Francesco Fiorentino e l'empirismo di Vincenzo De Grazia

 

Lo storico della filosofia Francesco Fiorentino (1834 – 1884), dopo aver pubblicato il saggio sul Pomponazzi e quello sul Telesio, ove aveva espresso una posizione di equidistanza tra positivismo e idealismo, ma con forti tensioni verso il secondo, nel soffermarsi sulla modalità del processo conoscitivo,  condivide il punto di vista del De Grazia (1785 – 1856), per la propria distanza sia da quelle correnti di pensiero che, sulla scia di Kant, fondavano l’attività conoscitiva nell’esclusiva coscienza umana, che dalla filosofia positivistica comtiana che la riduceva nella sensazione e da Spencer che la considerava solo sotto l’aspetto fisiologico. Propone, così, la preminenza della ragione umana non solo come «attività giudicatrice» ma anche come «puro mezzo di osservazione» nell’attività conoscitiva.

 

di Giuseppe Gallelli

 

 

Francesco Fiorentino, nel 1876 si trasferisce all’Università di Pisa, ove occupa la cattedra di filosofia teoretica, approfondisce i suoi studi sull’hegelismo, sul positivismo francese e inglese, sul pensiero di G.B. Vico e di E. Kant. Gli studi su Kant erano stati iniziati a Napoli da Pasquale Galluppi che aveva diffuso un Kant, letto in francese, nella traduzione del Cousin. Ma era stato Ottavio Colecchi, che lo legge nell’originale tedesco, ad introdurre nel “Reame di Napoli la filosofia kantiana”, come ricordava Bertrando Spaventa.

 

E il Fiorentino studiando, Kant si trova di fronte a un serio problema «il problema dell’a priori kantiano, fino allora accettato…  a questo punto messo in discussione» (R. Mondolfo, F. Fiorentino e il positivismo, in Onoranze a F. Fiorentino nel cinquantenario della sua morte).

Viene messo in discussione non per superarlo, bensì, a mio parere, per dargli un fondamento più concreto, non ancora sulle basi della psicologia empirica, ma dal punto di vista di Vincenzo De Grazia, sulla psicologia aristotelica, mediata attraverso San Tommaso.

Il Fiorentino si rifà all’empirismo del De Grazia, matematico, ingegnere, filosofo critico della filosofia kantiana, nella interpretazione che ne aveva data Pasquale Galluppi. Desidera, infatti, fondare storicamente l’a priori, che considera non una forma inerte, ma una funzione e, come tale, una attività che va indagata nei suoi presupposti genealogici.

Vede nel De Grazia, di cui aveva letto il Saggio su la realtà della scienza umana, polemico verso il sensismo e il criticismo prima e verso i «filosofi speculativi», poi, l’assertore di concrete esigenze empiristiche, il rivivere quasi del «tradizionale metodo della filosofia telesiana», metodo che questi, però, «rivolge ai fenomeni del pensiero» (F. Fiorentino, Della vita e delle opere di Vincenzo De Grazia).

Mentre, infatti il Borrelli propendeva per il sensismo ed il Colecchi per il criticismo, il Galluppi si poneva tra le due posizioni. 

E al Saggio filosofico sulla critica della conoscenza del Galluppi si ricollega il De Grazia, ponendosi il medesimo problema: quello della scienza umana, ma che risolve in modo completamente diverso. 

Il Galluppi, osserva il Fiorentino, si ricollega al Cartesio, mentre il De Grazia «ai primordi della filosofia greca, senza perdere d’occhio però il problema della scienza» (ivi). Quest'ultimo coglie così nella storia della filosofia due posizioni filosofiche: «una che ritiene l’osservazione dei sensi, un’altra che l’impugna» (ivi).

 

E, così, già prima di Auguste Comte, ripartisce la storia in tre epoche: nella prima, che va  dagli ionici a Socrate, la ragione si abbandona alla metafisica, tenendosi lontana dalla «scienza principale»; nella seconda, che va da Platone e Aristotele a Locke ed è interrotta dai tentativi di Galilei,  di Bacone e di Cartesio, si pone il problema della conoscenza che ben presto si abbandona, per la metafisica; nella terza, infine, di altro non ci si occupa che del problema della conoscenza, anche se, in essa, fa capolino il razionalismo.

