Verità e Storia: il futuro come magister vitae

 

Oggi, per la rubrica Verità e Storia, abbiamo con noi Francescomaria Tedesco, professore di filosofia politica all'Università di Camerino e autore di diverse pubblicazioni, fra cui: Introduzione a Hayek (Laterza, 2004), Diritti umani e relativismo (Laterza, 2009), Eccedenza sovrana (Mimesis 2012; edizione inglese Sovereign excess, legitimacy and resistance, Routledge, 2018),  e Mediterraneismo. Il pensiero antimeridiano (Meltemi, 2017).

 

 

[È possibile apprendere dallo studio della Storia qualcosa che vada oltre i singoli eventi? A questa domanda si riallaccia la rubrica Verità e Storia, che cerca di comprendere – tramite interviste a personalità del mondo filosofico e non solo – il rapporto tra la verità, ciò che è in assoluto, e la storia, che nel suo scorrere pare essere, per eccellenza, il regno della contingenza.]

 

Un luogo comune vuole che la storia sia lo studio degli avvenimenti passati, più precisamente degli atti compiuti dall’uomo nel procedere delle differenti epoche e civiltà. L’uomo non è però solo il protagonista principale della storia, è anche colui che sviluppa la stessa comprensione storica: è il soggetto umano che si approccia al passato. La dimensione della soggettività è conquista moderna, tematizzata e scandagliata negli ultimi secoli fino all'approdo del postmoderno, nel quale tale dimensione è divenuta totalizzante; al punto di negare il suo polo dialettico: l'oggettività. A che punto siamo oggi? È da ritenersi possibile l'approssimarsi a una conoscenza reale dei fatti accaduti – alla verità – oppure il relativismo dell'interpretazione ha un carattere inemendabile, per cui la condivisione storica ha altre basi da quelle del realismo ingenuo, del senso comune, della tradizione?

 

La dimensione della soggettività è una conquista moderna, ma non sono sicuro che il postmoderno l’abbia resa totalizzante. Se da un lato si è affermata la vulgata postmodernista di un soggetto al centro di un’attività interpretativa che lo renderebbe sovrano, dall’altro tutta una serie di riflessioni che hanno destrutturato, ‘decostruito’ la modernità hanno segnalato o l’esigenza di considerare la storia senza soggetto, o lo scopo di indagare l’emersione dei concetti e soprattutto le condizioni della loro veridizione. Il soggetto ne è uscito comunque indebolito, fino all’idea – se il soggetto è l’uomo – che esso sia un volto di sabbia destinato a scomparire. Tutto questo ha prodotto il presunto deperimento sia del concetto di soggettività, sia dell’idea di verità, ma ciò che più conta è che ha prodotto anche il colpo di coda, la reazione. Il ritorno a un realismo ingenuo è la risposta insofferente a un mondo privato delle sue coordinate tradizionali. Forse sarebbe bastato fare i conti con il fatto dialeteico che le contraddizioni non conducono necessariamente al collasso della razionalità. In altri termini, che la verità sia in crisi convive con la contraddizione secondo cui qualche verità ancora persiste. È inevitabile ormai affacciarsi davanti al gorgo di questa complessità. Questo gorgo di complessità ci suggerisce di prendere in considerazione, per esempio, e a proposito del rapporto tra verità e non verità, la forza della fictio nella storia politica e giuridica dell’Occidente: cose (non verosimili, ma) palesemente false che producono effetti di ‘verità’ (si veda l’importante lavoro di Yan Thomas sul tema). Fictio che è finzione ma che è anche produzione (il vasaio, ricorda Carlo Ginzburg, è fictor). La fictio ci serve anche per dire che sappiamo che il soggetto non è unitario, lo sappiamo da tanto, da Freud, dalla crisi della modernità borghese. Eppure il soggetto è una fictio regolativa, normativa, che serve a produrre effetti di ‘verità’ e di ordine. Sappiamo l’operare della fictio, ma ci affidiamo a essa perché ci occorre per mettere ordine al mondo. Lo stesso vale per lo Stato, la grande fictio della modernità: sappiamo che la perfetta e lucente macchina è, come nel Giocatore di scacchi di Maelzel, abitata da uno sgorbio (la violenza), ma non per questo dobbiamo rinunciare a ripensarla… 

 

Tendenzialmente la storia, nel porsi come narrazione del procedere dell’umanità, viene posta in contrasto con la natura, intesa come procedere ciclico e relativamente stabile dell’ambiente in cui l’uomo vive. Il progresso storico sarebbe quindi indice di un cambiamento, di una serie di avvenimenti non accomunabili secondo una legge uniforme. La storia è effettivamente uno svilupparsi caotico, non coerente, o vi sono delle leggi che sottendono il suo procedere? Oppure, all’interno di uno svolgersi frammentato e non sistematico, si possono purtuttavia trovare delle costanti? In sintesi: c'è qualcosa che trascende la storia?

