Dialettica del virus. Di Agamben, Nancy, Illetterati

 

Le prese di posizione di Agamben sull'epidemia da covid-19 hanno infuocato il dibattito filosofico italiano, generando una piccola gogna mediatica. Alcuni, pochi, hanno però provato a dialogare. Si può trarne qualcosa di buono?

 

 

Han destato un certo scandalo gli interventi di Giorgio Agamben riguardanti l’epidemia e l’emergenza sanitaria in corso. Il polittico – L’invenzione di un’epidemia, Contagio, Chiarimenti, Riflessioni sulla peste – pubblicato a più riprese su Quodlibet è diventato anch’esso ben presto virale. Suscitando, oltre allo sdegno e alla derisione (solo in rarissimi casi la sottaciuta approvazione) di quanti seguono il dibattito filosofico, anche risposte più serie o articolate di alcuni autorevoli colleghi: prima Jean-Luc Nancy e, di recente, Luca Illetterati.

 

La posizione di Agamben, ridotta all’osso, è la seguente: le misure adottate contro l’epidemia (che inizialmente egli apostrofava come “supposta”, ma penso che si sia ricreduto come tanti altri) e la docilità con cui sono state accettate dai cittadini non sono che il segno lampante del trionfo, nel tempo che stiamo vivendo, di un paradigma: quello per cui non conta più nulla se non la mera sopravvivenza. In nome di questa saremmo disposti – e secondo Agamben gli attuali decreti lo confermerebbero – a svalutare tutto il resto, anzitutto il rapporto con il prossimo, trasformato in “appestato”, in nostro potenziale nemico. Ciò costituirebbe un perno ottimale per i dispositivi di potere, che avrebbero buon gioco ad esercitarlo attraverso lo stato d’eccezione, vigente per ragioni di sicurezza pubblica. Ma soprattutto un precedente epocale che in futuro, quando l’emergenza sarà cessata, potrebbe rivelarsi pericoloso. Fine.

 

Per quella che è la mia sensibilità filosofica, quando si disputa non dovrebbe mai essere concesso di disprezzare o cassare preventivamente una proposta esclusivamente per il contenuto che intende difendere. Quale che sia il contenuto. Il biasimo o la derubricazione dovrebbero piuttosto avvenire a difesa avvenuta, la quale ha ottime chance di essere all’altezza della prova se il contenuto stesso è di valore. Viceversa, il biasimo e la derubricazione saranno pacifici e legittimi.

 

Ebbene, prescindendo dalla più o meno spiccata ragionevolezza delle sue tesi, non mi sembra questo ciò che si sta verificando con Agamben e con coloro che, pur da prospettive diverse, si sono attestati su posizioni simili o hanno sollevato dubbi sulle conseguenze delle attuali disposizioni governative. È il caso, ad esempio, dell’uscita di Paolo Flores d’Arcais su MicroMega, che per i toni che assume non sembra andare molto al di là di un’invettiva rabbiosa e sconcertata al cospetto di una presa di posizione oggettivamente impopolare. Lo si può fare, ma credo che filosoficamente meriti scarsa considerazione. Perlomeno, ha avuto il merito di indurre Agamben ad ulteriori “chiarimenti”. Il che non può mai essere un male.

 

Nancy, su Antinomie, si limita a ricordare al “fine” e “gentile” amico Agamben che, se anni fa avesse dato retta al suo consiglio di non sottoporsi a un trapianto di cuore caldeggiatogli dai medici, oggi sarebbe morto. Bene, adesso sappiamo che Agamben è un amico poco affidabile. O semplicemente che è poco esperto di medicina.

 

Bisogna riconoscere che, tra le diverse reazioni, quella di Illetterati è stata la meno scomposta: forse l’unica che si sia cimentata con l’unico compito possibile, quello di scendere nel merito delle argomentazioni, di fare cioè filosofia. Tuttavia, pur ritrovandomi su parecchi punti, non la condivido appieno. E vorrei provare a spiegare brevemente il perché.

