Il paradosso dell’alimentazione tra fame e spreco

 

Nel mondo circa una persona su nove non ha abbastanza da mangiare e una su tre è malnutrita, mentre nei Paesi avanzati 1,9 miliardi di persone, cioè oltre un quarto della popolazione mondiale, sono in sovrappeso o soffrono di malattie provocate da diete alimentari eccessive o sbilanciate e ogni giorno quantità enormi di derrate alimentari finiscono tra i rifiuti, contribuendo all’inquinamento. Perciò il problema della fame attualmente non è legato alla carenza di cibo, quanto piuttosto alla sua distribuzione. Infatti, ogni anno, a livello collettivo, produciamo cibo a sufficienza per sfamare il mondo intero e garantire a tutti 3.000 calorie al giorno. Allora perché centinaia di milioni di persone, tra cui molti bambini, sono costrette a patire la fame?  

 

di Valeria Tusa

 

 

Secondo l’ultima edizione dello State of Food Security and Nutrition in the World, ossia lo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel mondo, pubblicata congiuntamente da FAO, IFAD, UNICEF, WFP e WHO, nel 2020 quasi 928 milioni di persone, ovvero un decimo della popolazione mondiale, hanno subito la fame ad un livello grave. Alle persone denutrite, poi, si aggiungono quelle che, a causa dell’aumento nei costi dei beni alimentari e della scarsa disponibilità di mezzi economici, non hanno accesso a una dieta continuativa e nutriente, in particolare a minerali e vitamine nonché a cibi ad alto contenuto proteico. In totale, dunque, sono circa 2,37 miliardi nel mondo le persone che affrontano livelli moderati o gravi di insicurezza alimentare. Un terzo della popolazione mondiale. Un dato che è già drammatico di per sé, ma sconvolge ancora di più se si nota che è aumentato di 320 milioni rispetto al 2019, più degli aumenti dei cinque anni precedenti messi insieme.

 

 

In parte, questo triste risultato è stato determinato dalla pandemia che ha provocato in molte regioni del mondo recessioni devastanti e ha ostacolato l'accesso alle risorse alimentari a molte persone in condizioni di difficoltà economiche. Ma la pandemia non ha fatto altro che mettere in luce le vulnerabilità già presenti nei nostri sistemi alimentari. Infatti, già prima del Covid la fame era in continuo aumento e si registravano scarsi progressi sul fronte della malnutrizione, soprattutto nei Paesi in preda a conflitti armati, povertà, condizioni meteorologiche estreme, disordini politici, oscillazioni di mercato, o alle prese con profonde disuguaglianze.

 

Afferma David Beasley, direttore esecutivo del Programma alimentare mondiale (United Nations World Food Programme):

 

« A causa di così tanti conflitti, del cambiamento climatico, del vasto uso della fame come arma politica e militare, e di una pandemia mondiale che peggiora il tutto in modo esponenziale, 270 milioni di persone stanno avvicinandosi sempre di più all’inedia. E se questo non fosse già abbastanza, di questi 270 milioni di persone, 30 milioni contano su di noi al 100 percento per la loro sopravvivenza. L’umanità, come risponderà? Ci troviamo in quello che potrebbe essere considerato il più ironico dei momenti nella storia moderna. Da una parte – dopo secoli di passi da giganti nell’eliminazione della povertà estrema, oggi ci troviamo con 270 milioni di persone, il nostro prossimo, sull’orlo dell’inedia. Più dell’intera popolazione dell’Europa occidentale. Dall’altra parte, ci sono 400.000 miliardi di dollari di ricchezza nel nostro mondo oggi. Anche nel picco della pandemia di Covid, in soli 90 giorni la ricchezza è aumentata di 2.700 miliardi di dollari. Mentre noi abbiamo bisogno solo di 5 miliardi di dollari per salvare 30 milioni di vite dalla carestia. C’è chiaramente qualcosa che non capisco. »

 

 

