La nuova frontiera della dittatura: la Cina ed il tecno-panoptismo

 

Gli eventi degli ultimi anni in Cina hanno scosso il mondo, ma questi avvenimenti fungono solo da detonatore e le conseguenze potrebbero svolgersi su scala globale: in quale destino incorrerà la legge?

 

 

Di questi tempi piuttosto singolari, vicende come quelle di Socrate e Thoureau risultano più attuali che mai. Sia le leggi interne ai singoli stati, sia quelle interstatali e sovrastatali sono state vittima di una pesante battuta d’arresto, subendo aberrazioni e mutando in chimere, in un mondo in cui l’etica è l’eterna seconda rispetto a potere e tecnica; ma un caso peculiare attira l’attenzione più di altri: la Cina.

In un mondo ormai globalizzato, gli avvenimenti del paese sinico sono ormai alla portata di tutti, per quanto, trattandosi di un regime totalitario, esistono deficit informativi che nascondono più di quanto dichiarano. Tra le notizie che più hanno generato sconcerto e angoscia irrompe con violenza l’annuncio dei tragici avvenimenti di Hong Kong, città indipendente ormai sabotata, fagocitata e resa “innocua” dal regime autocratico. L’invasione virtuale è avvenuta tramite un cavillo legale situato proprio nell’articolo 18 della Basic Law, la legge fondamentale hongkonghese: l’annesso 3 dell’articolo espone come tutte le leggi nazionali presenti nel medesimo annesso vengano applicate allo stato satellite, con la possibilità di aggiornare ed aggiungere nuove norme alla legiferazione in vigore. La Cina è stata, negli ultimi tempi, teatro di svariati scontri violenti nelle piazze, eppure gli ultimi mesi hanno visto un’ultima Thule del tutto singolare: il primo campo di battaglia, infatti, sono state le trincee della legge, a colpi di codice civile e codice penale, per sbarcare, infine, in un colpo di Stato legalizzato dallo Stato stesso.

 

 

Già ad aprile, Pechino si è svincolata dall’articolo 23 della legge fondamentale, la quale stabilisce che nessun ente sotto l’egida di Xi Jinping possa immettersi di propria iniziativa negli affari interni del porto profumato; articolo sul quale i gruppi democratici, come Demosistō, contavano per mantenere la propria indipendenza: viene, così, minato il principio “Un paese, due sistemi” su cui si era costruita la pace, rivelatasi fasulla.  In questo quadro il ruolo di punta è stato giocato con il lockdown attuato dal governo, causato dalla pandemia, che se da un lato ha impedito ai democratici di scendere in piazza per protesta, dall’altro ha impedito agli stessi gruppi di non considerare la chiusura totale come una strategia di Pechino. Le proteste sui blog, in un paese mediaticamente controllato, hanno destato l’attenzione del governo centrale che, addirittura, ha accusato i “rivoltosi” di essere una minaccia alla sicurezza nazionale.

A maggio scoppia in un centro commerciale il primo effettivo scontro tra alcuni giovani dimostranti e la polizia, che giunge ad utilizzare spray lacrimogeni per placare la rivolta. In questa situazione viene utilizzata anche la norma per il contenimento dei contagi come giustificazione per incarcerare i dimostranti: questo, però, non fermerà i democratici che daranno dimostrazione della propria forza alla fine dello stesso mese, contro l’ufficializzazione di quella che sarà conosciuta come “Legge sulla sicurezza nazionale” che entrerà in vigore il 30 giugno, alla vigilia della cerimonia della resa della colonia britannica alla Cina, sedando in questo modo ogni possibile dimostrazione che ispiri indipendenza.

 

Manifestanti di Demosistō, organizzazione democratica hongkonghese
Manifestanti di Demosistō, organizzazione democratica hongkonghese

 

L’obiettivo che si pone la nuova legge è la totale repressione di reati come secessione, terrorismo, sovversione verso lo Stato, impossibilità di intromissione negli organi statali centrali e istituzione di specifici comitati che controllino il pieno eseguirsi di questa legge, bypassando, quindi, la legislatura locale di Hong Kong e tacciando di terrorismo qualsiasi azione o pensiero che orbiti attorno ad ogni libertà che possa definirsi democratica. Eppure, a ben guardare, questa legge sembra quasi priva di fondamenta, dato il fluttuante ma non cristallino significato attribuito a specifiche terminologie come quella riferita alla sicurezza nazionale, ripetuta nel testo fino allo stremo, assenza di chiarezza su quelli che possono essere definiti reati, termini vaghi come salvaguardia. L’ampia gamma di crimini, la scarsa trasparenza di essi e l’eccessivo peso dato alle condanne, che possono oscillare dai 3 ai 10 anni, generano il cocktail perfetto per rendere poco chiara la stessa legge, piegando la popolazione ad un’autorità che sradica l’umanità stessa, rimuovendo la possibilità di chiedersi il “perché” e, per converso, la capacità di comprendere le contraddizioni vigenti nella realtà: in una parola la possibilità di pensare.

