Rosso Malpelo nel 2021: lo sfruttamento minorile

 

Giovanni Verga nella sua famosa novella intitolata Rosso Malpelo racconta la storia di un giovane ragazzo che lavora in condizioni disumane in una cava siciliana del tardo 1800, e viene ritenuto “malvagio” a causa di un luogo comune molto diffuso all’epoca che considerava segno di sfortuna il colore rosso dei capelli. L’opera fa parte del movimento letterario del Verismo e affronta uno dei temi sociali più dibattuti in quel periodo, ovvero lo sfruttamento minorile. Seppur sia passato più di un secolo dal racconto di Verga, questo fenomeno rimane uno dei problemi più urgenti e rilevanti a livello globale.

 

di Linda Calderaro

 

 

«Oggi sono 160 milioni i minori di età compresa fra i 5 e gli 11 anni che vengono sfruttati nel mondo», così inizia la denuncia allo sfruttamento minorile da parte dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo), organo delle Nazioni Unite che si pone l’obiettivo di tutelare i diritti umani riconosciuti internazionalmente e in particolar modo quelli riguardanti il lavoro, e da parte dell'Unicef, fondo dell’ONU nato con lo scopo di salvaguardare i diritti dei bambini colpiti durante la Seconda guerra mondiale. I dati in questione, risalenti all’inizio del 2020, dimostrano come lo sfruttamento minorile sia aumentato nel mondo per la prima volta negli ultimi due decenni, durante i quali il numero di bambini sfruttati aveva subito un calo di 94 milioni. L’aumento, iniziato prima della pandemia, è destinato ad aggravarsi a causa di quest'ultima, la quale contribuisce a peggiorare le già difficili condizioni economiche di molte famiglie. 

 

«Stiamo perdendo terreno nella lotta per porre fine al lavoro minorile», ha detto il capo dell'Unicef Henrietta Fore, aggiungendo che «la crisi del Covid-19 sta peggiorando ulteriormente la situazione. Ora, in un secondo anno di blocchi globali, chiusure scolastiche, interruzioni economiche e budget nazionali in calo, le famiglie sono costrette a fare scelte strazianti».

 

Si stima inoltre che entro i prossimi due anni il numero potrebbe salire di altri 50 milioni: ma tutto ciò è davvero necessario?

 

Con il termine “lavoro minorile” si intendono l’insieme di attività lavorative alle quali sono sottoposti milioni di minori in tutto il mondo fin dall’infanzia, con effetti negativi sulla loro crescita fisica e psicologica. I bambini vittime di questo fenomeno vengono infatti privati oltre che della dignità, anche di alcuni diritti fondamentali che spettano loro secondo la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'uomo e la Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, quali il diritto all’istruzione, al gioco e alla possibilità di vivere serenamente in un clima affettuoso e sicuro. 

 

La causa principale di questo fenomeno, considerato una vera e propria “piaga” per la società contemporanea, è la povertà estrema delle famiglie, spesso provocata da una situazione politica instabile del paese natale, che quindi sono portate, dalla mancanza di denaro e dalla necessità di sopravvivere, a prendere decisioni paradossali e inimmaginabili. 

 

Di fronte a qualsiasi difficoltà e problema, l’uomo cerca di agire in modo tale da fare “il male minore”, ottenendo un vantaggio per sé e, di conseguenza, per gli altri. Un esempio rilevante che aiuta a comprendere il ragionamento appena presentato sono le rivolte dei contadini nel Medioevo: i braccianti, infatti, si ritrovarono in una situazione in cui il tornaconto economico dei padroni delle terre da loro coltivate prevaleva sul bene comune. Per arrivare ad un compromesso che facesse ottenere un vantaggio ad entrambe le parti, la soluzione più adeguata e semplice era il dialogo. Tuttavia, poiché i ricchi proprietari terrieri si rifiutavano di collaborare, l’alternativa migliore per raggiungere l’obiettivo prefissato e fare così il “male minore” era quella di organizzare delle ribellioni. 

 

Questa logica può essere applicata in parte anche al caso della scelta di molte famiglie, ridotte al lastrico, di mandare a lavorare i propri figli: i genitori vedono nel lavoro minorile l’unica possibilità rimasta loro per guadagnare denaro e quindi sfamarsi; così pensano di fare il “male minore” per ottenere lo stesso vantaggio, magari non sapendo che esistono altri modi migliori per raggiungere il medesimo scopo. Per esempio potrebbero chiedere aiuto allo Stato, il quale però, nella maggior parte dei casi, non possiede i mezzi o i finanziamenti per aiutare le famiglie in difficoltà; in alternativa sono presenti diverse organizzazioni no profit che operano quindi senza scopo di lucro e di profitto per cercare di migliorare la vita  delle comunità più disagiate, senza mettere a rischio la crescita dei bambini costringendoli a lavorare; ma a volte, semplicemente, le alternative non esistono.