È importante sottolineare, però, come ribadisce l’UNICEF, che porre fine alla fame e alla malnutrizione in tutte le sue forme (tra cui sottonutrizione, carenze di micronutrienti) non significa semplicemente assicurare cibo a sufficienza per garantire la sopravvivenza: il cibo che mangiamo deve essere anche nutriente, soprattutto nel caso dei bambini. Questo, però, è reso assai difficile dal costo sempre più elevato degli alimenti nutrienti (frutta, ortaggi, cibi ad alto contenuto proteico), che determina un ostacolo all’accesso a un’alimentazione adeguata a molte famiglie.  Significativo qui notare che una dieta sana è di gran lunga più costosa di 1,25 dollari al giorno, ossia la cifra fissata come soglia di povertà a livello internazionale. E se 1,25 dollari non sono sufficienti a garantire un’alimentazione di base, o a garantire ai bambini probabilità accettabili di non morire prima del loro quinto anno di vita, non si può affermare che portare le persone al di sopra di questa soglia così bassa significa affrancarle dalla fame, e ancor meno dalla povertà.

 

Per non sottolineare i problemi che sorgono con la definizione stessa di fame, descritti in modo molto efficace da Jason Hickel, un antropologo economico la cui ricerca si concentra sulla disuguaglianza globale, nel libro The Divide (2017):

 

« Le Nazioni Unite conteggiano una persona come «affamata» solo quando il suo apporto calorico diventa «inadeguato a coprire anche i bisogni minimi di uno stile di vita sedentario» (cioè meno di circa 1600-1800 calorie al giorno) per «oltre un anno». Il problema è che la maggior parte dei poveri non ha uno stile di vita sedentario; anzi, di solito svolge lavori fisici impegnativi, quindi in realtà ha bisogno di molte più calorie di quelle fornite dalla soglia dell’Onu. La stessa Fao riconosce questo limite: nel suo rapporto del 2012 ammette che «molte persone povere e affamate per sostentarsi svolgono lavori manuali pesanti». L’organizzazione ammette che la sua definizione di fame è «riduttiva», «molto prudente», incentrata solo su una «privazione calorica estrema» e quindi «chiaramente inadeguata» per orientare le politiche. 

Un altro problema della definizione della Fao è che conta solo le calorie, e quindi le persone affette da gravi carenze di vitamine e sostanze nutritive di base (una condizione che nel complesso riguarda qualcosa come 2,1 miliardi circa di individui) non rientrano nella definizione di persone denutrite finché riescono a ingerire calorie sufficienti a continuare a far battere il cuore. Anche le persone che soffrono di parassitosi, che inibiscono i tassi di assorbimento del cibo, non vengono prese in considerazione, perché ciò che conta è l’apporto calorico, non la nutrizione effettiva. Nemmeno le persone che soffrono la fame per alcuni mesi all’anno rientrano nelle statistiche, perché la definizione di «fame» considera solo chi la patisce per più di un anno. Scrive la Fao: «Il periodo di riferimento dev’essere abbastanza lungo perché le conseguenze del limitato apporto alimentare siano dannose per la salute. Anche se non ci sono dubbi sul fatto che carenze temporanee di cibo possano produrre stress nell’organismo, l’indicatore Fao è basato su un intero anno». In pratica, la definizione della Fao presuppone, senza invocare alcuna prova a supporto, che soffrire la fame per undici mesi non sia dannoso per la salute umana. L’idea sembra essere quella di mantenere le persone semplicemente in vita, quel che basta per soddisfare il parametro, senza curarsi troppo del tipo di vita che riescono effettivamente a condurre. »

 

La fame, dunque, è un ostacolo al progresso degli individui e della società e determina delle conseguenze molto dannose per la salute, in quanto aumenta la vulnerabilità alle malattie e dà una sensazione di debolezza e di apatia. A rendere, però, la situazione ancora più tragica sono i suoi effetti sui bambini. La piaga silenziosa della malnutrizione infantile, infatti, rischia di compromettere seriamente il loro sviluppo psico-fisico e cognitivo, causando difficoltà nell’apprendimento e nella crescita e gravando ulteriormente su famiglie già stremate da povertà, guerre, instabilità politica e cambiamenti climatici che rendono la loro situazione di vita opprimente.

