Il dono dell'assenza: paradosso della crisi sociale

 

La crisi mondiale che l’umanità sta attraversando ha impattato sulla ripetitività del nostro quotidiano, catapultandoci in una crisi sociale senza precedenti. Un arresto improvviso della socialità che ha reso possibile la costruzione di una nuova normativa di convivenza. Il dono è sempre stato considerato come il fondamento dei rapporti sociali diretti ma, ad oggi, l’unico vero dono possibile è quello della nostra reciproca assenza, un paradosso che si sovrappone a quello della cura della distanza per la salvaguardia della salute mondiale.

 

Si è sempre cercato di capire il fondamento dei rapporti sociali, ciò che spinge gli esseri umani a legarsi fra loro. Cosa hanno in comune una famiglia, una società lavorativa e una comitiva di amici? Cosa li spinge ad “unirsi”? Quale forza dirompente reclama il primato di forza che lega gli esseri umani? Attorno a quale sole gravita l’umanità per definirsi “unita”? Non è mai facile risalire all’origine di qualcosa, perché sarebbe necessario fuoriuscire dai gangli della storia per porsi in un “prima” così lontano da doversi trovare in un prima-di-tutto. Nel caso dei rapporti sociali questo prima-di-tutto è obliato, quasi fagocitato dalle “strutture” burocratiche, scientifiche e tecnologiche che oscurano l’essenziale, il “primitivo” dei rapporti intrattenuti dalle comunità umane. Queste strutture irrompono nella quotidianità sociale, allontanandoci da quel principio, a volte dimenticato, che lega indissolubilmente un dialogo di cortesia con il cassiere del supermercato alla conversazione imperativa di un datore di lavoro con il suo subalterno, l’educato “buongiorno” all’anziano che abita sul nostro pianerottolo all’amorevole bacio della buona notte di un genitore al proprio figlio prima di rimboccargli le coperte[1]. Se si provasse a rimuovere questa oppressiva e contingente velatura di quotidianità strutturata, che ci inscrive in ruoli e riquadri, soggetti tanto al tempo quanto alla situazione e agli individui, forse l’essenzialità dei rapporti umani verrebbe alla luce. E, ahimè, la crisi mondiale attualmente in atto è il terremoto sociale esemplare per mezzo di cui la ripetitività costruita del giornaliero, della routine, viene momentaneamente (si spera!) seppellita sotto le macerie della coercizione che mira a tutelare la salute pubblica. L’esser-relazione dell’umanità, che si consuma con l’alterità, senziente e non, è stata costretta, dal giorno alla notte, in una camicia di forza che riduce la sua quotidianità all’osso, al minimo indispensabile, ma forse, in questo caso, si potrebbe dire: all’essenziale.

 

SARS-CoV-2, un virus poco conosciuto, scorrazza, ormai, a piede libero per l’intero pianeta, mettendo in ginocchio intere nazioni, spinte sull’orlo della crisi, e in casi peggiori anche al collasso. Per impedire, o quantomeno limitare, il diffondersi del contagio, l’OMS ha invitato tutti gli abitanti delle nazioni colpite (ormai di tutto il globo) a ridurre al minimo i contatti ravvicinati, a non frequentare luoghi affollati e ad uscire il meno possibile di casa, salvo in qualche caso di necessità. Ad aggravare la situazione, i governi delle nazioni in stato di emergenza hanno sancito la chiusura di esercizi non essenziali, per impedire la morbilità del virus, quali luoghi d’incontro come bar, pub, ristoranti, parchi ecc. In questa maniera sono state falciate improvvisamente le nostre abitudini; la tranquillità della ripetizione è caduta vittima della necessità, spingendo società intere a doversi difendere da se stesse, in un mondo in cui la minaccia è interna tanto allo stato quanto agli individui, una minaccia poco manifesta che sta avallando una condizione sociale in cui ogni componente è un fucile con il colpo in canna per il proprio simile.

 

La necessaria risposta allo stato di emergenza ha minato le basi della struttura del quotidiano, ha sgretolato la fittizia “sovrastruttura” dei rapporti sociali, costringendoci ad una guerra di trincea apparentemente di tutti contro tutti ma realmente di tutti-per-tutti. Indubbiamente una formidabile fatica, soprattutto per i più giovani, restare a casa rinunciando alla tanto ricercata vita sociale, ma solo in questo modo (si spera!) si potrà tornare alla ormai agognata normalità strutturata. Per il momento tutti possono aiutarsi concedendosi una mutua assenza incondizionata. Così facendo, il legame assume una connotazione diversa, in cui tutti in preda allo stesso mare in burrasca, collaborano all’unisono con la stessa condotta per lo stesso fine: l’umanità, adesso, si riconosce in un atteggiamento unanime di tutti a favore di tutti. L’angoscia, che ha sostituito la paura in questo periodo, ha evidenziato il minimo comune denominatore della reciprocità per la salvaguardia eguale della salute: ogni individuo deve rinunciare alle sue abitudini cristallizzate, di modo che tutti possano trarre un generale guadagno della salute, a patto, però, che tutti s’impegnino per fare la loro parte. Ognuno concederà la salvaguardia dell’altro solo regalando la propria assenza all’altro senza mezzi termini, perché questo cataclisma comunitario ci ha resi inevitabilmente uguali, equamente soggetti allo stesso male e potenzialmente letali per i nostri simili.

