Trump e la Commissione 1776: istruzioni per riscrivere, patriotticamente, la storia

 

Analisi di un tentato revisionismo storiografico e del fragile equilibrio fra verità storica e di Stato, passando fra i banchi di scuola.

 

 

Fra le prime misure varate dal nuovo Presidente degli Stati Uniti Joe Biden all’indomani del trionfale e quanto mai blindato Inauguration Day (20 gennaio 2021), ve ne è una all’interno di un vasto ed eterogeneo pacchetto di ordini esecutivi – in cui compaiono, fra gli altri, l’interruzione della realizzazione del muro a confine con il Messico, la revoca del “muslim ban”, il rientro degli Stati Uniti nell’accordo di Parigi sul clima – che colpisce per la sua natura apparentemente apolitica e squisitamente storica: la cancellazione della Commissione 1776 istituita da Donald Trump negli ultimi mesi del suo mandato, formalmente incaricata di riscrivere il racconto storico delle vicende americane legate al concetto di nazione e alla sua fondazione.   

 

Tale volontà sarebbe nata come reazione diretta all’iniziativa denominata The 1619 Project, figlia della penna della scrittrice Nikole Hannah-Jones e promossa dal New York Times Magazine a partire dall’agosto del 2019. Il celebre quotidiano si poneva come obiettivo quello di raccontare la storia del paese mettendo al centro della narrativa nazionale le conseguenze e le ricadute del fenomeno della schiavitù rispetto alla storia dello sviluppo degli USA, in occasione del 400° anniversario della prima deportazione a Point Comfort, sulle coste della colonia britannica della Virginia, di venti schiavi africani. Il loro arrivo inaugurò, infatti, un barbaro sistema di sfruttamento e traffico di esseri umani che avrebbe imperversato per i successivi duecentocinquanta anni fino all’approvazione, nel 1864, dopo la Guerra civile, del XIII emendamento della Costituzione (Sez. I, XIII emendamento: «Né la schiavitù né il servizio non volontario – eccetto che come punizione per un crimine per cui la parte sarà stata riconosciuta colpevole nelle forme dovute – potranno esistere negli Stati Uniti o in qualsiasi luogo sottoposto alla loro giurisdizione»). Per alcuni tutto ciò rappresenterebbe il peccato originale del paese, per altri la sua stessa origine. La questione di fondo, secondo il «New York Times», ruoterebbe proprio attorno a questo nodo dialettico e al seguente interrogativo: «cosa significherebbe considerare il 1619, e non il 1776 – data simbolo della Dichiarazione d’indipendenza dalla madrepatria britannica – quale anno di nascita degli Stati Uniti d’America?». Inutile sottolineare come tale provocazione abbia profondamente scosso vari ambienti ideologici, politici, storici e sociali del paese, dalla frangia repubblicano-conservatrice a quella liberal-democratica, tanto diverse, quanto ugualmente legate all’immagine idilliaca di un’America quale splendente city on a hill (“città su una collina”), una nazione esemplare che protegge la sicurezza e promuove la felicità del suo popolo.  

 

Da qui lo scopo dichiarato della Commissione consultiva 1776, fortemente voluta dall’allora presidente Donald Trump, di creare un sistema di istruzione patriottica che proponesse in chiave risolutiva la storia della fondazione degli Stati Uniti d’America. La vicenda pone interessanti prospettive argomentative sia dal punto di vista storico-filosofico, che socio-culturale.

Generalmente in ambito storico è quanto mai difficile porsi in termini risolutivi ed assoluti rispetto a vicende del passato; a tal proposito basti ricordare le parole di Marc Bloch (1886-1944), una delle voci più autorevoli del panorama storico accademico e padre della rivista «Annales d'histoire économique et sociale», contenute all’interno del celebre saggio Apologia della storia, pubblicato postumo (1949):

 

« Il passato è, per definizione, un dato non modificabile. Ma la conoscenza del passato è una cosa in fieri, che si trasforma e si perfeziona incessantemente. A chi ancora ne dubitasse, basterebbe ricordare ciò che, da poco più di un secolo, è accaduto sotto i nostri occhi. »

 

 

Ora, tale riflessione mal si confà con il contenuto del report del 18 gennaio 2021, redatto dalla Commissione 1776 e diffuso a pochi giorni dal drammatico assalto a Capitol Hill del 6 gennaio: un documento aspramente criticato da gran parte del mondo accademico d’oltreoceano, che lo avrebbe definito un rapporto di “pseudostoria”, elaborato da un organo in cui non compaiono storici di professione, ma personalità politicamente schierate, la cui imparzialità critica sembrerebbe del tutto compromessa (documento consultabile qui). A ben vedere non occorre scandagliare i capitoli centrali delle quarantuno pagine del rapporto per evincere la volontà di affermare una versione definitiva ed “unificante” della storia della fondazione americana.