 

Secondo le stime, nel 2020 erano più di 149 milioni i bambini sotto i cinque anni con un ritardo della crescita (altezza troppo bassa rispetto all'età), più di 45 milioni quelli deperiti (troppo magri rispetto all'altezza) e il 22% dei bambini sotto i cinque anni erano rachitici, ossia presentavano gravi disturbi dell'ossificazione con deformazioni ossee conseguenti. Ogni anno fino a 500.000 bambini diventano parzialmente o completamente ciechi per deficienza di vitamina A, che aumenta anche la loro vulnerabilità alle malattie.

 

La fame e la denutrizione contribuiscono, poi, a quasi la metà delle morti infantili globali (2,3 milioni di bambini). Per rendersi conto della gravità della situazione, si potrebbe dire che ogni 13 secondi un bambino muore per fame o per una malattia legata alla fame. Ogni 13 secondi.

 

 

È indescrivibile la portata di questo dato, in quanto è devastante e opprimente rendersi davvero conto di così tante vite perdute, di così numerosi futuri sgretolati e distrutti, di così tante potenzialità sprecate. Uno scenario grave che forse potrebbe essere comprensibile se il problema fosse la mancanza e la carestia globale di cibo. Però così non è. Infatti, di fronte ai milioni che soffrono la fame, ci sono circa 1,9 miliardi di persone sovrappeso nei Paesi avanzati, molte delle quali gravemente obese, e gli sprechi alimentari annuali producono perdite dal valore di centinaia di miliardi di dollari. Tutto questo rende la sofferenza delle persone denutrite ancora più intollerabile e inammissibile.

 

Sorge qui l’aspetto paradossale dell’alimentazione, che presenta da un lato sovralimentazione, obesità, sprechi alimentari colossali e enorme impatto ambientale; dall’altro fame e tanta disperazione. Scarsità nell’abbondanza.

Come sostiene Jason Hickel:

 

« La fame non è un problema di carenza, è un problema di distribuzione. Una quantità sproporzionata del cibo mondiale prende la via dei paesi ricchi, dove finisce in buona parte nella spazzatura. Negli Stati Uniti e in Europa, i consumatori arrivano a buttare a volte addirittura la metà del cibo acquistato. Le Nazioni Unite calcolano che tagliando soltanto di un quarto lo spreco alimentare globale e reindirizzandolo dove è più necessario si riuscirebbe a risolvere il problema della fame nel mondo. » (The Divide, 2017)

 

 

Anche Vaclav Smil, professore emerito presso la Facoltà di Scienze ambientali dell’Università di Manitoba, nel suo recente libro I numeri non mentono (2020), osserva:

 

« Il pianeta spreca cibo in una misura che non possiamo che definire eccessiva, imperdonabile e, considerate tutte le nostre preoccupazioni sull’ambiente e sulla qualità della vita umana a livello globale, assolutamente incomprensibile. […] Globalmente, almeno un terzo di tutto il cibo raccolto viene sprecato. »

 

Egli, analizzando le ragioni di questo spreco colossale, nota che, nei Paesi più poveri, esso è causato perlopiù da cattiva conservazione e mancata refrigerazione. Nell’Africa Subsahariana, perciò, lo spreco si verifica sostanzialmente prima che il cibo raggiunga i consumatori.

 

« Nei Paesi sviluppati, invece, la causa principale è la differenza tra la sovrapproduzione alimentare e il consumo effettivo: nonostante il consumo eccessivo di cibo sia molto diffuso, la maggior parte delle nazioni ad alto reddito mette a disposizione dei propri cittadini un’offerta alimentare che sarebbe adeguata, in media, al fabbisogno di taglialegna o minatori molto laboriosi, non a quello di popolazioni per lo più sedentarie. »

 

 

Negli USA (con una popolazione di circa 333 milioni di persone), per esempio, lo spreco quotidiano è di 1.500 chilocalorie per abitante, e nel 2020 la stessa quantità di cibo avrebbe potuto fornire un nutrimento adeguato (2.200 chilocalorie pro capite) a circa 230 milioni di persone, poco più dell’intera popolazione del Brasile, il sesto Paese al mondo per popolazione.

