Il nemico che (non) vogliamo

 

«Pare che del nemico non si possa fare a meno. La figura del nemico non può essere abolita dai processi di civilizzazione. Il bisogno è connaturato anche all’uomo mite e amico della pace» (Umberto Eco, Costruire il nemico).

 

di Pietro Mazzon

 

L’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021
L’attacco a Capitol Hill del 6 gennaio 2021

 

Si può dire che la figura del nemico accompagni l’uomo da sempre e che, a seconda del periodo storico e della società di riferimento, cambi oggetto: nella Castiglia della Riconquista l’avversario erano i musulmani, sia quelli degli emirati iberici che quelli risiedenti nel regno; in Francia, alla fine del XVI secolo, il nemico poteva identificarsi con gli ugonotti. Nella storia recente dell’Europa, infine, un antagonista pressoché comune è stato caratterizzato dagli ebrei; ed esistono altri innumerevoli esempi nella storia mondiale dell’utilizzo di un grande avversario.

L’identificazione del nemico risulta però più complessa rispetto alla semplice individuazione di oggetti su cui convergono il sospetto e l’odio di determinate comunità: bisogna comprendere, infatti, cosa spinge un gruppo di individui a riconoscere una o più persone come elementi ostili.

 

Come viene spontaneo immaginare, si teme quanto non si ignora o non si conosce abbastanza; il passo successivo consiste nella personificazione dell’elemento ignoto, identificandolo proprio con le persone che si conoscono meno in quanto estranee al gruppo o diverse da esso.

Ritengo piuttosto importante soffermarsi su come l’appartenenza o meno ad una determinata comunità di individui sia regolata, a livello biologico, dall’ossitocina: detto anche “ormone dell’amore”, è responsabile non solo delle contrazioni durante il parto ma anche di tutta la vasta gamma di comportamenti pro-sociali, quando viene liberato.

La stimolazione di tale ormone dipende da diverse condizioni, una delle quali è legata alla percezione di sicurezza che viene a sua volta resa possibile da innumerevoli fattori, come ad esempio la fisionomia: tanto più qualcuno ci risulta familiare, maggiormente si tenderà a fidarsi di quella persona.

Ovviamente le fisionomie che generano sicurezza variano a seconda delle aree geografiche: gli abitanti di un villaggio remoto avranno infatti meno familiarità con i volti e le fisionomie di chiunque sia estraneo alla vita della comunità. D’altro canto, è ragionevole supporre che i cittadini di grandi città multietniche, quali New York o Londra, avranno altri criteri per giudicare degno di fiducia un estraneo, come ad esempio un abbigliamento adeguato.

 

È pertanto inevitabile riconoscere quanto le distinzioni in gruppi umani siano arbitrarie e mutevoli a seconda del contesto; inoltre bastano differenze apparentemente insignificanti, come le preferenze artistiche o musicali, per provocare, anche inconsciamente, la separazione tra “noi e loro”.

Non dovrebbe quindi sorprendere il fatto che alcune differenze conducano a distinzioni più nette e potenzialmente conflittuali, a dissonanze come le diverse visioni politiche oppure religiose, che però rischiano di venire estremizzate.

La riflessione di Madeleine Albright, ex Segretario di Stato statunitense, evidenzia con straordinaria lucidità i rischi della polarizzazione dello scenario politico che è in corso ormai da una ventina d’anni:

 

« I sondaggi mostrano che un numero crescente di americani considera i membri del partito opposto non solo come fuorviati ma anche come agenti del male. Ogni giorno, i nostri bias sono rafforzati dalle notizie trasmesse da televisioni e radio e provenienti dai social media che scegliamo e dalle persone con le nostre stesse idee a cui ci associamo. »

 

Edvard Munch, "Sera sul viale Karl Johan", 1892
Edvard Munch, "Sera sul viale Karl Johan", 1892

 

Leggendo queste righe è inevitabile pensare all’assalto di Capitol Hill dello scorso gennaio, massima espressione del clima di odio e sospetto che sta divampando negli Stati Uniti. Questa tendenza riesce a diffondersi grazie alle Filter Bubbles, ambienti digitali ovattati il cui interno viene raggiunto solamente dalle informazioni ritenute gradite all’utente dall’algoritmo del social network: così facendo ogni post complottista a cui si mette “mi piace” oppure su cui ci sofferma permette al sistema di elaborarne un altro simile da proporre e non è difficile comprendere il circolo vizioso di disinformazione che si origina da tali meccanismi informatici.

 

Un ulteriore elemento impossibile da trascurare quando si ragiona sulla figura del nemico è la sua apparente funzione di collante sociale: infatti la presenza di un elemento ostile all’interno di una comunità – si potrebbe dire un mito comune negativo – permette agli individui interni alla stessa di catalizzare i propri sforzi e le proprie energie per il superamento di quell’ostacolo, sconfiggendolo e affermandosi come migliori.

