Il sottosuolo filosofico del nostro tempo e l'errore “etico” fondamentale

 

Da Leopardi e il sistema dell'egoismo a Wrangham e il paradosso della bontà: si fa esplicito ciò che l'Occidente ha ritenuto l'evidenza “etica” cruciale e che ora ha assunto come propria “razionalità”.

 

di Gabriele Zuppa

 

Dipinto di Vittorio Bustaffa
Dipinto di Vittorio Bustaffa

 

«Sottosuolo filosofico» è l'espressione che Emanuele Severino ha adottato per indicare il luogo nel quale con più lucidità e forza viene esplicitata quella concezione dell'essere che ha caratterizzato l'Occidente.

 

Essa consiste nel ritenere che gli enti provengano dal nulla e vi ritornino, sì che il passato è concepito come l'ormai nulla e il futuro come l'ancor nulla. Nel corso della sua storia, la filosofia per spiegare gli enti e il loro divenire – ovvero il venire all'essere e il tornare nel nulla – ha teorizzato degli enti immutabili che ne rendessero conto: i «princìpi», le «idee», «Dio», ecc. Lo sviluppo della concezione filosofica dell'Occidente ha però portato a ritenere l'impossibilità di ogni immutabile, sì che, da ultimo, si deve giungere ad asserire che tutto diviene secondo quella concezione del divenire che è sempre stata l'evidenza suprema. Per questo Nietzsche è arrivato ad affermare che «Dio è morto» e Leopardi, prima di lui, che «il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla».

 

Gli abitatori del sottosuolo – Leopardi, Nietzsche, innanzitutto, ma anche altri – esplicitano con rigore e consapevolezza filosofica ciò in cui il nostro tempo sarebbe stato destinato a credere: l'assoluta relatività, transitorietà e caducità di tutti gli enti e, quindi, di tutti i valori.

 

Nel sottosuolo filosofico si mostra quindi l'impossibilità di qualsivoglia immutabile ed emerge l'evidenza originaria dell'Occidente, che viene esplicitata e asseverata con potente consapevolezza. Il più grande contributo della filosofia di Severino consiste nell'aver proprio messo in questione questa evidenza originaria, teorizzando, nel rigore dei suoi scritti, che gli enti non diventano nulla e che, perciò, sono eterni.

 

Il sottosuolo filosofico – giungendo a negare ogni immutabile, ogni universale, ogni Dio – non esplicita soltanto l'errore ontologico fondamentale dell'Occidente, ma anche quello etico. L'altra convinzione di fondo che caratterizza la vita dell'uomo sulla terra consiste nel ritenere che il bene di un individuo si realizzi a danno di un altro individuo. La filosofia ha cercato ragioni e ha teorizzato perché questo non debba accadere, ma ha considerato che evidentemente questo accada, ovvero che il bene per qualcuno sia il male per qualcun altro.

 

Sarà di nuovo Leopardi il primo a esplicitare con rigore che – crollata la filosofia della tradizione e con essa la pretesa di individuare un ordinamento universale cui conformarsi – non è più possibile pretendere secondo ragione che qualcuno si trattenga nel recare danno ad altri per compiere il proprio bene.

 

Venuta meno la possibilità degli immutabili, come l'essere non si poté più pensarlo in salvo dal nulla, sì che – nichilisticamente – da ultimo l'essere è nulla; così il bene non si poté più pensarlo in salvo dal tornaconto individualistico, sì che – relativisticamente – da ultimo il bene per sé è il male per altri.

 

Nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani (1824) Leopardi spiega che la società oggi ha luogo «tra individui che continuamente si odiano s’insidiano e cercano in tutti i modi di nuocersi gli uni agli altri».

 

Questa tendenza non è più attenuata, smorzata, contrastata da «principii morali», in seguito alla «quasi universale estinzione o indebolimento delle credenze su cui si possano fondare» tali princìpi; all'interno della nuova concezione del mondo che va sempre più affermandosi e diffondendosi «è impossibile che il giusto e l’onesto paia ragionevole»; così, sapiente e saggio non è più il virtuoso, colui che agisca secondo virtù: «è impossibile che […] paia […] l’esercizio della virtù degno d’un savio»; il sapere, la nuova concezione non conduce alla virtù, ma al vizio; essa stabilisce «l’inutilità della virtù e la utilità decisa del vizio».

