caratterizza le democrazie fittizie di questo inizio di secolo. Lo sviluppo delle argomentazioni produce infatti una consapevolezza trasversale, un aumento del senso democratico della propria comunità, un'unità di scopi nell'accettazione delle differenze che vanno messe alla prova – dell'argomentazione prima, dei fatti poi. La politica, come la vita, è un esperimento. Invece la politica dell'Occidente finora ha conosciuto perlopiù scontri tra classi, scontri tra partiti; ora, pare, tra fazioni dall'identità evanescente, volubile come l'andamento della borsa, come le sensazioni di una folla. Dopo lo slancio post '89 si è iniziato ad additare i fallimenti della classe politica, senza prospettiva e corrotta, per poi iniziare la campagna contro di essa – contro la politica stessa. Sì che le prospettive ancora mancano, il confronto sembra volatilizzato e, a rimanere, è uno sterile scontro.

 

Giulio Romano, “La caduta dei giganti” (1532-1535)
Giulio Romano, “La caduta dei giganti” (1532-1535)

Meglio, ma non tanto nel resto dell'Occidente. L'Europa a più riprese nondimeno dà l'impressione di disgregarsi (dal referendum sulla Brexit alle elezioni politiche francesi): forse perché (ancora) non è un progetto – un ideale –, ma un mezzo per capricci e convenienze passeggere? Gli Stati Uniti – la più grande democrazia del mondo, si dice, sic! – propongono polemiche da quartiere nella figura del loro presidente Trump (da ultimo quella con Kim Jong-un sulla grandezza del loro bottone nucleare) e soluzioni con una lungimiranza massima del dopodomani (dai muri sul confine al trasferimento dell'ambasciata a Gerusalemme).

 

Avremo recato beneficio all'essenza della nostra Repubblica democratica, se non avremo contribuito alla deriva alla quale tristemente assistiamo: se ci saremo sottratti alla becera polemica. Faremo del bene alla Repubblica costituzionale quando attaccheremo meno e ascolteremo di più; quando non parleremo di persone, ma di idee; quando, mentre invocheremo un diritto, sottolineeremo un nostro dovere. Quando mostreremo agli altri, con l'esempio, ciò che ci aspetteremmo da loro, come vorremmo l'Italia del futuro, l'avvenire dell'Occidente.

 

Platone e Aristotele
Platone e Aristotele

L'idea di democrazia è intimamente legata al concetto di partecipazione. Così fin dalle sue prime grandi teorizzazioni, le quali, contrariamente a quel che comunemente si ritiene, sono quelle di Platone ed Aristotele. L'immagine di Socrate, che importuna i cittadini di Atene perché rendano conto del loro sapere, spiega il concetto platonico di dialettica: solo nel confronto – nel dialogo serrato, non nella chiacchiera – può emergere la verità. Partecipazione che va estesa a tutti: più povero sarà il confronto meno sarà data la possibilità della verità. La democrazia quindi consiste nella creazione delle condizioni perché ci si confronti. Così si esprime Aristotele nel III libro della Politica:

 

« Essendo in molti, ciascuno ha la sua parte di virtù e di saggezza, sicché dalla loro unione si ottiene una specie di uomo solo dotato di molti piedi, di molte mani e capace di ricevere molte sensazioni; che da ciò avrebbe innegabili vantaggi anche nel comportamento e nell'intelligenza. »

 

Non solo nel confronto si mette in comune il proprio sapere, ma lo si aumenta; si tratta di una ricerca vera e propria. Peraltro, dove non ci fossero condizioni democratiche, comunque il sapere dei singoli sarebbe, anche quello, nato dal confronto – o con la loro cerchia familiare o con gli autori dei libri che hanno letto. Perché allora non estenderlo per potenziarlo?

Se la democrazia consistesse solo nel momento decisionale, nel momento delle elezioni; se tutti votassero su tutto, ma il confronto fosse minimo – sarebbe chiaro che una tale presunta democrazia sarebbe una catastrofe non preferibile a nessun'altra organizzazione politica. Si avrebbe una massa di ignoranti, artefice del proprio destino, artefice della propria disfatta.

 

Con impareggiata lucidità lo aveva spiegato Taine in Le origini della Francia contemporanea (1875), commentando le derive a cui la sua Francia era andata incontro nell'ultimo secolo. Derive che oggi chiamiamo populiste. Ecco il populismo spiegato in un periodo:

 

« Domandare l'opinione del proprietario, sottomettere cioè al popolo francese i progetti della sua futura abitazione, era troppo visibilmente una finzione o un inganno: in casi del genere la domanda determina sempre la risposta e, d'altronde, anche se questa risposta fosse stata libera, la Francia non era certo più di me in grado di darla; dieci milioni di ignoranti non fanno un sapiente. »

 

A che servono le elezioni allora? Non costituiscono certamente l'essenza della democrazia, anzi la loro sola presenza non garantisce la democrazia, ma piuttosto il suo contrario. Esse costituiscono però uno strumento di controllo, un momento in cui la comunità politica si prende il tempo di guardare complessivamente all'operato svolto, valutarlo, quindi di scegliere come e con chi procedere. Lo stesso avviene nella vita di tutti i giorni, quando decidiamo di essa: ci rivolgiamo a degli esperti (medici, pasticcieri, giornalisti, ecc.), perché da soli saremmo perduti. Ma siamo noi a valutare di volta in volta, in base ai risultati che otteniamo, a chi affidarci. E la nostra possibilità di cambiare è altresì un monito per gli esperti, che sono tenuti a dimostrare costantemente di essere tali; poiché il loro riconoscimento come esperti non è né per sempre né a priori. Noi li eleggiamo: una garanzia per noi, una motivazione per loro.

 

« L'idea di una democrazia razionale non è che il popolo stesso governi, ma che esso abbia garanzia di buon governo. Questa garanzia non si può avere con altro mezzo che conservando nelle proprie mani il controllo ultimo. Se si rinuncia a questo, ci si consegna alla tirannia. » (J.S. Mill, Su La democrazia in America di Tocqueville, 1835-1840)

 

Il sacro tempio della democrazia deve essere riedificato: è il compito della filosofia neomoderna
Il sacro tempio della democrazia deve essere riedificato: è il compito della filosofia neomoderna

 

Ma, come ci è sempre più manifesto, senza una vita associativa e partecipativa la garanzia è destinata ad assottigliarsi, lasciando la possibilità di scelta tra alternative fittizie, che si rassomigliano terribilmente, che perfino non appaiano più come alternative e che producono quel noto astensionismo che è andato crescendo negli anni. Le alternative non ci sono perché i politici sono espressione della politica che la nostra vita quotidiana produce, nei nostri gesti, nelle nostre parole, nei nostri atteggiamenti, nelle nostre aspettative. I politici sono scandalosi perché siamo noi a non scandalizzarci di quel che fanno e dicono, perché tolleriamo in loro quel che in fondo riconosciamo in noi. Ci disaffezioniamo alla politica perché già da tempo ci siamo disaffezionati a noi stessi: una politica deprimente espressione delle nostre anime depresse, appassite nel deserto postmoderno che qui non ci stancheremo di raccontare e denunciare.

 

7 febbraio 2018