All’interno di questa riflessione si inserisce perfettamente un pensiero di Giacomo Leopardi riportato nello Zibaldone:

 

« L’uomo non si potrà mai (come nessun vivente) spogliare dell’amor di se stesso, né questo dell’odio altrui. Riconcentrato il potere, tolto agl’individui quasi del tutto il far parte della nazione, di più, spente le illusioni, l’individuo ha trovato e veduto il ben comune come diviso e differente dal ben proprio. Dovendo scegliere, non ha esitato a lasciar quello per questo. »

 

Abbandonando quindi le illusioni non rimane che cercare un nemico per far sì che la comunità rimanga coesa e il benessere dell’individuo coincida con quello di quest’ultima; sempre citando Leopardi:

 

« dovunque si è trovato amor vero di patria, si è trovato odio dello straniero: dovunque lo straniero non si odia come straniero, la patria non si ama. »

 

Si può ricondurre inizialmente l’identificazione di qualcuno quale nemico della comunità con coloro che infrangevano le regole della comunità stessa:

 

« La violazione di un tabù rende a sua volta il trasgressore tabù. » (Sigmund Freud, Totem e tabù)

 

Infrangere le leggi equivaleva a tradire la tribù, venendo quindi riconosciuti come pericolosi per la comunità e da eliminare, fisicamente e ideologicamente. È però importante comprendere che la distinzione biologica tra persone familiari o meno è per buona parte dipendente da fattori culturali e ambientali. Di conseguenza mancano del tutto le premesse per ogni speculazione sulla presenza congenita di un nemico e sulla contrapposizione intrinseca tra determinati gruppi umani.

Quanto è invece da riconoscere e temere è la facilità con cui si può creare un nemico: l’invenzione di un avversario è uno dei metodi più semplici per minare le fondamenta stesse dei processi democratici che si basano proprio sulle differenze degli individui e sul confronto tra essi.

 

Scena dell’episodio “Gli uomini e il fuoco” di Black Mirror
Scena dell’episodio “Gli uomini e il fuoco” di Black Mirror

 

È infatti sorprendentemente facile farsi trascinare dalla massa e venir manipolati al punto da de-umanizzare l’altro e cedere ai “due minuti d’odio” orwelliani.

 

« Il nemico deve essere brutto perché si identifica il bello con il buono. » (Umberto Eco, Costruire il nemico)

 

Ecco spiegato il motivo per cui il miglior modo per dipingere il proprio antagonista è distorcerlo e disumanizzarlo: accentuare le sue caratteristiche peculiari fino a trasformarlo in un alieno lo rende molto più facile da odiare rispetto a un nostro simile.

Quando si parla di odio viene immediatamente in mente il romanzo distopico 1984, in cui ogni giorno tutti i cittadini di Oceania sono chiamati a partecipare ai «due minuti d’odio», durante i quali possono sfogarsi contro Emmanuel Goldstein, il grande nemico dello Stato. Così facendo non solo si dimostra la propria fedeltà al partito, ma soprattutto si sfogano tutti i propri risentimenti contro il capro espiatorio nazionale.

L’elemento sorprendente e quasi disarmante del fenomeno descritto da Orwell è che, nonostante provasse ribrezzo per tale pratica, Winston Smith non poteva evitare di venir coinvolto dai due minuti d’odio: tale è il potere di un nemico e della suggestione di una massa che lo considera come tale.

Questo concetto viene ripreso ed elaborato in maniera particolarmente originale dalla celebre serie Netflix Black Mirror, nell’episodio Gli uomini e il fuoco, in cui il nemico viene reso mostruoso grazie alla tecnologia e la necessità dell’odio verso l’altro emerge prepotentemente. Il nemico infatti, oltre a fungere da catalizzatore per i nostri sforzi, serve anche per farci sentire dalla parte del giusto: sconfiggendo il nostro antagonista crediamo di compiere il bene, affermandoci a sue spese ci illudiamo di aver fatto la scelta migliore.

 

Bisogna dunque partire dal presupposto che chi la pensa diversamente non è un avversario, né tantomeno un “agente del male”, quanto piuttosto una persona con cui è possibile avere un confronto, che deve essere orientanto quanto più possibile costruttivamente. Inoltre, assumendo come regola di pensiero che non è possibile ignorare il concetto di relazione, secondo il quale ogni cosa è collegata con le altre, sarà più facile vedere l’altro in qualità di individuo affine a noi anziché come un alieno al quale si può augurare e contro cui compiere ogni male.

 

La conflittualità infatti risiede nei pensieri contrastanti e una soluzione che non includa la presenza di una qualsiasi forma di nemico da eliminare, è necessaria. Per questo il processo di selezione razionale come viene intesa da David George Ritchie risulta essere un’eccellente modalità per affermare un pensiero il meno contraddittorio possibile applicando una selezione naturale di idee: dubitare e riflettere su determinati concetti che assumiamo come corretti per poi confrontarli con quanto emerge dal ragionamento di altri, tenendo a mente che princìpi che sembrano invariabili in realtà sono frutto di un processo costante necessario per eliminare tutte le astrazioni che si trovano all’interno.

 

 19 ottobre 2021

 




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