Perché oggi la filosofia?

 

Domande aperte, relazioni e la filosofia come design concettuale: una riflessione sul pensiero di L. Floridi. 

 

A. Rodin, "Il pensatore" (1880-1902)
A. Rodin, "Il pensatore" (1880-1902)

 

Il 19 novembre si è celebrata la giornata internazionale della filosofia. Su internet e social media l’evento ha fatto subito eco e sono proliferate svariate petizioni per includere l’insegnamento della filosofia nei programmi di medie ed elementari, come attualmente avviene in Canada e anche in alcune scuole di Francia e Germania. È stata anche un’opportunità per valorizzare il ruolo della laurea in filosofia, tanto nel mondo del lavoro quanto in quello della scuola. Queste manifestazioni sono piccoli sintomi di un leggero cambiamento circa il modo in cui la filosofia è stata di solito percepita all’interno dell’immaginario comune o nei vaghi ricordi di liceo come "quella cosa con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale". Piccoli sintomi, è vero, ma che meritano comunque di essere letti attentamente. Che ruolo può avere allora la filosofia oggi? A cosa può servire, a dispetto di chi ancora pensa che sia un sapere astratto, inconcludente, privo di risposte, e non spendibile? E soprattutto di quale tipo di filosofia abbiamo bisogno?

 

La filosofia e le domande aperte

 

Per rispondere a queste domande bisogna innanzitutto rispondere ad un’altra domanda: di cosa si occupa la filosofia? Una riposta interessante è stata fornita di recente da Luciano Floridi nel suo saggio Pensare l’infosfera. La filosofia come design concettuale (Raffaello Cortina 2019). Riassumendo il suo pensiero, nel suo saggio Floridi sostiene che la filosofia si occupa di domande aperte, ovvero domande a cui non corrispondono singole risposte di tipo empirico o logico-formale. Le domande aperte sono, per loro natura, domande sulle cui risposte ci si scontra e si dialoga, che hanno come loro risorse le risorse del pensiero stesso. Le domande aperte sono a loro volta collegate tra di loro, rinviano ad altre domande sino ad arrivare a quelle ultime e fondamentali con cui la filosofia stessa si identifica (si pensi a domande come "esiste Dio? qual è una vita buona? di cosa è fatta la realtà? perché le cose mutano? come è possibile la conoscenza?" e via dicendo). Se è vero che non c’è una singola riposta a tali domande, è anche vero che un certo tipo di filosofia è implicata e soggiace sempre anche nel caso in cui si decida di ignorare le domande stesse (sostenere per esempio che la filosofia non serva è pur sempre una risposta che presuppone pur sempre un’implicita filosofia nel proprio modo di pensare e vivere). «Vivere male è pur sempre vivere filosoficamente» (Floridi 2019, Che cos’è una domanda filosofica). 

 

La filosofia come design concettuale

 

Questa presentazione della filosofia alle prese con le domande aperte è un’utile premessa per demarcare due tipi di ruoli della filosofia stessa: un ruolo privato e personale da un lato, che riguarda noi come individui singoli e i nostri problemi particolari (la nostra salute, la nostra felicità, il lavoro, il benessere, i nostri affetti, ecc.), e un ruolo pubblico dall’altro che riguarda problemi di carattere sociale, morale e politico (il cambiamento climatico, la distribuzione sempre più iniqua di risorse ed opportunità a livello globale, le sfide poste dall’avvento ad affermazione del digitale, ecc.).

 

Da un punto di vista strettamente personale, può la filosofia rivendicare oggi il suo ruolo di attività ed esercizio pratico che aveva nell’antichità come mezzo per la conoscenza e la comprensione di sé? La risposta può essere positiva qualora anche oggi la filosofia inviti a riflettere su domande quali “chi sono? che cos’è una vita buona?” e incoraggi a rimettere in gioco i propri schemi concettuali, modelli e stili di vita. Rivolta ai singoli, quindi, l’ingiunzione socratica “conosci te stesso” può essere oggi come ieri il mezzo che ha per scopo la propria realizzazione personale, la propria eudaimonìa, per dirla con Aristotele. Da questa prospettiva la filosofia allora può contribuire a rielaborare scelte, vissuti, priorità e valori che contribuiscano ad una piena realizzazione di noi stessi in quanto persone. In questo senso può aiutarci a svincolarci da modelli, categorie e idee che mettono a repentaglio la nostra dignità. Un esempio può essere l’idea, più o meno implicita nelle nostre scelte di vita, secondo cui dovrebbe essere il nostro lavoro a definire chi siamo. Questa può essere una buona ragione per spiegare quale ruolo la filosofia potrebbe avere nella comprensione di sé, e come mai una massima come “conosci te stesso” continui a destare la nostra attenzione anche oggi, proprio perché può trovare spazio e applicazione anche nella nostra realtà, nei nostri stili di vita ed esperienze individuali. 