 

Giacomo Leopardi
Giacomo Leopardi

 

Emerge l'altra evidenza suprema dell'Occidente, che solo gli abitatori del sottosuolo esplicitano con la maggior forza concettuale, in primis Leopardi. Gli ideali che trascendano la propria particolarità vanno venendo meno: l'universalismo illuministico cede via via il passo al particolarismo nazionalistico romantico, che nel corso dell'Ottocento manifesta però la sua vera matrice, già additata dal giovane Leopardi nello Zibaldone: il «sistema dell'egoismo».

 

L'Illuminismo ha corroso non solo ciò che era nelle sue aspettative – la superstizione, le religioni rivelate, il fanatismo, ecc. – ma anche quelle certezze che riteneva di essere prossimo ad approfondire: il dio del teismo, l'anima, l'oggettività del mondo, la morale. Il punto più alto raggiunto dall'Illuminismo segna anche il suo tramonto: la nuova fondazione critica del sapere ad opera di Kant è in realtà recepita come la pietra tombale sul sapere stesso: rappresenta – contro le proprie intenzioni – il suggello allo scetticismo relativistico di Hume.

Che cosa cominciasse ad essere la destinazione dell'Occidente è ben descritto da Fichte ne I tratti fondamentali dell'epoca presente, opera pubblicata nel 1806. Il medesimo ritratto emerge dalle considerazioni che Hegel dedica nella Fenomenologia dello spirito l'anno successivo.

 

Poiché il cosmo, la natura è indifferente a ciò che compiamo, tutto ciò che eleggiamo è per ciò stesso giustificato e – da ultimo – naturale; che si persegua il proprio bene egoistico o il bene della comunità, non cambia niente – se si riesce a perseguirlo. La filosofia in passato spingeva a trascendere la condizione in cui ci si trovava – perché la si riconosceva imperfetta, errata, ingiusta; ma poiché ora non si riconosce più un criterio che consenta di rilevare perfezione, verità e giustizia, allora ognuno rimane confinato nel suo proprio perimetro, nel suo arbitrio.

 

« Era un sogno di Platone che le idee delle cose esistessero innanzi a queste, in maniera che queste non potessero essere altrimenti […] quando la loro maniera di esistere è affatto arbitraria e dipendente dal creatore […] e non ha nessuna ragione per esser piuttosto così che in un altro modo, se non la volontà di chi le ha fatte. »

 

È un'illusione, dunque, che le cose debbano essere diversamente da come stanno, sì che tutti gli ideali – intesi come ciò che dovrebbe essere (altrimenti da come è) – sono illusioni.

 

Ritorna, prepotente, a imporsi quella verità che già Hobbes aveva individuato: costitutiva della natura umana è il bellum omnium contra omnes. Ma sarà, così, per esempio, nondimeno per Freud, che nel 1929, descrivendo il Disagio della civiltà, asserisce: «Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?»

 

Mentre nel passato la vecchia filosofia, la metafisica, l'ignoranza, la superstizione avevano condotto ad immaginare Dio e il cosmo ordinato e un sistema di valori universali, ora si riconosce – alla luce del vero – che quelli sono fantasticherie, illusioni, prodotti dell'immaginazione; la loro essenza è umana, troppo umana.

 

E si dovrà allora vedere con sempre maggiore chiarezza che l'origine dello Stato non è nemmeno – come credeva Hobbes – quel dettame della natura per non annientarsi a vicenda, per rendere possibile la pace rinunciando alla nostra libertà assoluta e delegando la nostra sovranità individuale; ma è l'imposizione dei valori di un gruppo ristretto di uomini che crede e fa credere universale ciò che impone alla maggioranza. Nelle istituzioni così si realizza sempre, inevitabilmente e costitutivamente una certa forma di dominio: di classe, delle élite, ecc., della volontà di potenza insomma. Dominio che i maestri del sospetto – Marx, Nietzsche, Freud, ecc. – si daranno il compito di smascherare. (È da rilevare che anche il gregge – con i suoi “ideali”, la sua «morale» – può avere la meglio sui «signori», sulla «morale dei signori», per usare le parole di Nietzsche nella Genealogia della morale).

