Il caso Assange: fino a quando vengono tutelati i principi democratici?

 

L'arresto di Assange e la sua vicenda giudiziaria si rivelano essere un esempio eclatante di come, nel sistema politico predominante, alcuni principi politici e sociali siano affermati a parole, ma tutelati parzialmente, a causa di interessi che prevalgono su di essi.

 

 

Da ormai vari anni è diventata nota all’opinione pubblica l’esistenza di WikiLeaks, un’organizzazione internazionale non profit la quale si basa principalmente sulla pubblicazione sul proprio sito di documenti, ricevuti in modo anonimo, che sono coperti da segreto di Stato, militare, industriale, ecc. All’interno dello staff si trovano più di un centinaio di giornalisti e attivisti da tutto il mondo, il cui scopo principale – anche e soprattutto grazie alle fonti esterne coperte dall’anonimato – è quello di rendere palese l’attività illecità governativa e non a livello internazionale, al fine di garantire una maggiore trasparenza su azioni criminali il cui impatto sulla vita dei popoli non è indifferente.

 

Ancor più famoso di WikiLeaks è forse il suo stesso fondatore: il giornalista e programmatore australiano Julian Paul Assange, salito agli onori della cronaca recente per il suo caso giudiziario tutt’ora in corso in Gran Bretagna, nel quale rischia di essere estradato negli Stati Uniti e di essere condannato a scontare fino a più di 170 anni di prigione. L’inizio del suo calvario, per essere precisi, comincia soprattutto a partire dal 2010, quando WikiLeaks pubblica una serie di documenti confidenziali o segreti del governo USA: più di 300.000 documenti sulla guerra in Iraq (Iraq war logs), che evidenziano molteplici situazioni di violenza e torture da parte dei militari statunitensi, nonché un video che mostra l’omicidio da parte di due elicotteri Apache di dodici civili iracheni, fra cui due giornalisti Reuters; circa 92.000 documenti inerenti alla guerra in Afghanistan (Afghanistan war logs), fra i quali si scopre che le truppe UK in almeno 21 occasioni differenti hanno sparato o bombardato civili, fra cui c’erano anche bambini; più di 250.000 documenti inviati da moltepici ambasciate statunitensi al proprio governo (Cablegate), nei quali si trovano svariate opinioni sul comportamento pubblico e privato di capi di Stato europei (fra i quali l’allora capo del governo italiano Silvio Berlusconi). Le differenti “fughe di notizie” – nel cui ottenimento ha avuto un notevole peso l’ex militare statunitense Chelsea Manning – hanno portato WikiLeaks e specie Assange nelle mire del governo USA, che da anni sta cercando di portare il giornalista australiano sotto la propria giustizia.

 

A fine 2010, Assange è stato accusato di stupro e di molestie sessuali da parte di due donne durante una sua visita in Svezia: il governo svedese ha chiesto allora l’estradizione a quello britannico. Il processo per stupro – che è stato archiviato nel 2019 per mancanza sufficiente di prove – e la seguente richiesta di estradizione sono state spiegate da Assange come un tentativo per mandarlo poi negli USA, dove avrebbe rischiato la pena di morte per l’accusa di spionaggio. Di fronte al rischio di estradizione, a giugno 2012 Assange ha chiesto e ottenuto asilo politico presso l’ambasciata ecuadoriana a Londra, dove è rimasto fino ad aprile 2019, quando il nuovo presidente dell’Ecaudor, Lenin Moreno, ha concesso alle autorità britanniche di entrare in ambasciata e riprendersi il giornalista australiano. Da quel momento è cominciato il processo giudiziario relativo alla richiesta di estradizione negli Stati Uniti di Assange, affinché il governo americano possa giudicarlo per la presunta colpa di spionaggio e la pubblicazione di documenti militari segreti. Le accuse si basano in particolare sull’Espionage Act del 1917, per il quale è grave reato la diffusione di informazioni che potrebbero minare le forze armate statunitensi o favorire il nemico in guerra.