 

Lo spreco alimentare, in aggiunta, contribuisce ad aggravare l’impatto ambientale. Infatti, «comporta inevitabilmente lo sperpero del lavoro e dell’energia che sono direttamente impiegati nell’utilizzo dei macchinari agricoli e delle pompe per l’irrigazione, e indirettamente nella produzione dell’acciaio, dell’alluminio e delle materie plastiche necessarie per assemblare quei macchinari e nella sintesi di fertilizzanti e pesticidi. E il lavoro agricolo in eccesso finisce per nuocere all’ambiente contribuendo all’erosione del terreno, alla lisciviazione dei nitrati, alla perdita di biodiversità e allo sviluppo di batteri resistenti agli antibiotici; la produzione di cibo sprecato potrebbe essere la causa del 10% delle emissioni globali di gas serra» (Vaclav Smil, I numeri non mentono). Per non considerare poi gli effetti derivati dal possibile aumento della produzione agricola del 60-70% stimato dalla FAO per il 2050, considerando l’incremento previsto della popolazione umana (che dovrebbe raggiungere per quell’anno quasi 10 miliardi di persone) e i cambiamenti attesi nella dieta e nei livelli di consumo associati all’incremento dell’urbanizzazione.

 

 

Ad accentuare l’impatto ambientale, però, oltre allo spreco alimentare, contribuisce considerevolmente anche e soprattutto l’allevamento intensivo. Per non parlare poi dei suoi effetti sugli animali e sulla nostra salute. Secondo la FAO, il 26% delle nostre terre è occupato dagli allevamenti intensivi, dai campi destinati alla produzione dei mangimi e agli impianti per la trasformazione e il confezionamento dei prodotti finiti. Si tratta di un quarto della superficie del pianeta non ricoperto dalle acque, pari all’estensione di Europa e Africa messe insieme. E, se la domanda di carne continuerà a crescere e la popolazione mondiale ad aumentare, è inderogabile chiedersi quanta altra terra siamo disposti a consumare per i prodotti di origine animale.

 

L’allevamento intensivo, inoltre, inquina i terreni, le acque e i mari, contaminando la natura con tossine potenzialmente mortali. La FAO ha stimato infatti che il 18% delle emissioni è costituito dai gas derivanti dagli allevamenti intensivi, superando persino il settore dei trasporti (13,5%). In effetti, il modello di allevamento “crescita rapida, rendimento elevato” utilizza quantità massicce di cereali e soia per alimentare gli animali. E per stimolare la crescita di queste colture vengono impiegate considerevoli quantità di pesticidi e fertilizzanti ricchi di azoto e fosforo. Questi, in seguito, risultano nei rifiuti prodotti quotidianamente dagli animali ammassati all’interno di capannoni chiusi. I rifiuti, perciò, sono concentrati in zone ristrette e spesso finiscono nell’ambiente naturale, con gravissime conseguenze. L’azoto e il fosforo, di fatto, se si riversano nei corsi d’acqua in maniera massiccia, provocano la proliferazione di alghe che monopolizzano l’ossigeno presente nell’acqua, causando così l’estinzione di molte piante e animali e la creazione di “zone morte” nelle quali possono vivere solo poche specie. Una parte dell’azoto diventerà invece gassoso e si trasformerà per esempio in ammoniaca che acidifica le acque e riduce lo strato di ozono, oltre a minacciare i nostri approvvigionamenti idrici. La FAO, infatti, stima che l'allevamento del bestiame sia responsabile di oltre il 60% delle nostre emissioni globali di ammoniaca.

 

A queste pericolosissime conseguenze, deve essere certamente aggiunta anche l’inammissibile crudeltà verso gli animali, costretti a vivere in condizioni estreme. Dietro gli allevamenti intensivi, in effetti, si nasconde la volontà delle aziende di produrre velocemente la maggior quantità di carne possibile, senza tenere conto del rispetto verso bovini, ovini, polli e tutti gli altri animali.