Il De Grazia, in questa prospettiva, secondo il Fiorentino, è convinto che la ragione deve «rimandare all’ordine a priori quel che trovasi dato da induzione», ma riconosce in questo metodo l’importanza della forza moderatrice della filosofia, per non correre il rischio di deviare in «ambiziose vedute, non avvalorate dai fatti» (ivi).

Egli si oppone, così, non solo all’astratta metafisica ma anche al sensismo, posizioni che fanno deviare dalla scienza, convinto che «fondamento della scienza è la sola osservazione», si dedica ai fenomeni del pensiero, proponendosi di «osservare i fenomeni primitivi» della conoscenza e di«risalire fino ai primi elementi, ond’ella è stata generata» (ivi).

Primo ad intraprendere questo metodo è stato Locke e dopo di lui, il Condillac.  Ma De Grazia, osserva il Fiorentino, facendo «delle sensazioni e del giudizio due fenomeni irriducibili… non può contentarsi dell’ambiguità delle riflessioni lockiane, né molto meno della semplicità della sensazione condillachiana» (ivi).

Solo Kant, per il De Grazia, supera entrambe le posizioni e, in particolare, riconosce l’importanza del "giudizio" che dal Condillac era stato confuso con la sensazione. Ma proprio con Kant viene anche alla luce il principale difetto della filosofia moderna: la soggettività dei rapporti.

 

« Se elementi soggettivi, si mescono co’ dati sperimentali, in tale ipotesi non conosceranno quel che è nel fatto osservato, ma quel che ci apparisce esservi: talché se spogliamo il fatto che è nostra proprietà, la nostra conoscenza svanisce. Si vuol che siano elementi soggettivi le idee di spazio, di tempo, di sostanza, di causa? Togliete via dunque dagli oggetti esterni e dal proprio essere siffatti elementi; e la scienza della natura, e dello spirito è distrutta. » (Ivi)

 

Non tanto gli elementi soggettivi compromettono «la scienza umana, quanto il metodo stesso della aggiunzione» (ivi).

 

F. Fiorentino (1834-1884)
F. Fiorentino (1834-1884)

 

Il De Grazia, quindi, secondo il Fiorentino, accusa di kantismo tutti i sistemi filosofici che si fondano sulla «applicazione di elementi soggettivi alle sensazioni» (ivi).

Ma oltre alla prevalenza del giudizio nella teoria della conoscenza, il De Grazia, osserva il Fiorentino, avverte un altro errore nella storia della filosofia: la prevalenza della sensazione. In questa prospettiva si accosta al De Grazia, notando come egli si opponga sia all’una che all’altra prevalenza. Anzi, nel De Grazia riconosce la propria posizione storica di equilibrio tra associazione psicologica e induzione:

 

« La sensazione dà i primi dati, egli scrive, il giudizio osserva i rapporti che vi sono contenuti; l’associazione delle idee ci fornisce le conoscenze prime concernenti il mondo esterno, in via provvisoria; l’induzione, più tardi, legittima le conoscenze provvisorie. L’associazione adunque spiega l’origine: l’induzione assicura la realtà; come si può assicurare, beninteso, una verità contingente, la quale non esclude mai la possibilità dell’opposto. Coloro i quali han posto mente alla sola abitudine fondata sull’associazione, han detto: ma qual garanzia ci porge ella della sua realtà? Così son rimasti nel circolo descritto da Davide Hume. Gli altri, invece, ponendo mente alla tardiva comparsa della induzione, hanno osservato, come il Galluppi: ma la induzione vien troppo tardi a farmi passare alla realtà esterna… Il De Grazia schiva le prime e le seconde difficoltà e formola il processo genealogico così: l’associazione comincia senza badare alla realtà; l’induzione legittima ciò che trova, senza doversi brigare del cominciamento. » (Ivi)

 