 

« Nel corso degli eventi umani ci sono sempre stati coloro che hanno negato o rifiutato la libertà umana, ma gli americani non vacilleranno mai nel difendere le verità fondamentali della libertà umana proclamate il 4 luglio 1776. […] Anziché mettere da parte il serio studio dei principi fondanti dell'America o generare disprezzo per l'eredità americana, il nostro sistema educativo dovrebbe mirare a insegnare agli studenti i veri principi e la storia del loro paese. »

 

Fin dall’introduzione, infatti, è possibile percepire chiaramente come lo scopo primario di tale rapporto non si limiti ad essere una dichiarata reinterpretazione storiografica dei principi e valori fondazionali degli USA come nazione, ma si identifichi, piuttosto, con l’urgente necessità di attuare un concreto ripristino dell’educazione americana. Qui lo scarto qualitativo e intenzionale del report proposto dalla Commissione 1776. La scuola come humus ideale per coltivare ed operare questo genere di intervento di riforma didattica relativamente alla storia nazionale e all’insegnamento dell’educazione civica.

 

« Ciò include il ripristino dell'educazione patriottica che insegna la verità sull'America. […] dobbiamo resistere ai piccoli tiranni in ogni sfera che ci chiedono di parlare solo dei peccati dell'America, mentre negano la sua grandezza. A scuola, sul posto di lavoro e nel mondo, sono le persone, e solo le persone, che hanno il potere di difendere l'America e difendere il nostro modo di vivere. »

 

Vari studiosi ravvedono in questo il centro nevralgico della questione posta dall’operato e dalla proposta della commissione, nonché la ragione stessa della sua cancellazione da parte del neopresidente Biden. Infatti, non si tratterebbe semplicemente di temi relativi all’ambito specialistico e accademico (si vedano, fra le altre, la folta schiera di obiezioni sull’ingiustificata omissione storico-narrativa circa il punto di vista dei nativi americani e la ferma condanna etico-morale dello schiavismo), ma di un reale rischio di indottrinamento unilaterale in chiave nazionalista e conservatrice delle future classi dirigenti.

In cauda venenum (il veleno sta nella coda), insegnavano gli antichi; ed effettivamente è proprio dal capitolo V, Il compito del rinnovamento nazionale, e nella sezione d’Appendice IV, intitolata Insegnare agli americani il proprio Paese e declinata nei paragrafi L’uso improprio della storia, Il declino dell’educazione americana, Autentica educazione civica, che il tono rassicurante della captatio benevolantiae panamericana sul coraggio e i valori del proprio popolo, cede il passo a  quella che possiamo definire una vera e propria invettiva contro il sistema d’insegnamento americano fino ad oggi attuato. Riforma del sistema d’istruzione o progetto di rinnovamento nazionale?

 

« Le università negli Stati Uniti sono spesso oggi focolai di antiamericanismo, diffamazione e censura che si combinano per generare negli studenti e nella cultura più ampia disprezzo e, nel peggiore dei casi, odio per questo paese. […] un'ideologia intesa a manipolare le opinioni più che educare le menti. […] Ed è la forza intellettuale dietro tanta della violenza nelle nostre città, la soppressione della libertà di parola nelle nostre università e la diffamazione delle nostre preziose statue e simboli nazionali. Per ripristinare la nostra società, gli accademici devono tornare alla loro vocazione di perseguire incessantemente la verità e impegnarsi in studi onesti che cercano di comprendere il mondo e il posto dell'America in esso. »

 

 

L’uso ricorrente e sistematico delle parole “potere”, “conoscenza” e “verità”, rimanda inevitabilmente al pensiero di Michel Foucault (1926-1984) e allo studio puntuale e analitico che il filosofo francese dedicò in Le parole e le cose (1966) a tali concetti. In quest’opera, guardando alla storia del pensiero, Foucault investigò, in particolare, quei processi mediante cui il sapere nasce, si afferma e si diffonde, determinando un regime di verità che si identificherebbe, di fatto, con un regime di potere. Secondo l’autore il radicamento di una determinata episteme, insieme alla condivisione del criterio di verità, consentirebbe, infatti, al potere di svilupparsi, in modo capillare, nel quotidiano, nelle istituzioni e in tutti gli ambiti della vita sociale, compresa la scuola. All’interno di un tale processo, l’intervento di istanze politiche e strategie demagogiche tese al mercato del consenso, si rivelerebbe determinante e, in alcuni casi, pericoloso, in quanto concreto catalizzatore di una potenziale deriva ideologica.

 

« Eppure, lì sta la sfida. […] L’intolleranza selvaggia si batte alle radici, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro, e prima che diventi crosta comportamentale troppo spessa e dura. »  (U. Eco, Migrazioni e intolleranza)

 

Nessuna forma di sincretismo può accettare la critica: di questo ne era profondamente convinto John Dewey (1859-1952), filosofo e pedagogista statunitense, quando nel 1916 intitolò una delle sue più celebri opere Democrazia e educazione, tutt’oggi faro della letteratura pedagogica, uno scritto animato da due premesse necessarie e fondanti, quali la democrazia e l’educazione appunto, rispetto al concetto politico e teorico di libertà.

Nessuna forma di sincretismo può accettare la critica e, forse, non è un caso che dopo la cancellazione della Commissione nazionale 1776 il Trump Media & Technology Group (TMTG) del tycoon a stelle e strisce, abbia annunciato lo scorso ottobre, il lancio di una nuova e personale piattaforma social. Il suo nome? TRUTH, verità.  

 

25 novembre 2021