Psicosi da covid

 

Ci troviamo in una pandemia aggressiva e inedita, ma il clima sociale che abitiamo di questi tempi è pericoloso quanto il virus che ci minaccia. L'asprezza delle dichiarazioni, dei provvedimenti, delle "chiusure" dimostra una tensione palpabile, che dovrebbe cominciare a preoccuparci.

 

Uno spettro si aggira per l'Europa: la psicosi anti-"no vax". Una categoria utilizzata erga omnes, senza differenziazione, purché si manifesti un dubbio rispetto alle procedure governative attuate. Poco importa se si è vaccinati, se non ci si è mai pronunciati contro alcun vaccino; ciò che conta è che non ci si interroghi su questo vaccino, o su questa circostanza pandemica. Una volta posta la domanda, si diviene negazionisti. E il "negazionista" va punito: va escluso e colpito ferocemente, perché discute il bene pubblico.

 

Per questa ragione affermiamo allora che la nostra società sia in preda a una psicosi di dimensioni spaventose. Non che tutte le argomentazioni, i dubbi, le rimostranze abbiano forza di persuadere, tutt'altro: i complottismi che si sprecano non sono granché interessanti. E tuttavia, internamente alla galassia dei "dubbiosi" vanno operati dei distinguo: discutere le scelte, riprendere in mano i dati, dibattere pubblicamente sono le operazioni che una democrazia, in genere – per definizione! –, fa. Eppure oggi non sembra una tendenza accettata e accettabile. Dai giornalisti che rifiutano di chiamare in trasmissione i cosiddetti "no vax" – chiunque essi siano e qualunque sia il loro reale pensiero –, sino al Presidente che racconta come l'ondata di contagi, quella di quest'autunno, sia assolutamente imputabile ai no vax, gli untori che rifiutano di assoggettarsi al bene comune e che lo "disturbano". Persino contro le evidenze scientifiche, ci sono personaggi noti che raccontano che il vaccino conferisca immunità (sic!) [qui e qui].

 

Ora, vorremmo aprire due vie di riflessione. La prima che mostra in che senso, a nostro avviso, si stia scadendo in un modo di fare autoritario e antidemocratico, che ha a cuore provvedimenti punitivi, per tacitare le voci. La seconda, invece, si interroga sulla differenza fra il modo di operare scientifico – sempre in ricerca – e l'opinione pubblica, i media, la politica, che invece "sanno già tutto", e con presunzione e arroganza si impongono sulla parte opposta. 

 

Attraverseremo la prima "via" portando un esempio, che sia, almeno secondo noi, indicativo della tendenza che denunciamo. Cominciamo dal principio: da dove deriva l'autorità? Dall'essere esperti, risponderemmo tutti. Ebbene, sulla base di cosa si distingue un esperto? Sulla base delle ragioni con cui, alla luce delle sue ricerche, ci sopravanza. Perciò il meccanico è più esperto di noi sui motori, la sarta lo è per quanto riguarda gli abiti, e così via. Sarebbe semplice se bastasse il titolo (il diploma), ma questo non accade perché le divergenze subentrano anche fra gli esperti: essendo sempre in ricerca (c'è chi non è consapevole di esserlo) il sapere fallisce, ci si contraddice, si incontrano ostacoli che si dirimono internamente al sapere stesso, col confronto, con l'esperimento, e così via. La conoscenza è in divenire

A causa della peculiarità, di ogni disciplina del sapere, di essere sempre in difetto rispetto alla "totalità" della conoscenza, accade che, alla luce delle divergenze e dei diversi esiti, i non-esperti del settore si trovino in difficoltà, e si affidino alle volte all'uno e alle volte all'altro. Se il meccanico non risolve il problema ci si rivolge a un altro; se la sarta non tratta a dovere l'abito e, per sbaglio, lo rovina, ci spostiamo da un'altra sarta. Per affidarsi c'è bisogno di essere convinti dall'autorità cui ci si rimette

 

Questo che si è detto sino ad ora è comunemente accettato, ma al contempo si pretende di trattare le altre discipline, specialmente quelle scientifiche, come un che di definitivamente posto, in cui la fiducia debba essere cieca, senza dubbio alcuno. Quando si parla col medico, il dubbio non è legittimo, è mancanza di rispetto dell'autorità. Come un Giano bifronte pensiamo che si debba e non si debba dubitare dell'autorità. Ma perché accade questo fatto? 

 

Perché non abbiamo chiara la relazione fra le autorità, né la relazione fra noi e l'autorità. Occupiamoci prima del secondo caso. Noi ci affidiamo a seconda del risultato – dicevamo. Bene, quando non comprendiamo il risultato – per esempio: la macchina funziona un po' meglio ma non è del tutto a posto –

chiediamo spiegazioni allo specialista, che di solito ci insegna perché non possa risolversi altrimenti, o perché le previsioni sono state sbagliate, o perché quelle previsioni abbisognino di tempo ulteriore per avverarsi. Lo stesso risultato è un dato complesso, che spesse volte non è risolvibile immediatamente. Certo, se il medico consiglia l'aspirina per guarire dall'influenza il problema è nullo, e il risultato è certo. Ma quando si tratta di una pandemia? Basta affidarsi o c'è bisogno di chi spieghi le dinamiche complesse che, di giorno in giorno, si intersecano in modo nuovo? Propendiamo per la seconda ipotesi. Al fine di mostrare il perché prenderemo in esame un esempio recente. 