 

Relativamente al caso Assange, differenti realta associative e gruppi civili si sono mossi in difesa del fondatore di WikiLeaks, vedendo nella possibile estradizione non solo un pericolo per Assange di avere un processo farsa e di subire torture – oltre al trattamento disumano che già sta avendo in Gran Bretagna –, bensì anche un forte colpo alla libertà di stampa e di parola, andando a colpire con forza un giornalista che, in fondo, avrebbe fatto il suo lavoro. A vedere bene i fatti, tuttavia, bisogna constatare la posizione di Assange nel mondo del giornalismo investigativo: le fughe di notizie su WikiLeaks, che hanno causato l’inizio del calvario per l’australiano, riguardano soprattutto informazioni scottanti per il governo americano, che sta così cercando di punire Assange, nonché la stessa realtà da lui fondata, in modo da far capire cosa significhi mettersi contro il sistema statunitense. Se, invece, Assange avesse fatto trafugare notizie compromettenti per lo Stato russo o quello cinese, quasi sicuramente il governo USA si sarebbe speso per offrire asilo politico al giornalista in caso di minacce presunte alla libertà d’espressione e di stampa, come tanto decanta il primo articolo della costituzione a stelle e strisce. All’interno degli scontri imperialistici attuali, cioè, l’azione di Assange si è rivelata un danno per gli Stati Uniti tanto quanto un favore a quelle realtà, quali la Russia, che si ritrovano in una situazione d’attrito col governo statunitense: non è un caso se Assange ha persino avuto spazi televisivi sul canale governativo Russia Today. Il che fa capire che, nello stesso atto d’accusa USA, è in gioco sì la libertà di stampa e di espressione, ma sempre e solo nei limiti in cui questa libertà va a ledere la realtà politica che da quella libertà è minacciata.

 

 

Questa vicenda evidenzia così un fatto problematico e inevitabile all’interno del sistema politico attualmente dominante: determinati principi formalmente accettati, come appunto la libertà d’espressione, poi, nella sostanza, sono supportati solo finché non vanno a ledere determinati interessi economico-politici, fra i quali l’immagine pubblica che un certo sistema deve mantenere. Se il pubblico fosse ben informato su come il sistema capitalista statunitense – ma si potrebbe parlare della Russia, che il discorso non cambierebbe – vive di azioni eticamente inaccettabili quali guerre, torture, violenza sui civili, ecc. pur di sopravvivere e di come esso si basi, sia nella politica estera che in quella interna, sullo sfruttamento di una massa enorme di forza-lavoro per favorire l’accrescere del profitto di pochi padroni, il pubblico difficilmente rimarrebbe impassibile di fronte all’attuale sistema. Si rischierebbe dunque di incrinare l’egemonia dell’attuale sistema e portare le persone alla coscienza di cosa non funziona, spingendoli così a cercare un’alternativa politica più attenta al benessere collettivo. Tale rischio è qualcosa di inaccettabile per il mondo politico vigente, in quanto minerebbe le stesse fondamenta alla base della struttura sociale ed economia difesa da questi. Ecco che, di conseguenza, la ragion di Stato prevale sulla democrazia e sulla pubblicità di determinati atti, che devono rimanere segreti per non ledere l’attuale sistema capitalista.

 

Di fronte a questo, è sorprendente pensare come, più di un secolo fa, vi fu già chi evidenziò l’assurdità di un sistema che vive sull’inganno del popolo: per usare le parole di Emilio Gentile, «fu Lenin il primo, nell’ultimo secolo del secondo millennio, a far rivelare documenti segreti della diplomazia». Poco dopo la presa del potere e durante le trattative per la pace con la Germania, «la stampa bolscevica cominciò a pubblicare i documenti diplomatici segreti del Ministero degli affari esteri russo. In tal modo, Lenin intendeva proclamare la fine alla diplomazia segreta dettata dalla ragion di Stato, sulla quale erano basate le alleanze e gli accordi che avevano contribuito a scatenare la Prima guerra mondiale. Era una rivoluzione nella storia della diplomazia: il rigetto, in nome della democrazia, del principio della ragion di Stato nelle relazioni internazionali». Una rivoluzione della diplomazia, purtroppo, non andata a buon fine, ma che permette di evidenziare come ancora oggi il sistema vigente, nelle sue differenti strutturazioni, debba nascondere la sua vera natura pur di continuare a perpetrare le sue ingiustizie.

 

4 novembre 2020