 

Bisognerebbe intendersi su cosa vuol dire ‘umanità’, intanto. A lungo questo termine ha avuto un significato escludente, etnocentrico. Un significato escludente in termini di composizione, di estensione geografica ma anche etnica; ed escludente nel senso morale: chi è ‘umano’ e chi non lo è. Se ci poniamo questo problema, allora dobbiamo tornare un attimo alla questione del soggetto. Se il mondo sia in costante progresso verso il meglio è una domanda a cui non possiamo rispondere se non ci poniamo la questione di chi sono le persone interrogate, chi i parlanti e quali le condizioni della loro presa di parola. Modernità, progresso, ragione, sono stati pensati come dentro il campo concettuale di un unico plesso, quello di ‘Occidente’, o meglio di parte Nord-Occidentale del mondo. Tutto ciò che esorbitava da questo filtro era incoerente rispetto allo sviluppo storico. Persino non dico Hegel ma il pensiero rivoluzionario marxiano ha interpretato la realtà in questi termini, laddove questo sviluppo storico avrebbe dovuto portare alla classe rivoluzionaria par excellence, il proletariato, ovvero l’autocoscienza di classe dei soggetti subalterni nei paesi del Nord-Ovest industrializzato del mondo. Il resto era agitarsi scomposto, prima e fuori dalla storia. In fondo anche in Gramsci, pur così attento alla questione meridionale, si riscontra questo limite, o in Thompson. Ma non si tratta neanche di fare il solito processo a un certo determinismo storico, bensì di pensare l’indeterminato, ovvero se i soggetti subalterni siano in grado di pensare da soli il loro futuro. Mi pare la grande questione, oggi. Bobbio per esempio diceva, rispondendo alla domanda di Kant, che la Dichiarazione universale dei diritti umani era il signum prognosticum del progresso verso il meglio. Ma alla definizione di quella carta non avevano partecipato, nel 1948, i popoli sotto dominazione coloniale. Oggi non è inferiore la parte di umanità tagliata fuori dall’elaborazione del futuro. 

 

Illustrazione della Grande esposizione universale di Londra (1851)
Illustrazione della Grande esposizione universale di Londra (1851)

 

Anche in relazione alla precedente domanda: la storia è magistra vitae, permette di conoscere il passato per agire nel presente, oppure non permette di ottenere insegnamenti validi per il futuro? Per dirla in altri termini: la comprensione di un avvenimento passato è un’azione in sé chiusa e conclusiva, o permette di ottenere una conoscenza che supera quel dato momento e si impone come valida anche successivamente, come possibile guida per l’agire?

 

