Natale razionale

 

La tradizione trabocca di sapienza. Ma il postmoderno non vi sa vedere nulla, se non ciò che gli è proprio: fideismo e miseria della verità. Invece...

 

Giovanni Paolo Pannini , “La predicazione dell'apostolo Paolo” (1744)
Giovanni Paolo Pannini , “La predicazione dell'apostolo Paolo” (1744)

 

V'è più ragione nella Bibbia che nel nostro tempo postmoderno. Sia mai che oggigiorno – nella congiuntura in cui regna l'arbitrarietà delle fake news, della postverità, dell'equivalenza delle interpretazioni, del prospettivismo solipsistico – vi sia più ragione proprio nella tradizione la presa di distanze dalla quale ha generato questo marasma? Forse potremmo perfino scommetterci, scommettere che nel silenzio profondo al di qua di quel baccano tremendo ci sia dischiusa una possibilità inaspettata; che un futuro, che si preannuncia, rischiari differentemente il nostro passato e che questo, trasfigurandosi, trovi continuità nel futuro.

 

Certo, forse la presunzione e l'ignoranza postmoderna fanno sì che ciò che è più prezioso sia andato e stia andando perduto, ma forse si può sperare che, soffocati dalla miseria che ha creato, si possa recuperare ciò che non è poi così lontano, ma con vitalità, con una consapevolezza nuova, con uno spirito che si era spento sotto il manto di sclerotizzazioni secolari.

 

N. Gómez Dávila
N. Gómez Dávila

 Così, come coglie non senza ironia Gómez Dávila:

 

« La storia dell'incredulità è ancor più ricca di episodi grotteschi che la storia religiosa. » (Sucesivos escolios a un texto implícito, 1992)

 

Quanto non risulta vero tanto più oggi che si crede a qualsiasi cosa, senza l'abitudine, senza la capacità di accertamento, di ricerca, di problematizzazione? Il fideismo non è malattia propria della sfera religiosa, ma ombra lunga della presunzione.

 

Il distacco dalla tradizione religiosa, ma pure metafisica, e filosofica in generale, è fittizio: a quelle tradizioni non si sa più attingere e fondamentalmente di esse non si sa nulla. Perché ciò che viene “insegnato” nelle istituzioni e divulgato nelle piazze non è quella tradizione, ma la pochezza di millantatori non all'altezza del ruolo che ricoprono. Non rappresentano che se stessi e la loro miseria. Il caso più eclatante di questa deriva è stato offerto da Eugenio Scalfari qualche giorno fa, quando non solo ha dato prova di non essere all'altezza di Platone e Aristotele, ma nemmeno di un manuale di liceo.  

 

 

Ecco, per tutti quelli che si riempiono la bocca di filosofie, metafisiche, religioni, ecc. per sentito dire, valgano qui ancora le parole caustiche di Gómez Dávila:

 

« Abbondano coloro che si credono nemici di Dio e riescono ad esserlo solo del sagrestano. » (ivi)  

 

Il tanto bistrattato San Paolo avverte che ciò che conta non è ciò che si dice – l'erudizione letterale, le «fatue verbosità» (1Tm 1,6) – , ma ciò che si fa; non ciò che si fa in ossequio alla legge e all'autorità prestabilita, ma ciò che si fa perché ci si crede. Crederci significa capire ciò che si dice (1Tm 1,6) e non agire nell'ignoranza (1Tm 1,13).

 

Nell'interpretazione fideistica corrente della fede si potrebbero intendere come contraddittorie altre parole di Paolo, quando per esempio afferma: «non è giustificato alcun uomo per le opere della legge, ma solo in forza della fede in Gesù Cristo» (Ga 2,16). Si tratterebbe quindi non di capire e agire con cognizione di causa, ma per fede. Ma che cosa è la fede e, segnatamente, che cosa può significare avere fede in Gesù?

 

Guido Reni (1575-1642), “Giovanni evangelista”
Guido Reni (1575-1642), “Giovanni evangelista”

 

Nel Prologo del Vangelo di Giovanni viene asserito che «in principio era il Verbo (il λόγος, la ragione)» (Gv 1,1) e che «la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità divennero realtà per mezzo di Gesù Cristo» (Gv 1,17). Si dice quindi che Dio è λόγος, ma che la ragione principio di tutte le cose si fa manifesta – se ne comprende la verità – solo con Gesù. Come è noto, Gesù è Dio, sì che la verità di Dio – del λόγος, del principio razionale legge di tutte le cose – si fa evidente in Se stesso nella figura di Gesù.