 

 

Consideriamo, per esempio, la situazione dei polli. Tradizionalmente, i polli allevati a terra venivano macellati raggiunto il primo anno di età, quando pesavano solamente 1 kg. Oggi, invece, essi raggiungono il loro peso di abbattimento in 38-40 giorni, cioè in meno di 6 settimane. Così,

 

« i vantaggi per il consumatore crescono insieme alle sofferenze degli animali. I polli acquistano peso con una tale rapidità perché possono mangiare quanto vogliono mentre vengono tenuti al buio e in spazi estremamente ristretti. Dato che i consumatori prediligono la carne magra del petto, il processo di selezione effettuato al fine di ottenere petti eccessivamente sviluppati sposta in avanti il centro di gravità degli animali, ostacolandone il movimento naturale e ponendo uno stress ulteriore sulle zampe e sul sistema cardiaco. Ma tanto non potrebbero muoversi comunque; secondo il National Chicken Council, un pollo da allevamento ha a disposizione solamente uno spazio compreso tra 560 e 650 cm², un’area simile a un foglio A4. Dato che periodi lunghi di oscurità favoriscono la crescita degli animali, i broilers [polli comuni allevati esclusivamente per produrre carne] maturano con livelli di intensità luminosa simili a quelli del crepuscolo. Condizioni di vita che alterano il loro ritmo circadiano e comportamentale. » (Vaclav Smil, I numeri non mentono)

 

E simili livelli accelerati di crescita inducono questi volatili ad avere varie menomazioni: difficoltà di locomozione, problemi cardiovascolari e respiratori, oltre a deformazioni delle zampe o addirittura di paralisi.

 

La situazione di vita degli altri animali, come i bovini e gli ovini, è simile o anche peggiore.

 

Anche Y.N. Harari, nel suo libro Sapiens (2011), riflette sulle condizioni inaccettabili a cui sono costretti gli animali negli allevamenti intensivi. Egli osserva, in particolare, come essi non vengono trattati come creature viventi che possiedono emozioni complesse e possono sentire dolore e sofferenza, ma come vere e proprie macchine. E questo trattamento causa loro non solo malessere fisico, ma anche frustrazione psicologica e costante tensione e afflizione. Harari rileva anche come questo comportamento sia alimentato dalla nostra indifferenza. Infatti, di fronte ai prodotti di origine animale che compriamo, raramente ci soffermiamo a riflettere sul percorso che quel prodotto ha fatto prima di arrivare al consumatore e pensiamo soltanto all’attimo, al piacere che mangiare quel determinato cibo ci provoca nell’immediato, incoscienti delle sofferenze precedenti degli animali e delle conseguenze future delle nostre azioni.

 

« La maggior parte delle persone che produce e consuma uova, latte e carne raramente si ferma a pensare al destino dei polli, delle mucche o dei suini, la carne e le emissioni dei quali essa consuma. E quelli che invece ci pensano spesso argomentano che gli animali sono poco diversi dalle macchine, privi di sensazioni e emozioni e incapaci di soffrire. Ironicamente, le stesse discipline scientifiche che progettano i macchinari per il latte e per le uova hanno dimostrato recentemente senza limiti di dubbio che i mammiferi e gli uccelli possiedono un mondo sensoriale ed emotivo molto complesso. Loro non solo percepiscono il dolore fisico, ma possono anche soffrire per tensioni emotive. » 

 

È evidente, pertanto, che con i nostri comportamenti sbagliati provochiamo loro danno. Agli stessi animali che normalmente diciamo di amare e rispettare. Con un’alimentazione più sostenibile e biologica, però, potremmo impedire tutta questa sofferenza e garantire un’esistenza più serena agli animali, e a tutti noi.