 

Fino a giungere a Foucault (ma passando per Wittgenstein, Heidegger, lo stesso Severino, ecc.), come ricorda Richard Wrangham, di cui a breve spiegheremo la prospettiva:

 

« Le doti spiccate dell'uomo per le aggressioni proattive generarono forme di dispotismo mai viste in altri primati. L'obbedienza e la sovranità ne sono ottimi esempi. […] I sovrani assoluti del Medioevo europeo, gli imperatori cinesi, i regimi fascisti del ventesimo secolo, le famiglie mafiose: in tutti questi casi bastava un cenno del leader per causare l'esecuzione di un individuo che non aveva mostrato rispetto. […] Negli stati democratici il sistema funziona in modo molto più delicato, tanto che si potrebbe pensare che il suo successo dipenda interamente dalla cooperazione volontaria. Tuttavia il filosofo politico Michel Foucault ha spiegato in maniera convincete che, malgrado siano meno violente degli stati autoritari, persino istituzioni sociali benevole come fabbriche, ospedali e scuola hanno successo imponendo il proprio potere. »

Richard Wrangham
Richard Wrangham

 

La descrizione dell'«egoismo universale» accompagna Leopardi negli anni e nelle sue diverse produzioni, dai Canti – cominciando con Ad Angelo Mai fino alla Ginestra – alle Operette morali, licenziando nelle costanza delle pagine dello Zibaldone riflessioni, dubbi, aporie.

 

Proprio in Ad Angelo Mai denuncia che oramai nessuno «fuor che di se stesso, altri non cura», tracciando nella Storia del genere umano il destino inesorabile che si andava compiendo: «ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo». Questa è la concorrenza descritta nella Ginestra: «acerbe gare / Imprender con gli amici, / E sparger fuga e fulminar col brando / Infra i propri guerrieri».

 

Una descrizione sprezzante e efficacissima la si trova nella Palinodia al marchese Gino Capponi.

 

« […] Imperio e forze,
Quanto più vogli o cumulate o sparse,
Abuserà chiunque avralle, e sotto
Qualunque nome. […] »

 

Ribadiamolo: è da sempre che nella società «il fine e lo scopo di ciascheduno è immancabilmente ed continuamente quello di soverchiare o di nuocere in qualunque modo altri» (Zibaldone). Ma questa tendenza si era cercata di arrestarla, moderarla e di sublimarla in ideali creduti universali – pur nell'eterna lotta tra il bene e il male diversamente declinata da religioni e filosofie – che, però, oggi si rivelano «illusioni».

 

Gli ideali platonici non sono più da ricercare nell'anima come riflesso dell'iperuranio, ma nella loro vera origine: nella scimmia. Gli ideali, da ultimo, non sono più quelli platonici, ma gli “ideali” del darwinismo sociale.

 

L'evidenza etica originaria dell'Occidente, che la tradizione filosofica apostroferebbe piuttosto come immorale – la si trova esplicitata con grande forza nelle densissime pagine dell'ultimo saggio per primatologo britannico Richard Wrangham: Il paradosso della bontà (2019).

 

Egli spiega come in molte specie l'infanticidio sia una strategia riproduttiva che avvantaggia chi la adotta: «è una strategia riproduttiva egoistica». In circa 260 specie di mammiferi prese in esame, l'infanticidio è stato riscontrato in metà di esse.

 

« In un modo o nell'altro, la selezione naturale ha favorito gli attacchi intenzionali rivolti ai propri simili. L'infanticidio ha costretto gli scienziati a scendere a patti con l'idea che il comportamento possa evolversi a scopi puramente egoistici, anche quando molto variabile e legato al contesto. »

 

L'omicidio tra le specie viventi non riguarda però solo i cuccioli, ma anche gli adulti. Questo accade in quelle specie che vivono in comunità.

 

« Nella maggior parte delle specie, attaccare i propri simili ha un costo troppo elevato: gli aggressori rischiano di farsi male. Solo alcune specie vivono in società dove è possibile formare bande di individui alleati, e queste bande trovano regolarmente esemplari solitari e vulnerabili appartenenti ad altri gruppi che possono essere attaccati minimizzando i rischi. »

 

Queste uccisioni costituiscono un «adattamento biologico», una «prova della funzione evolutiva dell'aggressività proattiva coalizionaria» (così Wrangham chiama gli assassinii premeditati di gruppo).

 

« [È stato] dimostrato che, quando una comunità espande il proprio territorio, i membri si nutrono meglio, si riproducono più in fretta e hanno maggiori possibilità di sopravvivenza. In sostanza, gli scimpanzé uccidono alcuni dei loro vicini, allargano il territorio, trovano più cibo, fanno più figli, e al tempo stesso sono al sicuro, perché riducono il numero di nemici in grado di attaccarli. »

 

Gli studi sui cacciatori-raccoglitori attestano che «la violenza tra gruppi di animali si basa […] sullo stesso principio di quella tra gruppi di esseri umani». La logica (evolutivamente adattativa) è la stessa.