Il Fiorentino, così, si accosta al De Grazia proprio nel metodo genealogico da questo seguito, all'interno del problema della conoscenza, dall’«esaminare lo stato della conoscenza qual è attualmente» e dal «risalire all’origine delle idee che ora vi troviamo e nel legittimarne la realtà» (ivi). E, in particolare, fa sua la critica del De Grazia all’a priori kantiano:

 

« La critica dello stato attuale fu fatta maestrevolmente da Kant: il De Grazia è larghissimo di lodi al fondatore del criticismo, filosofo per questo verso inarrivabile. Della origine però il Kant non occupossi, dichiarando aggiunti a priori tutti quegli elementi, di cui gli pareva arduo rintracciare la generazione. Quando si toglie ai veri mezzi di acquistar conoscenze, tutto si attribuisce ad una supposta origine a priori, a questo vasto serbatoio di tutte le perdite dell’analisi. Così… ei battezza per vere lacune, per difetto di analisi ogni forma a priori. » (Ivi)

 

Del problema genealogico si era occupato anche il Borrelli e in quegli anni se ne occupavano i positivisti. Il Fiorentino accosta la soluzione del De Grazia a quella dei positivisti per il fatto che costui, dal medesimo punto di vista «dichiara sconosciute le essenze delle cose, limitata ad una mera riduzione di fenomeni tutta la nostra scienza: crede anche lui doversi applicare alla filosofia il metodo delle scienze esatte e delle sperimentali» (Ivi) ma subito ne sottolinea la distanza dal positivismo francese e dal Comte in particolare:

 

« Il Comte, egli scrive,  trascura affatto il problema della conoscenza, ed invece questo problema rimane pel De Grazia il primo ed il capitale. Il Comte attribuisce alla metafisica un valore storico soltanto, il De Grazia è persuaso che la metafisica possa rimanere accanto alla scienza sperimentale. » (Ivi)

 

E ne sottolinea anche la distanza dallo Spencer che «studia la genesi del pensiero sotto l’aspetto fisiologico» (ivi).

 

Il Fiorentino accoglie il punto di vista del De Grazia perché realizza una forma di empirismo che non trascura il problema della conoscenza e lascia «la metafisica accanto alla scienza sperimentale».

Il De Grazia, infatti, allontanandosi sia dall’immediatezza della sensazione che dal sillogismo, «torna, alle rappresentazioni come immagini delle cose esterne, e  alla induzione, la quale, travagliandosi su quelle immagini, va legittimando la realtà delle immagini complesse che l’associazione ha spontaneamente ed abitualmente formate […] L’associazione collega insieme le immagini visive e le tattili; i giudizi abituali colgono i rapporti quali realmente esistono; noi adunque veniamo componendo lo spettacolo del mondo esterno non con vedute subiettive, ma con elementi dati dalla realtà stessa delle cose » (ivi).

 

U. Ciocchi, "S. Tommaso d'Aquino in preghiera davanti al Crocifisso" (1616-18)
U. Ciocchi, "S. Tommaso d'Aquino in preghiera davanti al Crocifisso" (1616-18)

 

In altri termini, il De Grazia fa sua la concezione aristotelica della sensazione e dell’associazione, ma attraverso San Tommaso, dato che non era «abbastanza versato nella filosofia aristotelica, da accorgersi che il meglio di quella… era mutuato da Aristotele» (ivi).

Dal punto di vista tomistico guarda, quindi, all’idea di sostanza e a quella di causa. Della sostanza coglie lo stretto legame con le qualità corporee e con le modificazioni sensibili, ma anche con la coscienza:

 

« Senza avere sperimentato il fatto del passaggio da una modificazione ad un’altra, noi non avremmo potuto affermare l’idea della sostanza; dopo l’esperienza, però, noi essendo in un dato modo, pensiamo la tendenza di passare ad un altro e cotesta tendenza chiamiamo forza, la quale è dunque ciò che hanno di costante gli stati successivi della sostanza. » (Ivi)

 

E a proposito della idea di causa, il Fiorentino riporta le medesime parole del De Grazia:

 