 

 

È necessario anche sottolineare come le nostre abitudini alimentari insostenibili siano direttamente collegate alla deforestazione. Il 10% della deforestazione globale, infatti, è causata dai consumi dell’Unione Europea. La WWF, in un rapporto dell’anno scorso, Quanta foresta avete mangiato, usato o consumato oggi, stima che ogni anno a causa della riconversione in terreni agricoli spariscono 10 milioni di ettari di foreste, e prendendo in considerazione gli ultimi 30 anni, il computo sale a 420 milioni di ettari scomparsi, con conseguenze allarmanti per la biodiversità delle specie. Ed è proprio la produzione agricola su larga scala a costituire la minaccia più pericolosa: l'80% della deforestazione in Amazzonia deriva direttamente o indirettamente dal settore dell’allevamento del bestiame, e quindi dalla necessità di fare posto ai pascoli per la produzione di carne e alle piantagioni di soia. La soia, di fatto, viene utilizzata per produrre mangimi per gli allevamenti in tutto il mondo, con effetti devastanti sui territori e sulle comunità.

 

Queste scelte sbagliate, dunque, si riflettono direttamente sull’ambiente, sulla terra che ci dà nutrimento e sulla qualità dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo. La perdita delle foreste si traduce, infatti, in un attentato alla biodiversità e in un aumento dell’anidride carbonica, accelerando il cambiamento climatico già in atto.

 

 

Un altro grande problema dell’alimentazione che affligge i Paesi più sviluppati, come accennato in precedenza, è la sovralimentazione e l’obesità. Negli Stati Uniti, per prendere una situazione lampante, il grado di diffusione dell’obesità è più che raddoppiato tra il 1962 e il 2010, passando dal 13,4 al 35,7 per cento degli adulti di età superiore ai vent’anni. E, se si aggiungono i soggetti semplicemente sovrappeso, il risultato è che, tra gli adulti, il 74% degli uomini e il 64% delle donne ha un peso eccessivo. Oggi, poi, in questa categoria rientra oltre il 50% dei bambini sopra i 6 anni. Dati molto preoccupanti, in quanto obesità e sovrappeso sono condizioni che, a lungo termine, vengono associate ad elevata mortalità e rappresentano un importante fattore di rischio per molte malattie croniche, tra cui ipertensione, diabete mellito di tipo 2, malattie cardiovascolari (infarto e ictus in particolare), e alcune forme di tumori; per non considerare tutti gli altri effetti negativi sulla salute, quali affanno, problemi alle articolazioni, disturbi del sonno e altri.

 

La sovralimentazione, poi, spinge le persone a rincorrere diete che facciano dimagrire in fretta. Così, ogni anno la popolazione degli Stati Uniti spende più soldi in diete di quanti ne basterebbero per dar da mangiare a tutta la gente che soffre la fame nel resto del mondo.

 

L’alimentazione, pertanto, è un argomento molto complesso e dalle più varie sfaccettature. Mentre 1,3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecati ogni anno, mentre miliardi di dollari vengono spesi in diete o nel tentativo di ridurre i danni della sovralimentazione e dell'obesità, mentre i Paesi più sviluppati mettono in atto scelte alimentari insostenibili che danneggiano l’ambiente e gli animali, più di 2 miliardi di persone affrontano livelli spaventosi di insicurezza alimentare e darebbero di tutto per beneficiare di un pasto caldo e condurre una vita sana e attiva.

 

 

In conclusione, l’unico modo per fare fronte alle crisi attuali, per raggiungere l’obiettivo Fame Zero e per salvare dall’inedia milioni di persone, è agire insieme ripensando i nostri sistemi alimentari in modo sano, resiliente e rispettoso dell’ambiente. È arrivato da tanto il momento di interessarsi attivamente a questi fenomeni e di assumere una maggiore consapevolezza per riconoscere le scelte alimentari che danneggiano il pianeta. Perché, nonostante i danni catastrofici che stiamo provocando, siamo ancora in tempo per cambiare rotta verso un’alimentazione più consapevole e sostenibile. Per ottenere dei risultati, però, è indispensabile lavorare tutti insieme per poter garantire al maggior numero di persone una migliore qualità di vita, con benefici enormi per tutta l’umanità.

 

16 agosto 2021