 

La differenza tra le specie che vivono in gruppi e gli esseri umani è tracciata dal linguaggio. Le specie non umane non possono che impiegare la forza della coalizione che contro gruppi rivali, tali perché non appartenenti al proprio. Essi vengono riconosciuti come nemici solo perché estranei alla propria comunità. Non sono in grado fare altrimenti perché all'interno della loro comunità non possono selezionare degli individui da attaccare ed eliminare, poiché non possono accordarsi per la mancanza del linguaggio.

 

« Come si fa a stabilite il bersaglio e a sapere quali altri individui aderiscono alla coalizione? Gli scimpanzé non hanno modo di comunicare in anticipo l'intenzione di attaccare un individuo particolare. […] l'aumento delle capacità cognitive e in particolare lo sviluppo del linguaggio permisero di usare l'aggressività proattiva coalizionaria in modo più selettivo anche all'interno del gruppo. »

 

Emerge così chiaramente che la possibilità di avvantaggiarsi arrecando danno gli altri è la logica adattiva dell'evoluzione, che si è potenziata nella specie umana grazie al linguaggio al punto di dispiegarsi anche all'interno della sua comunità originaria di appartenenza.

 

 

I valori ritenuti immutabili – il non nuocere gli altri, il rispettare la loro libertà, il rendere giustizia, ecc. –, una volta che non vengano più considerati costitutivi di un ordinamento universale, e da esso dedotti, sono dichiarati «illusioni». Il superamento di questi errori lascia così all'evidenza fondamentale dell'Occidente e alla possibilità che se ne colga la logica reale. Certamente allora – come l'Occidente ha sempre ritenuto evidente – il bene dell'individuo si contrappone a quello degli altri individui – ma questo fatto è ora ritenuto naturalissimo e sanissimo. Gli individui vogliono perseguire il proprio bene egoistico non a causa di una natura corrotta dal peccato originale, ma per la logica stessa dell'evoluzione. Non c'è nient'altro oltre a quella evidenza originaria e ora, finalmente, siamo in grado di mostrarne la logica, così come esplicitata da Wrangham. E, prima di lui, da Leopardi. Così nello Zibaldone:

 

« [N]iente è nè sarà bastante di fare, che l’individuo di qualsivoglia società umana, conformata come si voglia, non dico giovi altrui, ma si astenga dall’abusarsi, o vogliamo dire dal servirsi di qualunque vantaggio egli abbia sugli altri, per far bene a se col male altrui, dal cercare di aver più degli altri, di soverchiare, di volgere insomma quanto è possibile, tutta la società al suo solo utile o piacere, il che non può avvenire senza disutile e dispiacere degli altri individui. »

 

Nel sottosuolo filosofico emerge con chiarezza ciò che per l'Occidente è stata un'evidenza, ma a cui – secondo la tradizione – non si poteva, non si doveva ridurre la natura umana e la sua destinazione. Ora, però, venuto meno l'orizzonte tradizionale, è l'unica evidenza che si impone e di cui viene mostrata la logica ineluttabile.

Non diversamente da come l'evidenza del divenire – inteso come il provenire delle cose dal nulla e il loro ritornarvi – ha portato alla logica conclusione che «tutto è nulla» (Zibaldone).

 

Severino rinnova l'ontologia dimostrando che quell'evidenza ontologica non è in realtà un'evidenza. Ciò che appare come evidente è un errore. Non ha però visto che neppure l'evidenza “etica” è un'evidenza e che ad essere ritenuta tale è di nuovo un errore fondamentale. È per questo che non ha potuto intraprendere un rinnovamento dell'etica. Tale rinnovamento si può realizzare dimostrando che è impossibile che il bene di un individuo coincida con il male di un altro individuo. Ho cercato di farlo in alcuni testi come Fondazione dell'anima e della democrazia e Leviatano postmoderno (in Apocalisse democratica), che per motivi di spazio non è ovviamente possibile riprendere qui.

 

Qui si è voluto limitarsi ad adombrare quella logica sulla quale ancora e soprattutto si basa la nostra società capitalista postmoderna; logica che – liberatasi dalle maglie della tradizione – realizza la sua forma estrema con cui si impone su scala planetaria.

 

8 febbraio 2020