 

 

Un altro motivo per cui milioni di minori in tutto il mondo sono tuttora vittime dello sfruttamento è l’impossibilità di usufruire di un’istruzione adeguata, provocata principalmente da una situazione economica familiare molto critica. Frequentare la scuola dovrebbe essere un diritto fondamentale di ogni individuo fin dai primi anni di vita: grazie agli studi il bambino cresce moralmente e mentalmente; sviluppa diverse competenze essenziali nella quotidianità (ad esempio leggere, scrivere, fare i conti); acquisisce la capacità di ragionare e trovare delle soluzioni ai problemi di tutti i giorni. L’istruzione, perciò, ha un ruolo fondamentale nella formazione non solo personale ma anche di un buon cittadino, capace di privilegiare sempre il bene collettivo di fronte ai propri interessi personali. 

 

Negli ultimi decenni, poi, un altro fattore che ha contribuito in modo significativo alla diffusione di questo fenomeno sono le conseguenze della globalizzazione. Infatti, sempre più spesso al giorno d’oggi le multinazionali decidono di spostare le proprie industrie nei Paesi in via di sviluppo, dove i costi per la manodopera e per il mantenimento degli impianti sono assai ridotti e dove non vengono rispettati i diritti dei lavoratori. Tale fenomeno è conosciuto con il nome di delocalizzazione. I dipendenti, per lo più minorenni, lavorano anche 12/15 ore al giorno, a ritmi insostenibili e senza misure di sicurezza adeguate, con salari minimi che non permettono loro di condurre uno stile di vita adeguato nemmeno per soddisfare i bisogni primari. Le aziende in questione, quindi, tendono ad assumere i bambini perché sono più facili da controllare e manipolare rispetto agli adulti, che più difficilmente danno di loro spontanea volontà il “consenso”, fondamentale per mantenere in vita un qualunque sistema, per svolgere determinati impieghi. 

 

Dunque, lo sfruttamento minorile è strettamente connesso al fenomeno del capitalismo, dove i proprietari delle aziende mettono al primo posto l’interesse per il guadagno e il desiderio di un tornaconto economico, calpestando i diritti dei propri dipendenti e commettendo un errore poiché in questo modo non privilegiano il bene comune. 

 

Secondo alcune stime dell’ONU, nel mondo sono 120 milioni i minori dai 5 ai 14 anni che lavorano fino a 11 ore al giorno per 6 o 7 giorni la settimana tutto l'anno, dormendo talvolta nelle stesse fabbriche dove vengono sfruttati. In Bangladesh un quarto della popolazione infantile lavora nelle industrie per la produzione di tappeti e tessuti pregiati che vengono poi esportati e venduti in Occidente. In Tailandia un terzo della manodopera del paese è costituita da bambini, impiegati in maggior numero nelle aziende di giocattoli. In Africa lavorano 4 minori su 10, mentre nei Paesi in via di sviluppo la media è di 1 su 4. 

 

 

Tuttavia, questo fenomeno interessa anche i Paesi più industrializzati, come per esempio l’Italia: sono babysitter, giovani braccianti, baristi, manovali, lavapiatti o aiuto camerieri i 340 mila minori che lavorano nel nostro Paese, come evidenziato dai pochi dati attendibili provenienti da una ricerca, risalente al lontano 2013, della Fondazione Di Vittorio e da Save the Children. Tra di essi, 28.000 sono occupati in attività a rischio di sfruttamento grave: vengono impiegati in lavori serali, fino a tarda notte, non terminano gli studi, non riposano a sufficienza e lavorano in un ambiente poco sicuro.

 

Lo sfruttamento minorile, quindi, è un problema sociale di dimensioni globali che riguarda tutti noi e che è fondamentale contrastare: sono diverse le associazioni che si impegnano in questa lotta e lavorano ogni giorno per trovare delle soluzioni efficaci e immediate per porre fine a questo fenomeno. Prima fra tutte l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) che, in collaborazione con la Partnership Globale Alliance 8.7, ha proclamato il 2021 Anno Internazionale per l'Eliminazione del Lavoro Minorile, decisione presa all’unanimità in una deliberazione dell’Assemblea Generale dell’ONU nel 2019. 

 

Uno degli scopi principali di questa iniziativa è quello di spingere le più grandi potenze mondiali ad attuare tutti i provvedimenti necessari per conseguire l’obiettivo 8.7 degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il quale prevede di abolire una volta per tutte il lavoro minorile, la schiavitù moderna e la tratta di esseri umani entro il 2030 e di assicurare l’eliminazione di tutte le forme, non solo le più gravi, di sfruttamento infantile (come per esempio la pratica dei bimbi-soldato) entro la fine del 2025.

 

È essenziale, dunque, informarsi e continuare a supportare tali iniziative ed organizzazioni, per fare in modo che storie come quella di Rosso Malpelo rimangano solo sui libri e non continuino ad essere la triste realtà.

 

19 agosto 2021