 

Marcell Mauss (1872-1950)
Marcell Mauss (1872-1950)

 

Così facendo, il legame sociale assume una connotazione nuova e, allo stesso tempo, antica, diversa ma comune: oggi si sta vivendo sotto la medesima costellazione di pericoli in cui i rapporti sono regolati da semplici ed “elementari” gesti di dono e di scambio ineluttabilmente reciproci. È solo tramite l’operatore del dono che si sta realizzando la coesione sociale. Ciò che sta emergendo è la radice primigenia del legame sociale, una radice, come la definisce Marcel Mauss, pioniere dello studio filosofico del dono, arcaica: termine, quest’ultimo, che sta ad indicare un «ordine del passato: ma si tratta di un ordine del passato che viene sempre riattivato, di uno strato fondamentale della socialità il cui oblio è paradossalmente necessario al suo funzionamento nel presente»[2]. Allo stesso modo in cui un albero non potrebbe mettere foglie senza radici, i costrutti del quotidiano non potrebbero esistere senza il fondamento del dono.

 

Una volta fatta risorgere dall’oblio, la radice sociale del dono riacquista legittimità nei rapporti umani, consentendoci non solo di comprenderlo al meglio, ma di viverlo quotidianamente, per mezzo non solo di una normativa governativa, ma anche di un fondamento etico marchiato a fuoco nella natura umana. Il dono non ha una definizione effettiva, quasi non possiede una consistenza ontologica, ma funziona allo stesso modo della gravità: non lo si può vedere ma se ne riconoscono gli effetti. Marcel Mauss, infatti, cerca di uscire da questa impasse logico-linguistica, parlando ripetutamente di dono-scambio e di scambio-dono[3], superando anche le cristallizzazioni del significato con cui il dono è stato ripetutamente definito nel corso della storia[4]. Il dono è costruito sul rapporto triadico dare-ricevere-ricambiare, con cui si mette in campo una conviviale generosità ed una solidale reciprocità , entrambe atte a far sì che nessuno nella società resti a mani vuote e che tutti entrino in questo circolo di unità e solidarietà: A che dona a B, che dona a C, che dona a D ... che dona ad A. Ma in questo ring di generosità assume importanza vitale un quarto tempo, il momento zero della domanda, senza il quale «Il triplice obbligo di dare-ricevere-ricambiare girerebbe a vuoto»[5]: per donare a qualcuno, si suppone che egli lo chieda, ne abbia bisogno o che lo desideri. E cosa ci stiamo richiedendo scambievolmente oggi? Di cosa si ha un impellente bisogno? Della nostra mutua assenza. La strada del ritorno alla nostra normalità dovrà passare inevitabilmente per la via dell’assenza, dell’anaffettività e della lontananza; siamo costretti alla passività e al lento trascorrimento del tempo in cui dobbiamo fermarci oggi per correre più veloci domani.

 

 

Nulla però rispecchia meglio questo paradigma del dono delle svariate migliaia, tra medici e infermieri, che prontamente hanno risposto all’appello di soccorso provenienti dalle zone più colpite. Con una dilagante generosità ed una contagiosa reciprocità, questi coraggiosi angeli dimostrano una solidarietà incomparabile, mostrando come, per quanto essi si trovino “dall’altra parte”, siamo tutti esseri umani, affermazione di un autentico e genuino umanismo, senza bandiere, senza stendardo e senza barriere.

 

Fa capolino, all’interno di questa riflessione sulla reciprocità, un concetto sapientemente elaborato da Alain Caillé, sotto in nome di incondizionalità condizionale, per mezzo di cui «Tutto ciò che viene richiesto va immediatamente ceduto per far capire che si sta puntando sulla scommessa incondizionale di una alleanza, senza cui si riprecipita subito nella guerra»[6]. È solo accettando e consolidando questa alleanza di lontananza che si può passare allo stato calcolatorio della scommessa: si entra, pertanto, in una singolare forma contrattuale di do ut des a sfondo utilitario, la cui condizione di misura è l’accettazione incondizionata di ogni richiesta.

