Noi, l’ambiente e il Coronavirus

 

La tragedia del Coronavirus ci ha dimostrato come l’ambiente sia estremamente influenzato dall’attività umana: quali conseguenze ha avuto e ha tuttora il Covid-19 sull'ambiente?

 

di Sara Ciprian

 

 

Con il primo ferreo lockdown che è stato attuato in più di 190 Paesi per arginare l’emergenza da Coronavirus il mondo sembrava essersi fermato. Il commercio globale era stato temporaneamente interrotto, erano stati cancellati voli e chiuse anche uffici e aziende. Questo ha avuto delle immediate conseguenze sulla riduzione delle emissioni inquinanti, soprattutto su quelle legate al trasporto stradale. Hanno fatto sicuramente notizia le immagini delle acque cristalline di Venezia, grazie all’assenza del traffico navale e dei turisti, o i risultati del rapporto europeo Life Prepair (secondo il quale è diminuita la concentrazione del 40% di ossidi di azoto nella pianura padana oltre alla riduzione di emissioni di particolato del 14%). Tuttavia, mentre si stava assistendo ad un forte calo delle emissioni di CO2, quindi ad un’evidente diminuzione dell’inquinamento, questa emergenza ha comportato anche un incremento di rifiuti, ovvero i dispositivi di sicurezza usati nell’emergenza sanitaria.

 

Il primo dicembre 2020 è stato pubblicato dall’Istituto Superiore di protezione e ricerca ambientale (Ispra) il primo rapporto nazionale di sistema sulla qualità dell’aria (Report SNPA La qualità dell'aria in Italia – I edizione 2020). Questo documento analizza l’andamento delle concentrazioni dei gas serra nel territorio dell’intera penisola negli ultimi dieci anni. Da questo rapporto si è avuta la conferma del fatto che già nei primi mesi della pandemia, quando il nostro paese ha rallentato notevolmente il suo ritmo, c’è stato un abbassamento delle emissioni: ad esempio il biossido di azoto (NO2) mediamente è calato intorno al 40%. Ciò è dovuto principalmente alla riduzione dei trasporti che, nel breve termine, hanno un impatto notevole sulle emissioni.

 

Il King’s College London e la Greater London Authority hanno condotto uno studio per comprendere maggiormente l’influenza del lockdown sull’esposizione dei singoli individui all’inquinamento atmosferico. L’esperimento è stato attuato sviluppando uno zaino, dotato di GPS e di tecnologia di rilevamento della qualità dell’aria (data dalla concentrazione di PM2.5, PM10 e NO2 ). Questi zaini sono stati distribuiti a nove persone in otto città diverse del mondo che lo hanno indossato in ogni spostamento durante il periodo di lockdown nei mesi tra aprile e giugno. Una volta revocate le restrizioni è stato chiesto ai partecipanti di ripetere gli stessi tragitti affinché potesse essere attuato un confronto con i dati ricavati precedentemente. I risultati di questo esperimento hanno rilevato un aumento dell’esposizione al biossido di azoto nel periodo subito successivo alle restrizioni.

Il traffico è uno dei principali responsabili dei livelli di NO2: nelle città, durante il lockdown, sono stati registrati dati di gran lunga inferiori rispetto al periodo senza restrizioni sui trasporti. Ciò è stato confermato anche dalle immagini dei satelliti dell’Agenzia Spaziale Europea che avevano mostrato una diminuzione significativa di polveri nell’atmosfera in tutto il pianeta. Purtroppo i miglioramenti notati erano destinati ad essere temporanei.

 

 

Secondo uno studio pubblicato su «Nature» (Current and future global climate impacts resulting from COVID-19) il Coronavirus ha portato anche ad una diminuzione della CO2 senza precedenti storici. Nella prima metà del 2020 infatti si è registrata una riduzione delle emissioni dell’8,8% rispetto allo stesso periodo nel 2019. Questo calo è stato classificato come superiore addirittura alle precedenti diminuzioni causate dalla crisi del ‘29, dalla seconda guerra mondiale, dalla crisi petrolifera degli anni 70 e la grande recessione (2007-2013). Nel 2020 gli apporti che hanno contribuito di più alla diminuzione globale delle emissioni riguardano il trasporto terrestre (40%), la produzione di energia elettrica (22%), l’industria (17%) e il trasporto aereo (13%). Hanno invece contribuito in misura inferiore le spedizioni marittime (6%) e il settore residenziale, che considera gli edifici privati, pubblici e commerciali (3%).