 

 

Franz Kafka spiega meglio di altri come lo statuto della legge sia accessibile proprio grazie alla possibilità di essere parte della legge stessa: durante uno dei suoi incontri più singolari, Josef K si reca in una chiesa in cui incontra un sacerdote, il quale, tutt’a un tratto, pare essere a conoscenza della difficile situazione del protagonista. A questo punto, non si sa se per condannarlo o aiutarlo, decide di raccontargli una storia, presente nelle sacre scritture, dal dubbio significato: un uomo di campagna si reca davanti alla prima porta della legge, ove stanzia una sentinella che si proclama il guardiano della legge. L’uomo domanda di poter entrare ma la guardia glielo impedisce, dicendogli che non è il momento giusto, spiegando anche che esistono altri guardiani con altrettante porte gradualmente più potenti e che nemmeno la guardia stessa può riuscire a vedere: l’uomo decide, allora, di dedicarsi a quell’obiettivo per il resto della sua vita, trascorrendo con quella sentinella interi decenni fino al sopraggiungere della morte. Quando gli domanda come mai, nonostante tutti aspirino alla legge, nessuno abbia mai chiesto di essere ammesso alla legge a parte lui, la risposta della sentinella è spiazzante: quella porta era destinata solo a lui e, adesso che giungerà a miglior vita, andrà a chiuderla (cfr. F. Kafka, Il processo, cap. IX).

Questa storia rappresenta una delle esplicazioni del concetto della legge più attuali mai offerte: man mano che ci si addentra nella sua articolazione si diventa sempre più tutt’uno con essa, e quindi la si può comprendere e modificare a seconda delle esigenze del momento. Questa metafora usata da Kafka non è semplicemente concettuale ma fortemente pragmatica, infatti essere-nella-legge significa esserne nel “corpo”, quindi nella sua capacità di azione e applicazione, quasi una consustanzialità fondamentale. In altri termini solo chi è al comando può porre in atto la legge, determinando l’atroce dialettica del dentro-fuori rispetto ad essa; dove con "fuori" si intende, chiaramente, sotto la legge, nel grave senso di subirne il peso del corpo, alterando i concetti di giusto e sbagliato. In questo modo si risolve anche il paradosso dell’uomo che ha atteso tutta la vita per potervi accedere senza sapere che quell’ingresso spettava solo a lui di diritto, si potrebbe dire "per legge": chi potrebbe mai sapere che qualcosa è sua per legge senza conoscere la legge stessa e, quindi, senza farne parte?

Sarà legittimo ora chiedersi cosa c’entrino Socrate e Thoureau. Le loro diatribe politiche rappresentano delle rinunce alla propria libertà in quanto uomini: il primo, infatti, rinuncia alla propria libertà di autoconservazione, il secondo alla propria libertà di pensiero. Socrate fu costretto a scegliere tra la sua vita e l’esilio, schierandosi in favore della prima e affermando a gran voce che la sua condanna era ingiusta in quanto la legge era stata, da lui, applicata alla lettera, ma l’errore di cui è stato vittima è l’interpretazione della legge da parte dei giudici e per questo decise di non fuggire, perché altrimenti avrebbe contribuito ad «avvalorare l’opinione dei giudici, per cui si crederà che abbiano emesso una sentenza giusta» (H. Arendt, Disobbedienza civile, Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, Milano 2020, p. 12). L’interpretazione socratica della legge, profondamente diversa da quella dei suoi boia, fa emergere come chi non fa parte del corpo di legge cade sotto il peso di essa, magari entrambe le interpretazioni sono valide allo stesso modo ma il sotto-la-legge incorre in e accetta un destino di passività.

