This is a Man's World

 

Un mondo al contrario? No, grazie! Le femministe si battono per l’equità.

 

di Giulia Contin

 

 

Il movimento femminista si presenta nei vari Paesi del mondo in diversi periodi. Se in Inghilterra, per esempio, i primi gruppi si formano all’inizio dell’Ottocento, raggiungendo le prime conquiste con le Suffragette, in Italia i movimenti di emancipazione partono nel Novecento, ottenendo l’estensione del diritto di voto anche alle donne solamente nel 1946.

Durante il dopoguerra, sembrerebbe essere accolta abbastanza positivamente questa nuova visione proposta dalle femministe, tuttavia i diritti ottenuti risultano essere solo formali, non portando alcuna modifica a livello socio-culturale.

 

Il progresso che si sarebbe dovuto vedere nel corso degli anni, non è ancora stato verificato e i dati parlano chiaro: secondo il Global Gender Gap (che dimostra il divario tra condizione maschile e femminile) del 2018, si potrà vedere l’uguaglianza di genere forse nel 2126, sottolineando però che in realtà attualmente la situazione sta peggiorando; la Banca Mondiale ha misurato la discriminazione di genere scoprendo che solo Belgio, Francia, Danimarca, Lussemburgo, Lettonia e Svezia applicano le stesse norme per uomini e donne, mentre nel resto del mondo esse hanno, nel migliore dei casi, il 75% dei diritti spettanti agli uomini; infine, ma questi pochi dati sono solo per dare un’idea della problematica, il Rapporto Oxfam afferma che nei Paesi europei le donne hanno uno stipendio inferiore del 16% rispetto ai colleghi uomini – come se lavorassero per due mesi senza essere retribuite!

 

Il fattore lavorativo, tra gli altri, è forse quello più scottante e in questo periodo maggiormente complicato, segnato dalla pandemia del Covid-19, ci si trova a fare i conti con una realtà surreale. Le donne, sin da sempre, si devono battere per la loro vita professionale che spesso viene compromessa dall’arrivo di un figlio: l’Istat nel 2018 fa notare come una mamma su 9 non abbia mai lavorato per prendersi cura dei figli, non riuscendo a conciliare i due “impegni”; costrette quindi a scegliere tra i due, le nascite di quello stesso anno sono 120mila in meno rispetto al decennio scorso.

 

Maria Trentin, responsabile del Coordinamento donne della Federazione nazionale pensionali, afferma:

 

« L’errore è pensare che il lavoro di cura sia una attività prettamente femminile. Bisogna ribaltare il concetto. Il lavoro di cura è una questione sociale, che ha ricadute diverse su donne e uomini e che la società deve farsi carico di affrontare. Non bastano palliativi, misure sporadiche. Ci vuole una regia forte, per raggiungere obbiettivi condivisi. »

 

 

Il coronavirus arriva quindi a peggiorare un ambito che aveva già delle grandi difficoltà: sebbene siano gli uomini ad essere i più colpiti dalla malattia, sembrerebbero essere le donne quelle che ci rimetteranno maggiormente, attualmente occupate tra scuola, figli e lavoro domestico.

 

Parte, tra i tanti luoghi, anche dalle scuole una sbagliata visione, che porterà i più piccoli ad avere una concezione maschilista del mondo: dai semplici libri di testo che raffigurano la donna sempre e solo come casalinga tra pulizie e cucina mentre l’uomo lavora o gioca, per arrivare ai comuni stereotipi dei “bambini vivaci” e delle “bambine tranquille” che definiscono una linea separatrice come fosse stata scelta dalla natura.