 

Se invece allarghiamo lo sguardo sulla realtà di oggi non possiamo far a meno di notare come i confini tra ciò che è pubblico e ciò che è privato siano diventati molto labili e sfumati. Si pensi al labile confine tra vita privata e la sua immagine pubblica sui social media: la nostra vita privata (ricordi, pensieri, sensazioni, opinioni, affetti) diventa anche pubblica nella misura in cui la presentiamo in uno spazio pubblico online. In un mondo sempre più globalizzato, inoltre, tempi e distanze si sono quanto mai accorciati. Questo è dovuto alla facilità crescente con cui ci si sposta e con cui si comunica. Si pensi alla pervasività di internet nelle nostre vite, sempre più immerse nell’infosfera (il neologismo di Floridi che si riferisce a quello spazio che include tutto l’insieme delle nostre esperienze online e offline) che contribuiamo ad accrescere e costruire ogni giorno. Si pensi inoltre alla facilità e velocità con cui notizie ed informazioni circolano ed alla loro crescente accessibilità. Tutto il mondo è sempre più a nostra portata di mano.

 

È interessante notare che in uno scenario simile, per quanto i nostri problemi personali siano i nostri (e tali rimangono - i nostri problemi sul lavoro, in famiglia etc.), in una certa misura, non sono mai solamente nostri. Il cambiamento climatico lo dimostra bene: non è solo un problema mio, ma di tutti, che riguarda non solo il mio stile di vita ma appunto quello di tutti. Le scelte dei governi di altri paesi e delle multinazionali sono scelte che riguardano anche me, come consumatore, cittadino ma anche come essere umano avente un’umanità condivisa con tutti. Non si può più chiudere gli occhi e dire “quello che succede in Cina o altrove non mi riguarda”. La pandemia di Covid 19 ce lo sta insegnando bene. Tutto questo sta avvenendo in un contesto in cui godiamo di un’immensa disponibilità di tecnologia per fare cose al posto nostro, per noi, meglio di noi. Insieme ai suoi benefici, questa disponibilità presenta nuove sfide e nuovi rischi. In questo scenario il lavoro del filosofo delineato da Floridi assomiglia a quello di un architetto che progetta, disegna soluzioni modificando spazi in relazione a e in armonia con l’ambiente che deve essere abitato: l’infosfera. Nel suo ultimo saggio, Il verde e il blu. Idee ingenue per cambiare la politica (Raffaello cortina 2020) Floridi ci ricorda che la filosofia, intesa come design concettuale, può aiutare a trovare soluzioni alle nostre sfide e ai nostri problemi nel momento in cui il design concettuale si traduce in una buona governance. Questo equivale a sostenere che il digitale e l'intelligenza artificiale sono una risorsa solo se messi al nostro servizio, nel rispetto e interesse comune. La relazione tra lavoro e digitale ne è un esempio: è una questione di disegno concettuale e quindi anche di governance decidere se e in quale misura certi lavori debbano essere sostituiti o meno dal digitale, o in quale maniera il digitale possa essere una risorsa per creare ed accrescere nuove opportunità, nuovi lavori o nuove modalità di lavoro. Le discussioni circa le opportunità offerte dallo smart-working, le sue condizioni e modalità ne sono un ulteriore esempio. La filosofia come design concettuale, quindi, ci rassicura suggerendoci che a un problema non c’è mai sempre e solo una soluzione; al contrario, oggi disponiamo di risorse che ci potrebbero aprire porte a molteplici e diverse soluzioni, elaborabili di volta in volta a seconda dei bisogni e delle esigenze dei diversi soggetti in gioco e dei loro interessi. Floridi però giustamente sottolinea che la disponibilità di soluzioni e la buona volontà non bastano se queste non sono seguite da uno sforzo collettivo e coordinato, e se non hanno come valore-guida la solidarietà reciproca. 