 

Polveri e inquinanti sono un fattore di rischio per la salute in quanto l’esposizione a lungo periodo causa gravi problemi cardiovascolari e respiratori. Inoltre l’alta concentrazione di CO2 è direttamente responsabile del riscaldamento globale e dell’acidificazione degli oceani.

 

Un altro aspetto cruciale di questa pandemia è stato che con la nuova emergenza globale il tema dei cambiamenti climatici sembra essere passato in secondo piano. Un esempio è il rinvio al 2021 della 26esima Conferenza delle Parti (COP 26). Fa inoltre riflettere come per raggiungere gli obbiettivi dell’Accordo di Parigi sulla necessaria diminuzione delle emissioni di CO2 ci sarebbe il bisogno di un taglio drastico come quello avvenuto per il lockdown, dato che negli ultimi anni le emissioni di anidride carbonica sono fatalmente aumentate. Si ha quindi la percezione dello sforzo che idealmente si dovrebbe attuare in termini di politica e di investimenti a cui si dovrebbero sottoporre oltre che i Paesi Europei anche, e soprattutto, gli Stati Uniti e la Cina, specialmente in merito alla decarbonizzazione e alla ricerca sull’efficienza energetica.

 

È doveroso però sottolineare come l’effetto diretto che ha avuto il lockdown sulla riduzione del riscaldamento globale è stato purtroppo quasi impercettibile: appena 0,01 °C. Ma non è troppo tardi, possono infatti ancora essere messe in atto strategie per diminuire l’innalzamento futuro delle temperature di 0,03°C entro il 2050, soprattutto adesso che si presenta l’occasione per uscire dalla crisi portata dal Coronavirus. Piers Forster dell’Università di Leeds, che ha guidato la ricerca in merito, afferma: «Non dobbiamo tornare dove eravamo, perché i tempi di crisi sono anche il momento di cambiare.»

 

Analizzando i possibili scenari di recupero è certo che adottando le stesse misure effettuate per uscire dalla crisi finanziaria del 2008, la temperatura media mondiale aumenterà di oltre 1,5 °C (entro il 2050), con un impatto molto grave sul nostro ecosistema. Si dovrebbe invece optare per per una ripresa più innovativa che investa l’1,2% del PIL globale in tecnologie a ridotte emissioni di carbonio. Attualmente gli investimenti destinati alla ripresa sono indirizzati verso ambo le parti: le nuove tecnologie sostenibili ma anche verso i combustibili fossili.

 

È dunque vero che, almeno provvisoriamente, il lockdown attuato per la pandemia di COVID-19 ha portato ad una visibile riduzione dell’inquinamento da polveri sottili, ma purtroppo questo periodo di crisi mondiale ha portato anche ad altri cambiamenti. Ad esempio alla variazione delle nostre abitudini di acquisto, aumentando il loro impatto ambientale. Si è visto infatti come la popolazione, spinta dalla paura del contagio, ha preferito comprare alimenti confezionati, con packaging di plastica, incoraggiata da un presunto senso di maggiore sicurezza e igiene. Senza contare che con l’obbligo di rimanere nelle proprie abitazioni si è assistito ad un incremento degli acquisti online con il diretto ricorso ad imballaggi che vanno ad incidere sul bilancio dei rifiuti.

 

Purtroppo però con la pandemia non è aumentato solo il problema del packaging, anche guanti e mascherine infatti hanno reso il problema ambientale ancora più importante ed estremamente concreto. Ormai tutti i Paesi hanno introdotto l’obbligo di portarle, ma con la loro diffusione sorge anche il nuovo problema della gestione di questa particolare fonte di inquinamento. Anche se fondamentali per la prevenzione del contagio, questi dispositivi di sicurezza spesso non vengono smaltiti in maniera corretta ma anzi frequentemente si vedono abbandonati su piazzali e marciapiedi. Purtroppo guanti e mascherine rappresentano una forma di inquinamento non facile da trattare. Le mascherine infatti sono costituite da tre elementi: gli elastici, la parte in “tessuto” e la barretta metallica per adattarle alla forma del naso. Ed è proprio questa la prima difficoltà, essendo tre materiali diversi essi non possono essere riciclati nel medesimo momento. Inoltre il “tessuto” da cui sono formate in realtà è polipropilene, un materiale plastico. I guanti invece possono essere costituiti da lattice naturale ma nella maggior parte dei casi sono di plastica e anch'essi si riciclano difficilmente.