 

E così anche nelle sezioni di Arte moderna dei grandi musei, dove le artiste donne sono solo il cinque per cento, ma tra i nudi raffigurati, i corpi femminili sono ben l’ottantacinque per cento. Nel corso dei secoli, la figura femminile viene presentata nelle opere in modi diversi a seconda del periodo storico: un tempo legata esclusivamente alla maternità, poi immagine religiosa, per arrivare ad essere considerata femme fatale dotata di sola seduzione e capacità di inganno nei confronti dell’uomo; una cosa che non varia, però, è la costante inferiorità che la contraddistingue – e il nudo la spoglia anche di una, anche lontanissima, possibile equità.

 

Di capacità di inganno si parla, per esempio, quando per l'Europa nel XVI e XVII secolo si faceva la caccia alle streghe, scusa utilizzata per eliminare il principio femminile che, per le sue potenzialità, minacciava il potere delle autorità – ruolo appartenente all’uomo.

 

Wislawa Szymborska – poetessa e saggista polacca, che in un’intervista afferma di sognare il momento in cui le femministe non saranno più necessarie –, a proposito di quel periodo, scrive in Letture facoltative:

 

« Gli effetti del terrore infatti non ripercuotono soltanto sulle vittime, essi abbracciano un numero incomparabilmente più ampio di soggetti: i sopravvissuti, persone abbruttite, minate nel fisico e prostrate moralmente. »

 

E poco oltre aggiunge:

 

« Conosciamo molti dettagli relativi alle atrocità del tempo, ma sappiamo ancora poco di come venissero combattute, poiché vennero combattute; non si trattò di una psicosi che sarebbe potuta svanire da sola. »

 

 

Un altro caso, invece, attuale che apre gli occhi sulla grande disuguaglianza sociale tra uomo e donna è la liberazione di Silvia Romano, ora Aisha, che nel 2018 è stata rapita da un gruppo di terroristi mentre si trovava in Kenya per partecipare ad un progetto della Onlus Africa Milele e aiutare i bambini di un villaggio. Come è noto, la somma di denaro assegnata per la negoziazione e la conversione di Aisha all’islam hanno portato molto scalpore. Questo però non è avvenuto quando, solo in questo ultimo anno, sono state liberate altre tre persone italiane: perché? Forse perché quest’ultimi sono uomini?! Luca Tacchetto, catturato in Burkina Faso da un gruppo terrorista, riuscito a scappare il marzo scorso; Alessandro Sandrini, catturato ai confini della Siria da una banda criminale, liberato un anno fa grazie ad un negoziato e convertito anch’egli all’islam; infine Sergio Zanotti, catturato in Turchia da Al Qaeda, liberato nell’aprile dell’anno scorso grazie ad un negoziato. Nessuno stupore, nessuna indignazione innanzi a questi casi che riguardano uomini; ma un grandissimo polverone quando ad essere liberata è una donna che decide di essere libera.

 

Infine, un grosso errore che viene commesso da molti è vedere come obiettivo delle femministe il sistema matriarcale: la vera conquista sarebbe quella di portare uomini e donne allo stesso livello, con uguali doveri e uguali diritti.

A simpatizzare su questo fattore, è il film Non sono un uomo facile di Éléonore Pourriat – attrice, scrittrice, registra e romanziera francese; una commedia romantica che di comico ha gran poco, perché, sebbene i temi siano affrontati con leggerezza, viene mostrata la tragicità causata dalle disuguaglianze di genere. Nel mondo immaginato da Éléonore, la realtà è parallela a quella a cui siamo abituati: le donne sono padrone e capifamiglia, mentre gli uomini subiscono molestie verbali per strada, violenza sessuale e discriminazioni di ogni tipo. Questa visione risulta essere ridicola, ma se riflessa – e quindi portata alla realtà dei giorni nostri – è del tutto normale.

 

Alla fine del film, dopo aver smascherato molte tra le discriminazioni che si nascondono nella nostra quotidianità, si capisce come l’unica soluzione sia l’equità e quanto il sistema patriarcale sia pericoloso e dannoso per il mondo intero... sì, perché «this is a man’s world, but it will be nothing without a woman or a girl».

 

22 maggio 2020