 

A fronte di questo nichilismo sociale e biologico e di questa angoscia dominante, il dono dell’assenza viene a coincidere sino a sovrapporsi con il vivo concetto, assai presente nel pensiero contemporaneo, di cura. Vissuto in sordina dagli albori del pensiero occidentale, negli ultimi decenni la sua nozione pervade il pensiero odierno e mai come in questo singolare periodo, la sua importanza investe la nostra esistenza nella sua totalità. La favola di Igino interpreta al meglio la nozione di cura: un giorno la Cura modellò dal fango cretoso l’uomo, nel quale Giove infuse il suo spirito, rendendo così la natura umana composta di Terra e di Cielo. Il grande Dio Saturno, allora, decretò che giunto il tempo della morte, il corpo dell’uomo sarebbe tornato alla Terra e lo spirito a Giove: ma durante il suo trascorrere la vita, l’uomo sarebbe appartenuto alla Cura. L’umanità nasce dalle mani della Cura, che lo governa fino allo scadere dei suoi giorni.

 

La trasparenza di questo mito apre le porte alla ferrea interpretazione heideggeriana in cui la cura si pone come uno statuto fondativo e fondante nella vita dell’uomo. Essendo struttura fondamentale dell’essere-nel-mondo, la cura esprime la relazionalità dell’umanità con il resto dell’esistente, senziente e non, suddividendosi in due “atteggiamenti”: autentico e non autentico. La cura inautentica è rivolta verso l’oggettualità del mondo, quindi un essere-insieme; la cura autentica è rivolta verso il mondo senziente, espressione del co-esistere. L’umanità, quindi, vive nelle mani della cura e senza di essa l’umanità viene costretta in un mondo non autenticamente umano.

 

Il vivere non-senza-cura ha trovato terreno fertile nel pensiero di Giuseppe Semerari che ne riassume il significato intrinseco e il senso profondo per mezzo del termine insecuritas, «Preoccupazione, pensiero angustiante e perturbante»[7]. La natura deficitaria dell’essere umano rende essenziale la dimensione dell’insecuritas in quanto: «Egli non può riuscire a sussistere per se stesso – selbständig in qualche misura –  se non disponendosi a dipendere effettivamente, in qualche misura dalla Natura e dagli Altri»[8]. Questa dichiarazione di interdipendenza raggruppa gli evidenti pericoli dell’epoca presente, sottolineando la sì fragile natura umana ma, soprattutto, la straordinaria capacità dell’umanità di superare le difficoltà non come individui isolati ma come gruppo: una umanità la cui reciprocità si presenta come baluardo della resistenza contro la contingenza a cui siamo sottoposti.

 

La connaturalità e l’intreccio di dono e cura come qualità essenziali della natura umana evidenziano una papabile risposta alla pandemia attualmente in atto, a patto, però, di accettare la nostra fragilità, la nostra temporalità ma soprattutto la nostra comunità. Prendendo coscienza che vittoria e sconfitta dipendono esclusivamente da noi, dobbiamo preliminarmente accettare questi eventi come una guerra di logoramento, dove ciò che non deve cedere è questo dono dell’assenza che passa necessariamente per la cura della distanza, un sinolo unico nella natura umana, un solo modo di agire per la vita, obbedendo a quel che davvero siamo. Ci attendono tempi infausti, ma in questo frangente dovremo accettare l’idea di dover essere distanti per non piombare nella crisi più totale, perché l’equilibrio che si sta assestando oggi funamboleggia sopra di noi su di un filo molto esile: se questi, già delicati, nuovi assetti sociali dovessero reggere, risaliremo verso la normalità, ma se l’equilibrio dovesse venir meno, l’ora fatale potrebbe avvicinarsi. Siamo ad un minuto a mezzanotte.

 

NOTE

[1] Si è usato il dialogo come esempio perché esso è ciò che può far sentire due o più individui tanto uniti quanto lontani, a seconda del contenuto del dialogo, per quanto quest’ultimo non si possa ridurre all’esclusivo denominatore del contenuto.

[2] Bruno Karsenti, L’uomo totale. Sociologia, antropologia e filosofia in Marcel Mauss, trad. it. Pietro Montanari e Luca Paltrinieri, Casa editrice il ponte,  Milano 2012, in part. p. 347.

[2] Cfr. Marcel Mauss, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche.

[4] Per questo tema si invita a consultare il grande saggio di Marcel Hénaff, Il dono dei filosofi. Ripensare la reciprocità.

 

[5] Alain Caillé, Anti-utilitarismo e paradigma del dono. Le scienze sociali in questione, a cura di F. Fistetti, Diogene edizioni, Campobasso 2016, in part. p. 28.

[6]  A. Caillé Anti-utilitarismo e paradigma del dono, p. 29.

[7] Giuseppe Semerari, Insecuritas. Tecniche e paradigmi della salvezza, Spirali edizioni, Milano 1982, in part. p. 7.

[8] Ivi, p. 8. 

 

25 aprile 2020