Penso che occorrerebbe intendersi su cosa sono il ‘passato’, o un’altra sua declinazione ancora più problematica, la ‘tradizione’. Esiste una lettura triviale della tradizione come conservazione e infine come ‘tradizionalismo’; esiste una lettura del passato come ‘passatismo’ (o, nel gergo più à la page degli accelerazionisti, ‘retromania’, ovvero “la plateale nostalgia per i tempi andati mescolata al recupero di stili ed estetiche provenienti dal passato che è la cifra dell’immaginario popular”). Ma il passato, o perfino la ‘tradizione’, non sono termini da esorcizzare tout court, a patto di capire di cosa si stia parlando. Prima però vorrei fare una riflessione su un certo côté filosofico, molto fortunato in Italia e all’estero, che indulge su posizioni di critica alla modernità che si trasformano in pose aristocraticamente reazionarie e anti-moderne. Per queste posizioni, la storia è un continuum di violenza, orrore e sopraffazione, da cui possiamo imparare tutt’al più che il potere è una trappola in cui tutti siamo catturati, e che niente ci potrà salvare, che siamo tutti homines sacri. È evidente, per quanto abbia invitato sopra a coltivare le contraddizioni, che qui è un po’ troppo patente quella di chi ritiene di abitare l’Abgrund Hotel e di potersi vedere dal di fuori: l’Abgrund Hotel è disabitato in realtà. Anti-moderne dunque perché non riconoscono che la modernità è l’idea di affermazione dell’autonomia del soggetto contro il potere, e che questa autonomizzazione promana dall’affermazione dei diritti. Se pure non possiamo mai parlare di cesure nette, nemmeno possiamo dire che non ci sia soluzione di continuità tra l’antica Roma e Auschwitz. Se nulla serve, se siamo vittime legate mani e piedi, allora il progetto di emancipazione moderna non serve a niente. Ecco dunque che il passato assume un ruolo, ma non quel passato, bensì un passato dotato di senso, contestualizzato, colto nella sua complessità. Vorrei dunque dire, tornando al passato e perfino alla tradizione, che occorre cercare di capire che uso farne: qual è il passato da cui trarre insegnamenti? Intanto è un passato con cui abbiamo fatto i conti, di cui conosciamo i limiti e di cui – in un esercizio feroce di modernità riflessiva – siamo in grado di vedere le storture. Se, come ho detto sopra, abbiamo messo in questione criticamente la sinonimia di  modernità-Occidente-progresso, sappiamo tuttavia che possiamo recuperare qualcosa. E conciliarla con il futuro. Ciò che possiamo recuperare è la potenza politica del discorso dei diritti, la forza della forma, che è l’unico discorso (come ha sostenuto Aldo Schiavone) pronunciabile fino in fondo: «Certo, infisso nel cuore della modernità, quel modo astratto di essere eguali – così direttamente irradiato dall’esperienza romana – sarebbe apparso spesso, e oggi forse più che mai, incapace di afferrare le contraddizioni e la potenza della nuda vita […]. Ma sta di fatto che, alla fine, ogni volta che, finora, abbiamo cercato di superarlo per mettere al suo posto qualcosa di più sostantivo, si è dovuto accompagnare l’esperimento con una tale carica di coercizione, di violenza e di sovradeterminazione etica e politica, da renderne il costo insostenibile. Questo non può impedirci di provare ancora; anzi, può essere incoraggiante vedere in un simile obiettivo una stella del nostro futuro: il compimento di un modo tutto moderno di essere eguali. Ma dobbiamo sapere tuttavia che il formalismo del suo diritto resta per ora il destino dell’Occidente; la sua anima civile; il suo solo discorso pubblico pronunciabile sino in fondo» (Aldo Schiavone, Ius. L’invenzione del diritto in Occidente). Dunque la tradizione è la tradizione dei diritti, della forma, l’unica eredità davvero spendibile di quello che chiamiamo Occidente, l’unica historia magistra. Ma questo passato non è compiuto, non è conchiuso, come avrebbe voluto l’ubriacatura post-storica. Al contrario, l’obiettivo è di compiere la modernità, di realizzare la comunità di diritto contro la comunità di destino, di pensare neo-illuministicamente di liberarsi del teologico-politico (nel quale, dopo tanto peregrinare, è caduto perfino Habermas), di realizzare davvero la premessa/promessa della modernità: l’autonomia individuale (magari sottraendo questa promessa alle seduzioni di ciò che volgarmente chiamiamo ‘neo-liberismo’). Certo rimane la gigantesca questione della ‘sostanza’, e io stesso in più momenti della mia ricerca ho sostenuto che non basta un’estensione e un'universalizzazione della forma intesa solo come ‘diritti civili’ (borghesi). Ciò che occorre è pensare i diritti civili politici economici sociali e culturali in quanto simul stabunt simul cadentCosì, non c’è solo una storia passata ‘maestra’, ma la temporalità si dispiega nel futuro, in ciò che dovrà essere: il futuro come magister vitae. Uno dei filosofi che ha più avuto a che fare – anche biograficamente – con la storia intesa come nesso ambiguo tra verità e finzione, oggettività e soggettività, che ha ci ha messi di fronte al dilemma dell’autobiografia e alla questione centrale per la storia che è quella della testimonianza, diceva del resto che l’avenir dure longtemps.

 

[All'interno del programma dell'Alternativa nella storia, Francescomaria Tedesco parteciperà all'evento Processi di globalizzazione e soggettività storica fra modernità e postmodernità, che sarà trasmesso in diretta il giorno 18 marzo dalle ore 19.]

 

 15 marzo 2021