 

La legge non è dunque vera perché ripetuta dai dotti o perché scimmiottata da degli stolti, ma perché se ne coglie la verità nella figura di Gesù. La fede in Gesù Cristo, alla quale Paolo esorta, non sembra affatto essere quindi un fideismo cieco in Dio, ma tutt'altro: fede nella verità che finalmente in Gesù si fa chiara.

 

Ma perché, si vorrà subito chiedere, fede nella verità? Non è la verità proprio ciò che non ha bisogno di fede? No, per due ragioni fondamentali. Innanzitutto, se Dio nell'esempio di vita di Gesù si fa manifesto, questa sua manifestatività non lo esaurisce: noi non ci eleviamo a Dio, non diveniamo noi stessi Dio nell'illuminazione che proviene dalla figura di Gesù. Nondimeno, la comprensione della verità si accresce negli anni, nella propria ricerca personale e comunitaria, sì che ciò che raggiungiamo non è mai definitivo e di ogni momento provvisorio non possiamo che aver fede, perché sappiamo che sempre verrà sopravanzato da una rinnovata e più divina verità. L'ulteriorità della verità è proprio ciò che sappiamo esistere perché ne abbiamo sempre testimonianza in ogni nostro progresso, nel nostro cammino di ricerca; quindi la verità non è mai al riparo dall'errore: questa consapevolezza, la nostra umiltà acquisita, fa sì che essa rimanga pur sempre fede; non solo: sappiamo proprio che la verità attuale non si esaurisce in se stessa, ma rimanda ad altro, a ciò che non sappiamo ancora cosa sia, ma che sappiamo esistere e sappiamo sopraggiungerà come da sempre è accaduto.

 

Valentin de Boulogne o Nicolas Tournier, “San Paolo che scrive le sue lettere”, XVI secolo
Valentin de Boulogne o Nicolas Tournier, “San Paolo che scrive le sue lettere”, XVI secolo

 

Allora Paolo può affermare: «La fede è garanzia delle cose sperate, prova per le realtà che non si vedono» (Eb 11,1). Dobbiamo interpretare fideisticamente questo passo, così come ci è stato insegnato e sempre si fa, ovvero ritenere che Paolo asserisca che la fede fa credere alle cose che si ignorano? O non possiamo ora capire che la fede, la fiducia che nasce dal comprendere è garanzia di ciò che si spera? È quindi quella fede, che è assieme sapere, nell'ulteriorità della verità che è prova dell'esistenza di ciò che ancora non si sa. Infatti poi Paolo spiega: «Per la fede, noi comprendiamo che i mondi furono formati per una parola di Dio, di modo che da cose non visibili è derivato ciò che non si vede» (Eb 11,3). La fede sa, è per la fede che sappiamo che c'è dell'altro oltre a ciò che si sa, ovvero che ciò che si sa non è tutto ciò che c'è da sapere.

 

Obietterà qualcuno che così si forza il testo? Ma non è piuttosto una forzatura l'interpretazione del detrattore del Cristianesimo che nulla sa se non per sentito dire o del sacrestano che spesso, non meno di qualche professoruncolo delle università o dei licei, crede di sapere solo perché scimmiotta delle parole? Il loro sapere presunto razionale è una fede stolta e verbosa, mentre la fede nel Verbo è verità che si mette alla prova, nelle parole e nelle azioni, come su tutti testimoniò Gesù. Che, spietatamente, ammonisce:

 

Guercino (1591-1666), “Gesù caccia i mercanti dal tempio”
Guercino (1591-1666), “Gesù caccia i mercanti dal tempio”

 

« Guai a voi, scrivi e farisei ipocriti, poiché pagate la decima sulla menta, sull'aneto e sul cumino e poi trascurate i precetti più gravi della legge, come la giustizia, la pietà, la fede. Queste cose bisognava osservare, pur senza trascurare quelle altre. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!

 

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l'esterno della coppa e del piatto, e dentro rimangono pieni di rapina e d'immondizia. Cieco fariseo, pulisci prima l'interno della coppa e poi anche l'esterno di essa sarà pulito.

 

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, poiché siete come sepolcri imbiancati che all'esterno appaiono belli a vedersi, dentro invece sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine. Così anche voi all'esterno apparite giusti davanti agli uomini, ma nell'interno siete pieni di ipocrisia e d'iniquità.

 

Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, poiché innalzate i sepolcri dei profeti e ornate i monumenti dei giusti dicendo: “Se fossimo nati ai tempi dei nostri padri, non ci saremmo associati a loro nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di quelli che uccisero i profeti e colmate la misura dei vostri padri! » (Mt 23,23-31)

 

5 dicembre 2017

 

 

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