Talete chi? Quello dell'acqua?

 

Il cosiddetto inizio della filosofia – spesso indicato nella figura di Talete di Mileto – potrebbe sembrare, per alcuni, la dimostrazione che in fondo la filosofia sia un’attività frivola, manchevole di una serietà d’analisi scientifica e attenta a questioni poco legate al reale. È veramente così?

 

 

Diogene Laerzio, nella sua famosa opera Vite e dottrine dei filosofi illustri, ci narra un aneddoto, ormai diventato famoso, relativo a Talete:

 

« Si narra inoltre che, condotto da una vecchia fuori casa per scrutare gli astri, fosse finito in un fosso, e che la vecchia, udendo i suoi lamenti, gli dicesse: «Tu, o Talete, che non sei capace di vedere quel che ti sta tra i piedi, credi di poter conoscere ciò che sta in cielo?» »

 

È un racconto spesso riportato nei manuali di filosofia, che a prima vista dà l’idea del filosofo sbadato, che vive “fra le nuvole”, incapace di conoscere la vita reale, quella concreta di tutti i giorni. Una concezione che pare esser confermata da quella che sembra essere stata l’acquisizione filosofica maggiore di Talete: l’idea che l’acqua è il principio di tutte le cose. Una concezione che agli occhi di una persona del XXI secolo – figurarsi di un ragazzino che al liceo viene avvicinato per la prima volta agli studi filosofici – pare esser espressione di un pensiero che di scientifico ha ben poco. In fondo – si dice – si stava parlando del VII-VI sec. a.C., ovvio che i primi tentativi di comprendere come funziona il mondo fossero ingenui. Ora, però, c’è la “scienza”, grazie alla quale si conosce – scientificamente appunto – la struttura del proprio mondo, i principi alla sua base. Da questo punto di vista, i pensieri di Talete sembrano belle storielle su che pensavano i famigerati primi filosofi, ma nulla di più. Soprattutto, cosa ci sarebbe da guadagnarsi dallo studio della filosofia di Talete, se questa porterebbe alla luce concezioni che servono a ben poco? Non si mette in cattiva luce la filosofia stessa con un pensiero così banale?

 

Non si dimentichi che, oltre al suddetto aneddoto, ce n’è un altro famoso. Nella Politica di Aristotele, si riporta:

 

« Dato che lo biasimavano, infatti, a causa della sua povertà, come se la filosofia fosse inutile, dicono che egli, accortosi, grazie allo studio degli astri, che ci sarebbe stato un abbondante raccolto di olive, mentre ancora era inverno mise insieme una piccola somma di denaro e versò caparre per tutti i frantoi di Mileto e di Chio, che prese in affitto a buon mercato, perché nessuno offriva di più. E quando venne il momento del raccolto, e ci fu gran richiesta simultanea e inattesa di frantoi, li cedette alle condizioni che voleva e, guadagnato molto denaro, dimostrò quanto sia facile per i filosofi esser ricchi, se lo vogliono, ma che non è questo lo scopo del loro impegno. »

 

Un esempio che sembra quasi ribadire che mica son scemi i filosofi (san pure fare gli imprenditori, che nel XXI par non esser roba da poco). Però, anche qua l’obiezione sembra esser facile: bene, si è detto che Talete era un bravo economista, nonché un bravo studioso degli astri (riporta Diogene che Calimaco lo riconobbe scopritore dell’Orsa Minore, che secondo altri seppe predire eclissi di sole e solstizi, ecc.). Tuttavia, ciò non lo rende grande come filosofo: cosa c’è, in questo ambito, di veramente da salvare in lui? Non conviene partire, semmai, da qualcuno che nella filosofia sembra aver detto cose più importanti? Platone ad esempio?

 

 

La risposta sta nel rendersi conto che, invece, la concezione per cui il principio di tutte le cose è l’acqua è una frase filosoficamente carica di valore, tutt’altro che insulsa. Se una persona capisse che valore ha questa affermazione, si renderebbe conto di come far partire lo studio della filosofia da Talete non è poi così assurdo. Non si vuole ora certamente ridurre Talete solo a questa frase, né fare un’analisi totale del suo pensiero, ma ci si concentri su cosa significa effettivamente la frase suddetta.

 

Per arrivare a ciò, ci si soffermi prima su un concetto ribadito da Giovanni Reale nella sua famosa Storia della filosofia greca e romana. Nella ricerca di una spiegazione del reale, Talete non è certo il primo a dare una risposta: la Teogonia di Esiodo o l’epos omerico sono esempi di spiegazioni mitologiche che pur cercano di dare un senso al corso degli eventi. La differenza – il salto qualitativo – fra loro e i successivi filosofi della physis è che, se nei primi la spiegazione è di carattere fantastico, con Talete la spiegazione della realtà avviene tramite il logos, secondo una ricerca razionale. Non che con questo si neghi che «prima dell’avvento della filosofia esistesse la ragione e nessuno afferma che nella Teogonia esiodea (così come nell’epos omerico) ci sia solo fantasia e niente ragione». La ricerca razionale sembra tuttavia, con Talete, fare un forte passo avanti: si è davanti a una spiegazione del reale ben più avanzata a livello razionale di quanto si era fatto in precedenza. In particolare, ciò che caratterizza lui e i successi primi filosofi è, secondo Reale, la rappresentazione della realtà nella sua totalità, tramite un metodo di spiegazione razionale, nonché il puro interesse teoretico nel comprendere la realtà. 

 

In tal senso, il principio di tutte le cose è l’acqua è un concetto fondamentale innanzitutto per la prima parte della frase, cioè “il principio di tutte le cose”, che rappresenta l’aspirazione a ricercare la comprensione della totalità del reale secondo il logos, il tentativo di analizzare la razionalità del mondo in cui si vive. Un tentativo teoretico estremamente importante, in quanto ribadisce l’importanza di una comprensione dei fenomeni che sia fondata, che li studi nella loro globalità e connessione reciproca (un monito, forse, nell’epoca attuale per i differenti campi di ricerca, sempre più settorializzati e incapaci di avere una visione d’insieme). Inoltre, la seconda parte della frase pure non è senza significato, in quanto l’acqua non viene concepita come principio di tutto – da cui tutto si origina e in cui tutto ritorna – per pura fantasia, ma sulla base di una presunta razionalità. Fra i motivi, ad esempio, che spinsero Talete a porre l’acqua all’origine di tutto, vi è quello per cui il nutrimento di tutte le cose è umido, nonché il fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida. Di conseguenza l’acqua si rivelava essere un principio onnipresente in relazione alla vita e al mondo. Che questo ragionamento sia limitato è ovvio, ma non bisogna cadere nello sminuirlo, in quanto esso è l’apripista per una serie di tentativi che, alla ricerca del principio capace di unificare i fenomeni nella loro totalità, man mano supereranno determinati ostacoli, trovandone al contempo di nuovi da affrontare. Si è all’origine, quindi, di un percorso che aprirà a scoperte e a metodi di analisi del reale non indifferente, né per la filosofia in sé né per gli altri ambiti di ricerca.

 

Talete quindi sì, è proprio “quello dell’acqua”! Ma in un senso ben più importante di quanto, a prima vista, potesse sembrare.

 

4 dicembre 2020