 

Dipinto di Dusan Jovanovic
Dipinto di Dusan Jovanovic

 

La realtà come insieme di relazioni

 

Quest’ultima considerazione getta luce su un diverso modo di pensare la realtà, ovvero suggeriscono il passaggio da una realtà sempre più fatta di relazioni piuttosto che di cose. Questa è una delle idee centrali del Il verde e il blu, il cui titolo fa riferimento non solo al verde degli ambienti naturali, ma si riferisce a un modo ecosostenibile di abitare qualsiasi tipo di ambiente, per esempio una smart-city, e il blu delle tecnologie digitali. Dobbiamo liberarci, suggerisce Floridi, dall’idea che la realtà sia fatta da cose ed entità singole, che possono essere descritte in termini delle loro proprietà, per far posto all’idea che ognuno di noi ed ogni cosa è invece un nodo di una rete più grande, dove ciascuno ed ogni cosa è ed esiste proprio perché in relazione a qualcos’altro. Una comunità, il tessuto sociale, il Web, la globalizzazione, sono tutti esempi e modelli che rendono l’idea di come questo passaggio sia ormai già avvenuto, e di cui le scienze sociali ne stanno solo ora prendendo atto. Non solo questi modelli, ma anche i problemi sembrano richiedere il passaggio da una realtà cosale e meccanicistica ad una relazionale. Non solo la pandemia, ma soprattutto (e peggio ancora) il cambiamento climatico si impongono come problemi che non sono di alcuni piuttosto che di altri, ma di tutti, e ci riguardano ad un livello sia personale che collettivo. Da questo punto di vista, la realtà letta in modo relazionale include non solo le relazioni interpersonali, «ma – come sostiene Floridi – anche il mondo delle istituzioni, degli artefatti e della natura, perché in una sola rete non esiste un nodo esterno, isolato dagli altri, cosa invece possibile in un meccanismo» (Floridi 2020, p. 56). Da tale prospettiva si deve perciò cominciare a ripensare alla relazione tra noi e l’ambiente: la vita su questo pianeta come ciò che lega noi a tutte le altre forme di vita, come anche a tutte quelle entità non-organiche e non viventi che la rendono possibile. 

 

Il passaggio dalle cose alle relazioni consente anche un ripensamento delle idee di bene a male non come proprietà delle persone e delle cose, ma piuttosto come effetti di azioni o processi che migliorano o peggiorano la qualità delle relazioni. Tanto per capirci: una persona, un virus, un vaccino, una pianta o un software non sono buoni o cattivi a causa delle loro proprietà o della loro natura. Sono gli effetti delle relazioni, in quanto i processi, interazioni e azioni che li rendono tali. «È quindi – sostiene Floridi – sulla natura, la qualità, e il numero delle relazioni che li costituiscono che si deve intervenire» (Il verde e il blu, p. 56). Il passaggio da un modo d’intendere la filosofia basato su cose e proprietà da un lato, a uno invece impostato sulle relazioni dall’altro, non è una semplice sottigliezza, ma è un passaggio radicale in quanto cambia il nostro modo di pensare il proprio ruolo e il modo in cui dovremmo trattare e rispettare tutto ciò che ci circonda: diventiamo ciò che siamo perché, prima di essere qualcuno o qualcosa, esistiamo solo e sempre in relazione a qualcuno o qualcos’altro.

 

Quest’ultima osservazione potrebbe costituire, dunque, il punto di partenza per una regola generale, tanto semplice (verrebbe da dire ingenua, volendo usare le parole di Floridi) quanto impegnativa da seguire per orientarci e migliorare l’infosfera: nutrire, favorire e coltivare tutto l’insieme di relazioni in cui siamo immersi e di cui facciamo parte; combattere e condannare non cose, persone, artefatti e istituzioni ma tutte quelle azioni, processi e relazioni che invece danneggiano l’infosfera. Mi rendo conto che questo è solo un punto di partenza per una linea guida molto generale. Ad ogni modo, come punto d’inizio è sufficiente per delineare i contorni di una buona filosofia, quella cosa che se pensata e fatta bene, fa sì che il mondo non resti mai tale e quale.

 

28 novembre 2020

 




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