“Economia dell’inquinamento” tra costi e opportunità

 

L’ambiente mostra le sue due facce: da passivo e vittima delle speculazioni finanziare, a protagonista nel mondo dell’economia sostenibile e nella prevenzione dell’emergenza ambientale.

 

di Giacomo Pegoraro

 

 

Un tema rilevante nel panorama economico, politico e sociale di oggi è l’inquinamento con tutte le sue coimplicazioni. Sempre più assiduamente si ritaglia spazi nei servizi di tg e riviste, quasi fosse un nuovo trend.

 

Negli ultimi mesi non è certamente passato in sordina il caso di Greta Thunberg, la ragazza svedese pioniera delle proteste, sostenuta da giovani di tutto il mondo, volte a chiedere un deciso cambio di rotta in materia di inquinamento. Fiumi di giovani hanno inondato le piazze delle città durante i Fridays for Future armati di striscioni con frasi emblematiche, goliardiche e più o meno ironiche. Gli effetti dell’inquinamento e dei suoi danni collaterali come i cambiamenti climatici sono sempre più evidenti con eventi atmosferici di portata eccezionale, da fronteggiare sempre più di frequente, e, nondimeno, è aumentata l’incidenza di problemi di salute, la cui causa primaria è da individuarsi proprio nei fattori inquinanti. Le stime di uno studio pubblicato sulla rivista European Heart Journal parlano di 8,8 milioni di decessi in più all'anno dovuti all'inquinamento atmosferico. 

 

Tutto ciò ha un notevole costo economico sia in termini di prevenzione che di risanamento. Le implicazioni economiche di un innalzamento della temperatura pari a 2 gradi centigradi entro il 2100 secondo Moody’s Analytics costerebbe una cifra pari a ventisette volte il debito pubblico italiano, ovvero 69 trilioni di dollari, stime che però sono al ribasso poiché non tengono conto per esempio dei danni delle catastrofi naturali, in quanto eventi straordinari non così accuratamente prevedibili. 

 

L’incremento dei profitti per alcune aziende, in primo luogo grandi multinazionali, ha rappresentato e rappresenta una minaccia ambientale e sociale: per questo la green economy è un freno per quelle realtà innanzitutto poco lungimiranti e poco sensibili che non hanno saputo coglierne le opportunità. Stando ad un rapporto di Greenpeace, le principali aziende responsabili dell’inquinamento, in questo caso da plastica monouso, sono: Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Danone, Johnson e Johnson, Kraft Heinz, Mars, Nestlé, Mondelez, PepsiCo, Procter & Gamble e Unilever. Ma vale qui la pena menzionare anche le “famigerate cento”: nel rapporto del 2017 l'organizzazione londinese CDP (Carbon Disclosure Project), che opera per divulgare i dati sulle emissioni delle aziende private, ha riferito che sono cento le società responsabili di ben il 71% dei gas serra.

 

Spesso gli stabilimenti inquinanti sono posti nei quartieri abitati da persone meno abbienti che sono le prime a pagarne le spese sulla propria pelle.

 

 

Che l’interesse economico abbia spesso prevaricato il rispetto dell’ambiente è noto: chi non ricorda lo scandalo Dieselgate che travolse il settore automobilistico qualche anno fa? Molti altri sono i casi di rilevanza nazionale, come – tra gli altri – il caso Pfas o quello che si protrae ormai da anni delle crociere che ogni giorno solcano la laguna di Venezia con conseguenti danni ambientali (le navi da crociera a Venezia inquinano come 820.000 auto) e al patrimonio, che si traducono poi in costi per la città, violata per il guadagno a breve termine di qualche centinaio di persone. 

 

La vicenda più recente riguarda l’Amazzonia, dove la foresta viene devastata da un incendio che si protrae ormai da troppo tempo: a monte di ciò c’è lo sfruttamento delle risorse del polmone verde più grande del mondo, che ogni anno viene depredato di chilometri quadrati. Motivo primario della deforestazione di quest’area del Sud America è procurare spazio per gli allevamenti e le coltivazioni per sfamarli. Agli incendi in Amazzonia sono seguite le dichiarazioni accusatorie del Presidente brasiliano Bolsonaro, il quale, per deviare l’attenzione dal suo “fallimento” nel preservare la foresta, arrivava perfino ad additare i gruppi ambientalisti di esserne i colpevoli, tacendo “strane coincidenze” come il fatto che, nonostante siano aumentati gli incendi, le sanzioni siano diminuite.

 

 

L’ecosostenibilità averebbe però in serbo molte opportunità economiche: sono tante le startup sorte negli ultimi anni che sono la testimonianza di come si possa creare guadagno anche con soluzioni verdi.

Un aspetto non meno importante è l’efficienza: le alternative sostenibili non fanno bene solo all’ambiente, ma, a pari costo di produzione o a costo leggermente maggiore, si ottengono risultati più performanti che nel lungo termine consentono di accedere ad un significativo beneficio per il portafoglio: il classico esempio è quello delle lampadine LED, alla lunga più efficienti e durature a parità di dispendio energetico.

Un monito, captato dall’esperienza storica, lo fornisce Yuval Noah Harari nel suo libro ormai celebre, Sapiens. Da animali a dèi:

 

« Imparare come imbrigliare e convertire l’energia in maniera efficace risolse anche l’altro problema che rallenta la crescita economica: la scarsità di materie prime. »

 

 

Alla luce di queste considerazioni si può evincere che le nostre abitudini personali, sebbene siano magari delle piccolezze, devono necessariamente cambiare; ma il passo più grande che ci resta da compiere per scongiurare un degradamento ancor più repentino del pianeta è influenzare la politica in modo tale che si adoperi per mettere in campo un piano di misure per attuare regolamenti di sviluppo e mettere in funzione tecnologie per ridurre l’inquinamento in modo massiccio.

 

Alcuni ricercatori dell’Università di Bologna, in uno studio pubblicato sulla Review of Environmental Economics and Policy, sostengono che comportamenti virtuosi in tema di cambiamento climatico possano innescare un effetto domino di imitazione, anche tra Stati e istituzioni. Più nel dettaglio:

 

« Seguendo le teorie economiche classiche si arriva a formulare previsioni piuttosto pessimistiche sulla nostra capacità di affrontare il problema del cambiamento climatico, ma la nascita e la diffusione dei tanti movimenti dal basso per la riduzione delle emissioni che abbiamo visto negli ultimi tempi sembra smentire questa impostazione. Il nostro studio mostra il potenziale delle iniziative locali e suggerisce alle istituzioni di promuoverle come esempi da diffondere a tutti i livelli. […] Nei paesi in cui il livello di fiducia reciproca è alto, sono maggiori le azioni intraprese dai singoli cittadini per la riduzione delle emissioni, questo perché ci si aspetta che i propri concittadini, e magari anche i cittadini di altri paesi, si impegneranno allo stesso modo per favorire il bene comune. »

 

Il denaro usato per il contrasto del cambiamento climatico, in quest’ottica, si rivela quindi un investimento di cui tutti, indistintamente, ne traggono vantaggio in termini di benessere. 

 

 

Si pensi solo che continuando con il trend attuale, stando ad un rapporto della Banca Mondiale, si stima che entro il 2050 ci saranno 143 milioni di persone che migreranno per i fenomeni legati al cambiamento climatico. Se ripristinare è impossibile, lenire gli effetti è d’obbligo.

 

17 settembre 2019