 

In breve, Illetterati accusa Agamben di non essersi liberato da quel dualismo tra nuda vita (i meno scafati leggano: natura) e vita piena (sempre gli stessi leggano: i valori, la cultura e le istituzioni, ciò che è tipicamente ed esclusivamente umano) che egli stesso intenderebbe superare col suo discorso filosofico. Soprattutto prenderebbe un grosso abbaglio proprio su Benjamin, da cui pur pretende di trarre la tematizzazione della bloßen Leben come esistenza deprivata di ciò che la rende degna di esser vissuta.

 

Illetterati perciò invita, ritengo giustamente, a tornare a Kant e a Hegel, che hanno cercato di mostrare come, in definitiva, la vita dello spirito (la vita come storia) non sia separata o astrattamente “altra” dalla vita biologica. La vita “degna”, quella che non è brutale sopravvivenza, sarebbe perciò una sorta di ibrido irriducibile tanto a uno quanto all’altro dei due cespiti, quello della naturalità e quello della libertà, occupando la zona di confine tra di essi. Bisogna insomma «pensare l’innaturalità della natura e la naturalità dello spirito»: la vita è dinamica e complessa, e Agamben non riuscirebbe a coglierlo, nonostante gli sforzi.

 

Ciò tuttavia non mi sembra fugare del tutto le preoccupazioni agambeniane, pur essendo d’accordo sulla lettura della vita piena come ciò che non trascende ma è immanente alla nuda vita stessa. E tanto per ragioni “empiriche”, o a posteriori, dacché ci resta ancora da attendere e valutare le ripercussioni (bio)politiche cui ci condurrà questo disastro (perché di disastro si tratta, e non solo sul piano sanitario) una volta che l’emergenza sarà terminata; quanto per ragioni più squisitamente teoretiche, giacché la predetta critica al dualismo non toglie che la “innaturalità” della vita abbia da conservare la sua buona dose di libertà e spiritualità affinché non “scada” e si riduca a mera natura, quella delle bestie per intenderci, se non delle piante o dei sassi. Hegel stesso – è lo stesso Illetterati a insegnarcelo[1] – sin dall’età giovanile opponeva il magma ribollente e irreprensibile della vita alla fredda e inerte ossificazione della pura natura. E quella irrequietezza del vitale appare tale perché in esso vi è un “presagio” dello spirito. Perciò ben vengano le critiche al dualismo, a tutti i dualismi, ma ciò – per restare nello spirito hegeliano – non ci induca a trascurare le categorie universali (le Bestimmungen) che contribuiscono a fare di qualcosa, nello specifico la vita umana, quel che in effetti è e la distingue dal “resto” della natura. Credo che non si potrà negare si diano gradazioni diverse di vita spirituale: essa può essere, nel corso della storia, più o meno etica, più o meno sociale, più o meno solidale, più o meno libera, e così via (in Italia, ce lo hanno insegnato molto bene Vico e Croce). Insomma: più o meno umana, o “piena”. Gradazioni che, ce lo auguriamo tutti, è bene che restino a un livello che sia il più alto possibile, sia ora sia in futuro.

 

Forse, per quanto Agamben sbagli gravemente nel tradurre le sue preoccupazioni in un diniego che finisce col risultare miope (e da ultimo, è vero, dualista), varrebbe la pena prendere sul serio quelle perplessità, e cominciare seriamente a interrogarci su ciò che ci aspetta alla luce dei giorni che stiamo vivendo, che comunque sono l’indizio di una insufficienza. Insufficienza che, probabilmente, ha cause che sono lontane da quelle individuate da Agamben, ma che emerge in tutta la sua forza destabilizzante in ciò che ha seguito l’espandersi del contagio, tra cui vanno ahimè annoverati anche i fenomeni denunciati dal filosofo messo alla gogna (il conferimento dei pieni poteri a Viktor Orbán, per esempio, è un dato allarmante). Quel che consola è che, in mezzo agli svariati attestati di disprezzo rivoltele da ogni dove, rimane, circospetta anche se un po’ malconcia, la filosofia: queste discussioni contribuiscono perlomeno a rimanere vigili.

 

NOTE

[1] Cfr. L. Illetterati, Natura e ragione. Sullo sviluppo dell’idea di natura in Hegel, Verifiche, Trento 1995, p. 40.

 

2 aprile 2020