Il caso di Thoureau, meno conosciuto ma in egual misura emblematico, rappresenta, invece, il cedere della propria etica alla prepotenza di una legge ritenuta sbagliata: egli finì in carcere in seguito al rifiuto di pagare l’imposta elettorale ad un governo che favoriva la schiavitù, permettendo, però, poi a sua zia di farlo per lui, e ottenendo così la scarcerazione. La sua protesta contro l’iniquità della legge rappresenta il rifiuto verso l’intero corpo legislativo, non verso la sua interpretazione, facendo prevalere una legge interiore sulla legiferazione stessa, l’etica sulla politica. A Socrate viene tolta la vita, a Thoureau la faccia, ad entrambi la libertà d’azione e di pensiero, riducendoli ad automi il cui obbligo morale viene piegato alla volontà altrui e riconducendo concetti come giusto e sbagliato alla diatriba dentro-fuori la legge.

 

 

La vera domanda non è, quindi, cosa ci facciano qui i due “disobbedienti esemplari”, bensì: di cosa sono vittima gli abitanti di Hong Kong? Della legge? Della sua interpretazione? Forse di entrambe ma ciò che c’è di più inquietante è la macabra decapitazione del concetto stesso di essere umano: viene, così, sacrificata sull’altare della “giustizia” la capacità umana di poter interrogare la realtà nella sua esperienza, viene smussato e intorpidito il silenzioso dialogo tra me e me stesso (cfr. H. Arendt, Disobbedienza civile, cit., cap. 1) intento a costruire un’idea bilanciata fra bene e male, fra giusto e sbagliato e capace di regolamentare il profondo essere-relazione dell’umanità nella sua relazionalità con il mondo.

Ma in Cina la riduzione dell’umano ad azione senza pensiero è cominciata già nel 2014, quando fu approvata una legge che permette l’attuazione di un sistema di credito sociale, entrato in vigore l’anno seguente, allo scopo di sorvegliare i cittadini, concedendo premi e punizioni sulla base del loro comportamento. Nelle città in cui è partita la sperimentazione alcuni ispettori vagano per la città interpellando i cittadini su quel che accade nel territorio, coadiuvati, in città più grandi, da svariate migliaia di telecamere, con sensore di riconoscimento facciale, che riprendono h24 la vita dei cittadini; come se non bastasse il controllo mediatico influisce sulla valutazione degli abitanti basandosi sui dati di navigazione. Sulla base delle singole azioni, ai cittadini vengono assegnati o rimossi dei punti, entrando così in una graduatoria che può assegnare benefici oppure rimuovere le agevolazioni guadagnate. Ogni azione definibile corretta fa afferenza a quella che viene definita integrità sociale, ma che significa integrità? Solitamente si definisce integra una persona i cui capisaldi morali sono riscontrabili nell’agire quotidiano: in questo specifico caso, però, una persona è integra se è fedele allo Stato, rispettando quelli che sono i principi di una dittatura, ancora una volta senza chiedersi il perché di certe azioni ma compiendole come un automa che è conscio solo di ciò che deve fare. E se, un giorno, tra le azioni buone e giuste venisse inserito il finanziamento dei cittadini a favore di una guerra, e che quindi i cittadini fossero costretti ad obbedire senza poter esprimere le loro opinioni, dove andrebbero a finire i criteri di bene e male? Sarebbe corretto finanziare la morte a “vantaggio di qualcun altro”, alienando la vita e riducendola a mero mezzo per la felicità di qualcuno? E di chi poi? A questo punto, ci si chiederebbe ancora il motivo di certe azioni?

 

Accorre ancora una volta Kafka a metaforizzare ad arte questi ingegnosi eventi di controllo, e questa volta non con un racconto nel racconto, bensì tramite un’avventura in cui incappa il protagonista stesso: dopo essersi recato dal pittore Titorelli alla ricerca di aiuto per la sua condanna, Josef K è costretto ad andare via dal loculo in cui si trova per correre a risolvere le sue peripezie con la legge. A quel punto l’artista gli mostra una scorciatoia che passa attraverso la soffitta del palazzo, ritrovandosi immerso in pile di codici penali e atti del tribunale, metafora che mostra come le leggi siano penetrate nel focolare domestico, senza alcun ritegno per il candore della famiglia, per il rispetto della privacy e la libertà di pensiero ed azione in nostro potere in quanto esseri umani (F. Kafka, Il processo, cap. VII). La legge del non-pensare-solo-obbedire ha riformattato il classico concetto di umano, rendendolo cieco, sordo e muto agli eventi di cui sarà vittima, sostituendo il pensiero con la nozione di obbedienza cieca.