« I cangiamenti di una sostanza sono così connessi tra loro, che in ogni istante il suo stato è determinato dal suo stato antecedente, cioè nel corso dei suoi cangiamenti ha per modificazione costante una tendenza al cangiamento che immediato va seguendo, e questa tendenza è quel che noi conosciamo della forza interna di una sostanza. La diversa natura di queste forze ci viene manifestata dall’esperienza, cioè dai diversi cangiamenti della sostanza. Così distinguiamo le varie forze interne di una sostanza, e le varie forme interne delle diverse sostanze. » (ivi)

 

Di fronte a Locke che aveva negato l’idea di sostanza e a Hume che aveva negato la connessione richiesta nella causalità, il Fiorentino condivide l’affermazione del De Grazia e scrive:

 

« Che né la sperienza, né il sillogismo, né l’abitudine bastano da soli, ma intrecciati insieme forse basteranno… ed ecco come, con la coscienza cogliamo le mutazioni nostre, e le giudichiamo appartenere alla nostra sostanza: con l’astrazione noi rendiamo generale questa connessione interna. La sperienza esterna di poi ci mostra fatti in congiunzione, ma con tal costanza, che noi ci avvezziamo a riferire un fenomeno alla presenza di un dato oggettivo: noi induciamo che questa congiunzione sia una vera dipendenza. E perché?  una contraria supposizione, ei risponde, implica l’assurdo, che due sostanze con le stesse modificazioni sono condizionate ad esercitare una mutua azione in un tempo piuttosto che in un altro; in un luogo piuttosto che un altro luogo. In tal guisa tutte quelle funzioni del pensiero che isolate non sarebbero state bastevoli a fornirci la connessione causale, intrecciate abilmente insieme bastano. » (Ivi)

 

Da questo punto di vista, critica i concetti kantiani di spazio e tempo, come forme a priori della sensibilità, affermando la necessità dell’intelletto nel cogliere il concetto di estensione e di successione.

 

« Egli anzi, scrive il Fiorentino, combatte la dottrina kantiana delle forme pure della sensibilità, osservando che non si può dare estensione e successione senza apprendere delle sensazioni come molteplici, e quindi come diverse, o come identiche;  sicchè numero, diversità, identità sono condizioni dell’apprensione di questi due nuovi rapporti, che si dicono estensione e successione. Kant che le attribuiva alla sensibilità non si accorgeva del concorso indispensabile dell’intelletto… ed anzi si contraddice ammettendo che la materia sensibile rende un primo ordine nelle forme pure della sensibilità, e che per esse forme la varietà e la molteplicità della rappresentazione acquista un certo ordine. Questa contraddizione era stata avvertita dal Borrelli […] Kant, aveva detto il Borrelli, tiene per categorie dell’intelletto la diversità e la molteplicità ed intanto ammette una varietà ed una moltitudine anche nella sensibilità. Come va ciò? né il Borrelli, né il De Grazia si accorsero però che il divario tra categoria ed intuizione pura consiste non già nel supporre entrambe una molteplicità; ma nel diverso modo del legame categorico ed intuitivo. » (Ivi)

 

Il Fiorentino, in altri termini, si pone dal punto di vista del De Grazia, per la propria distanza sia dal formalismo che dal soggettivismo di quelle correnti di pensiero che, sulla scia di Kant, fondavano l’attività conoscitiva nell’esclusiva coscienza umana, che dalla filosofia positivistica comtiana che la riduceva nella sensazione e da Spencer, cui accenna appena, che la considera solo sotto l’aspetto fisiologico.

Propone, così, la preminenza della ragione umana non solo come «attività giudicatrice» ma anche come «puro mezzo di osservazione» nell’attività conoscitiva.

 

Nota bibliografica:

Il saggio più completo, che esamina tutta l’opera di Vincenzo De Grazia, è quello di Francesco Saverio Varano, Vincenzo De Grazia (Biblioteca di filosofia diretta da Antonio Aliotta) Napoli – Città di Castello, Tip. F. Perrella, 1931 – IX, in 8°, pagg. 112.

 

 

6 luglio 2020