 

 

Il guaio è che, a nostro parere, molte dichiarazioni non spiegano i risultati, non esibiscono alcuna ragione, alcun perché; dicono, al contrario, che quelle idee debbano valere solo perché poste da un'autorità. "Va bene così perché così dico io". Ma non abbiamo detto, poco fa, che per affidarci abbiamo bisogno di comprendere i risultati? E se il meccanico rispondesse così, cosa penseremmo?

 

Oltre che fallace è una tendenza insidiosa, che rischia di celare esiti pericolosi. Sull'Huffington Post è uscito qualche giorno fa un pezzo in cui si sprona alla vaccinazione portando a paragone il caso del morbillo. Il morbillo oramai non fa paura perché abbiamo un vaccino efficace, che previene gli esiti mortali e gravi della malattia. Si sostiene che nei momenti in cui le percentuali di vaccinazione calano, i casi aumentano, e le complicanze pure. E cosa vuole dirci, il medico, raccontando la storia del morbillo? Che la faccenda del covid è la medesima, e che, perciò, dovremmo affidarci e vaccinarci per arrestare la pandemia, indipendentemente dal numero di richiami richiesto.

 

Cosa non va? Non certo i dati sul morbillo, ci mancherebbe; è l'inferenza logica che non sembra granché appropriata.

1) che si assumano tanti dati in maniera irriflessa [morbillo e vaccino] non è di per sé buona cosa, e quindi se si risponde al pubblico "pigliati anche questo senza farti tante domande" vuol dire che all'autorità sta bene che le persone non riflettano su quello che fanno — sul covid e sul resto. Anzi, toglie anche la fatica di doverne parlare, di dover esibire le ragioni! Chi si affida volentieri a un esperto che risponde in questi toni?

2) le domande sul covid non possono essere esaurite con risposte che tirano in ballo ciò che c’entra così lateralmente da restare quasi indifferente [esiste il vaccino A e allora va bene il vaccino B]. Tutti i vaccini sono uguali, hanno gli stessi esiti, gli stessi effetti? Pare di no. Perché allora "argomentare" così?

3) le domande sul covid, in quanto novità — come malattia e come cure —, sono l’atteggiamento che previene errori perché alimenta la ricerca. Un dibattito aperto, al posto della stigmatizzazione, sarebbe utile a convincere e a discutere provvedimenti. Come convincere se con l'altro non si vuol parlare perché "un cretino che non ha una laurea"?

 

Ora viene il secondo problema, legato al primo. Proprio perché la scienza è in divenire, e i ricercatori in genere ne sono consapevoli, tende ad essere meno dogmatica. La novità del covid non ha portato sicurezze, tanto che i dati sono in continua sintesi, in continua revisione; le ricerche sulla validità dei vaccini non sono concluse, né la ricerca sugli effetti, sul rapporto rischi-benefici. La scienza ricerca ma i media e i divulgatori sanno già: è questo il paradosso della pandemia in corso. Non abbiamo certezze, il dibattito in seno alla comunità scientifica è più acceso che mai, e i risultati sono contrastanti. Non sappiamo che ne sarà. Eppure i "cacciatori di streghe" nostrani sono già con le forche in mano; loro già sanno.  

 

Che sia il caso, in tutto ciò, di cominciare ad interrogarci sull'atteggiamento adottato, prima che la psicosi produca violenze inaudite? Un atteggiamento tanto più grave quanto più deriva da chi dovrebbe "possedere" la ragione, cioè l'autorità.

 

La scienza è democratica perché esibisce ragioni, eppure dalla stampa e dalla politica questo oggi non traspare. Quello che l'autorità lascia intendere è, invece, che il dubbio sia roba da cretini. Il fatto è che, paradossalmente, la ragione – la scienza stessa! – si fonda sullo scetticismo, sul riconoscimento della fallibilità della conoscenza, che prende allora il coraggio di affacciarsi su nuove ipotesi. La ragione, che è limitata, si "tiene ferma" attraverso la negazione razionale delle tesi erronee. Così funziona la scienza, e allo stesso modo "lavora" il pensiero di ogni persona al mondo, a prescindere dall'attività che svolge in vita – che essa sia laureata oppure no. 

Per questo motivo, un'autorità che non esibisca ragioni ma taciti ogni dubbio, impedendone corretta espressione e impedendo di ricomprenderlo, come superato, all'interno delle sue argomentazioni, fa dell'autorità non una voce democratica e scientifica – quel che vorrebbe essere; bensì una forza dogmatica, autoritaria e irragionevole – quello che imputa agli avversari

 

 20 novembre 2021