 

Günther Anders, filosofo tedesco. Fu marito di Hannah Arendt
Günther Anders, filosofo tedesco. Fu marito di Hannah Arendt

 

Quel che mira a fare la Cina è la creazione di un nuovo stadio dell’umanità, quello che Günther Anders chiama il mostruoso«uno sterminio istituzionale e industriale di persone» e si potrebbe aggiungere anche etico. «Ci furono dei capi e degli esecutori di queste attività» e «milioni di persone furono messe e mantenute in una condizione in cui erano all’oscuro di tutto» (G. Anders, Noi figli di Eichmann, Casa Editrice Giuntina, Firenze 2018, pp. 24-25). La differenza qui è che non solo gli esecutori ma le stesse vittime possono essere appellate, come Eichmann, esseri ormai privi di raziocinio ed etica, il cui unico caposaldo saranno i precetti a-valutativi di uno Stato totalitario. Parlare di “semplice” totalitarismo, dato il risultato, sarebbe riduttivo e fuorviante: forse sarebbe più appropriato parlare di tecno-totalitarismo; questo, però, è un termine ambivalente in quanto può significare sia la dittatura della tecnica, sia una dittatura supportata dalla stessa tecnica. Sarebbe, allora, più appropriato parlare di tecno-panoptismo.

Il termine panopticon risale a Jeremy Bentham, nome con cui il filosofo britannico indicava un carcere ideale costituito da una torre centrale, in cui risiede il controllore, circondato dalle celle a portata di osservazione: la struttura non solo permette di poter vedere (opticon) tutto (pan), ma fa sì che gli stessi prigionieri siano sempre tenuti sotto un perenne controllo. In realtà il controllo dei prigionieri non è effettivo ma virtuale, infatti è chiaro che un guardiano non può tenere sotto stretta osservazione centinaia di detenuti e, proprio a motivo di ciò, l’obiettivo della prigione è quello di far interiorizzare ai prigionieri l’idea di essere continuamente sotto stretta sorveglianza, per quanto questo non accada davvero: la capacità di controllo mentale messa in atto rende i sorvegliati incapaci di ogni azione autonoma, sabotando, così, ogni possibile azione ribelle ma, allo stesso tempo, disumanizzandoli, perché resi incapaci di comprendere il motivo delle loro azioni e appiattendoli su una norma comune generata dalla paura.

Proprio per questo motivo, la situazione nel paese sinico è anche peggiore di ciò che si pensi, perché atti come donare il sangue e aiutare il prossimo (atti degni di encomio secondo il regime) non sono incentivati da una natura eticamente stabile, bensì da un premio concesso da un ente terzo (lo Stato) che non ha nulla a che fare con quanto accaduto tra donatore e donatario.

Dal punto di vista sociale, una società tecno-panoptica irrigidisce l’essere umano, non considerandolo sotto il profilo della parità orizzontale del co-esistere in quanto umani in “egual misura”, violentando il concetto di uguaglianza, e favorendo, invece, il valore strumentale dell’umanità: l’altro diventa solo un mezzo per la propria autoconservazione. Il valore stesso della cura viene interiorizzato non come precetto etico, né come valore di condivisione ma come un diktat in vista dell’utile; l’homo oeconomicus ha superato sé stesso facendo porto ad una economia narcisistica del sociale. E se, come dice Margaret Mead, la civiltà ha avuto inizio grazie alla cura verso l’alterità, adesso l’economico non solo è in grado di spiegare l’economico e il non-economico ma addirittura rigetta tutto ciò che non ricada sotto una convenzione economica. E’ stato legittimato e legalizzato il valore strumentale dell’umanità: siamo al tramonto della civiltà.

Nell’era della globalizzazione, le crisi dei singoli governi non passano certo inosservate, come ad esempio quella che sta mettendo in ginocchio l’America e il governo Trump: venuto a conoscenza dei pericolosi avvenimenti in Cina, Mike Pompeo ha dichiarato che gli U.S.A. cancelleranno lo status commerciale privilegiato con la Cina, danneggiando l’economia di entrambi, ma in realtà ciò che c’è in ballo è molto di più. Come una bilancia globale, ad un paese in declino se ne sostituisce uno in ascesa: la crisi americana non solo costituisce una filatura nel fragile vetro dell’economia occidentale ma rappresenta anche la perdita del baricentro di riferimento di tutto il pianeta, l’America come la terra delle possibilità. E se per sostituire la democrazia americana un domani dovessimo ispirarci al totalitarismo cinese? Quel che accadrà dipenderà dall’umanità del futuro, ma se ciò avrà luogo non ci sarà più una umanità di cui e con cui poterne parlare, si potrà solo dire, con le parole di Anders, che noi "saremo stati" umani (G. Anders, Brevi scritti sulla fine dell’uomo, Asterios editore, Trieste 2016, p. 57).

 

24 agosto 2020