 

 

Il presidente dell’associazione italiana Plastic Free, Luca De Gaetano, in merito dichiara:

 

« L’uomo e la plastica non vanno d’accordo. Il Coronavirus doveva farci riflettere sull’importanza del nostro pianeta ma non è andata così. L’inquinamento e l’inciviltà sono aumentati, il senso di responsabilità per avere un mondo migliore è scomparso. I guanti in plastica monouso, spesso simili a bustine, sono ovunque e presto raggiungeranno fiumi e mari trasformandosi in cibo per la fauna marina. Cosa significa questo? Disastro ambientale e sterminio di tante creature innocenti. Se non invertiamo il trend del monouso, ci ritroveremo con miliardi di guanti in plastica che svolazzano nell’ambiente, fino a raggiungere il mare. »

 

I dispositivi di protezione individuale sono infatti fonte di pericolo per gli animali. I guanti ad esempio sono spesso scambiati per meduse, fonte di cibo per delfini e tartarughe: una volta ingeriti condannano a morte certa l’animale. Anche gli elastici delle mascherine rappresentano un serio problema dato che gli animali vi ci possono rimanere incastrati e così soffocare. Inoltre i DPI (dispositivi di sicurezza) rilasciano pericolose microparticelle di plastica che poi in mare vengono inghiottite dai pesci che successivamente finiscono sulle nostre tavole. Sulla terraferma sono altrettanto un problema, trascinate dall’acqua finiscono infatti nelle falde acquifere.

 

È difficile stimare quante sono le mascherine abbandonate nell’ambiente senza contare quelle disperse nei mari. Ogni anno una quantità compresa tra i 5 e i 13 milioni di tonnellate di plastica finisce negli oceani e questo dato è destinato solo ad aumentare per colpa di questi nuovi rifiuti. Si pensa infatti che ci saranno almeno 300 mila tonnellate in più, tenendo in considerazione che il solo bisogno giornaliero di guanti e mascherine in Italia sono rispettivamente 80 milioni e 37,5 milioni di pezzi (rapporto pubblicato su «Science»: Input di rifiuti di plastica dalla terra all’oceano).

 

Sono però diverse le aziende che hanno investito nella ricerca di un’alternativa ai DPI di polipropilene e poliestere, che sono materiali altamente inquinanti, proponendo mascherini biodegradabili o riutilizzabili (con un filtro sostituibile). Le soluzioni che propongono queste aziende, alcune già in commercio, rappresentano una valida alternativa alle solite mascherine chirurgiche monouso essendo anch'esse certificate e sottoposte a tutti i controlli di sicurezza e idoneità.

 

 

Una nuova speranza ci viene fornita da un gruppo di ricercatori della University of Petroleum and Energy Studies in India. Secondo questi scienziati infatti sarà possibile ricavare dal polipropilene presente nelle mascherine chirurgiche un biocombustibile liquido, questo grazie alla pirolisi. Questo processo è attuato grazie al riscaldamento in assenza di ossigeno del polipropilene ad una temperatura di 300°C-400°C. Il calore decompone il materiale plastico così da ottenere un liquido: l’olio di pirolisi. E questo liquido è un combustibile sintetico che può essere utilizzato come una valida alternativa al petrolio. Ciò consente di affrontare allo stesso tempo due grossi problemi per l’ambiente: si riduce l’impatto ambientale prodotto dal consumo di mascherine e nello stesso momento non vengono consumati i combustibili fossili.

 

Il Covid-19 è sicuramente una tragedia; tuttavia può essere considerato come un’occasione di riflessione: le imposizioni dettate dalla necessità ci hanno dimostrato che il cambiamento delle nostre abitudini è possibile, anche se con molti sacrifici. La difficoltà però sta nel mancato riconoscimento da parte di tutti del problema costituito dall’inquinamento: esso infatti non è lampante come quello del Coronavirus ma è altrettanto letale per la nostra salute. Dovremmo cercare di avere a cura l’ambiente in cui viviamo così come teniamo alla nostra salute: perché l’unico vero modo per salvare veramente noi stessi è salvare il pianeta.

 

21 gennaio 2021