La politica come antagonismo

 

Da Schmitt a Žižek: una piccola recensione a un saggio de La sfida di Carl Schmitt (2019).

 

In un denso e decisivo saggio contenuto nella recente collettanea edita da NovaeuropaLa sfida di Carl Schmitt (2019) —, Slavoj Žižek ci consegna un ritratto di Carl Schmitt come fautore della cosiddetta ultra-politica, figlia inequivocabile dell’era della post-politica che contraddistingue i nostri stati liberali. 

 

Per giungere a questa conclusione, muoviamo da due nozioni schmittiane: la prima è quella che asserisce, contro il formalismo, che ogni ordinamento positivo sia di fatto autoreferenziale, poiché la sua legittimità posa su un’arbitraria decisione sovrana dettata da una contingenza storica. Sicché ogni atto fondante «per legittimare se stesso, è auto-referenzialmente postulato da questo stesso atto» (Ivi, p. 29). La seconda, da cui discende la prima, è quella secondo cui la politica consista in una serie di “partiti”, ciascuno dei quali mette in scena una cristallizzazione di istanze morali, religiose e/o etiche in un gruppo capace di mobilitare un numero consistente di persone, le quali subito adottano la dicotomia elementare del politico amico-nemico. Così ogni atto che fonda civiltà è il prodotto fra quelle forze opposte che si contendono il primato, e, come ricorda Paul Hirst nel primo saggio, «vedere lo Stato come la sistematizzata ed ordinata amministrazione di un territorio, impegnata con l’organizzazione dei propri affari in accordo alle norme del diritto, significa solo vedere solo i risultati stabilizzati del conflitto» (p. 15). La categoria del “politico” precede e segna il destino di ogni ordinamento giuridico, non viceversa, e pertanto «richiede non discussione ma decisione» (ibidem). Da questi termini sembra suggerire, sintetizzando, che qualsivoglia legittima istituzione è tale non perché in sé legittima, ma perché vittoriosa su di un’altra. Per questa ragione il filosofo sloveno propone il paragone fra la logica della predestinazione e la logica della politica moderna: la prosperità non dipende dalla virtù, ma si è prosperi perché si è «già salvi»; allo stesso modo, non prolifera un sistema perché migliore, ma è “migliore” perché è l’unico sopravvissuto. Allora accade che quella razionalizzazione teorica che voleva essere un concretissimo progetto contro il formalismo legalitario si riveli a sua volta un estremo formalismo, che scinde «la libera decisione dal suo contenuto positivo» e che perciò, non avendo valore il contenuto ma la forma dello scontro, si ritorni a «un’incondizionata autorità» (p. 32).

 

Per uscire da questo progetto formalistico e potenzialmente autoritario, va recuperata, agli occhi di Zizek, la politica nel suo senso proprio: quella dell’antagonismo, che richiama a sé, contro il Particolare dello status quo, l’Universale incarnato dalla parte in lotta rivoluzionaria. Quest’ultima è sì parte, nella misura in cui non raggruppa ogni essere umano presente in quella specifica arena politica, ma è al medesimo tempo Universale perché riconosce dei contenuti universali, ossia che si oppongano alla visione particolare, limitata, ristretta, angusta che contrassegna lo stato di cose presente. L’Universale rivoluzionario muove affinché una voce soffocata finalmente «venga ascoltata e riconosciuta come la voce di un socio/compagno». E «l’intera storia del pensiero politico definitivamente non è nient’altro che una serie di disconoscimenti» di questo unico e consistente scontro politico distinto dall’intervento dell’antagonista. 

Al formalismo dell’“eccesso oggettivo” o universalismo astratto (la legge vale perché è legge) non si controbatte con l’“eccesso soggettivo” (l’arbitrio) — che, come vedremo, coincidono e si integrano l’un l’altro —, ma con la costruzione di una politica che ricominci a soppesare i contenuti e a riconoscere l’Universale. Il politico, per riformulare il pensiero schmittiano in chiave antagonista, è «lo spazio della disputa in cui gli esclusi possono contestare l’errore o l’ingiustizia subita».  

 

La politica che viviamo oggi è la post-politica: un mondo che in nome dell’ordine costituito disconosce e pertanto preclude l’antagonismo e quindi l’Universalità, insieme alle diverse visioni ideologiche che porta con sé: «il conflitto di visioni ideologiche globali […] è rimpiazzato da illuminati tecnocrati» (p. 49). Ogni potenziale conflitto è sedato e ogni potenziale antagonista sedotto da una narrazione falsamente tollerante e inclusiva. Accade che le istituzioni si occupino di una minoranza o che qualche miliardario renda servizio di welfare, in via del tutto eccezionale, mediante gesti di filantropia che attutiscono momentaneamente l’ingiustizia sociale, ma «il soggetto interessato […] percepisce che c’è qualcosa di sbagliato in questo sforzo per rendere giustizia alla sua situazione particolare» e, infatti, «ciò di cui si è privati è la possibilità di una elevazione metaforica dello specifico “errore” in una base per l’universale “errore”»:

 

« Io, precisamente, non sono meramente quell’individuo specifico sottoposto ad un insieme di specifiche ingiustizie. » (p. 57) 

 

Le false inclusività e tolleranza del capitalismo globale si mostrano ogni giorno sotto gli occhi di tutti: lo “straniero” mai definitivamente regolarizzato e il Terzo mondo mai realmente emancipato sono un esempio di quanto la narrazione sia solo parziale e saltuaria, mentre lo Stato diviene un «agente di polizia al servizio dei bisogni del mercato», che abbisogna delle diversificazioni giuridiche — che tendono, per quanto riguarda le tutele, al ribasso — per garantire la convenienza della forza-lavoro e/o la possibilità di accordi favorevoli con paesi da cui estrarre materie prime di natura diversa. Il sistema odierno mantiene in pratica l’ingiustizia per l’altro che rimane tale e contemporaneamente per tutti coloro che sono “altro” rispetto alla governance liberale, di fatto la maggioranza della popolazione globale.

 

Vi è però un’altra conseguenza della post-politica, che non riguarda unicamente la proliferazione delle ingiustizie mascherate da una narrazione inclusiva, ma che favorisce l’emersione di un altro tipo di soggettività, che reclama il ritorno della politica ma ne porta avanti una versione distorta: quella che Žižek chiama l’ultra-politica, in cui ricade lo stesso Schmitt. 

 

« L’abolizione dell’antagonismo […] coincide con il suo radicale opposto, con le trasversali esplosioni di violenza. » (p. 54)

 

In luogo di rivolgersi alla realtà sistemica dell’ordine odierno per smascherare la nullità della narrazione che l’accompagna, l’ultra-politica reagisce metodicamente all’Universalità come tale. Non si rivolta perché non esiste reale inclusione di tutti i membri della società all’interno della vita comune, ma si ribella all’inclusione e a tutti coloro che la praticano. Il mancato riconoscimento dell’antagonismo «determina l’orientamento “destrorso” di Schmitt», che, con chi ne assume le categorie, si risolve nell’odio nei confronti dell’altro sentito come estrema minaccia alla propria identità e sopravvivenza. La post-politica regolarizza, mediante le sproporzioni della ricchezza e le ingiustizie sociali, un «resto» incolmabile fra soggetti che si percepiscono “altri” gli uni rispetto agli altri (gruppi sociali, settori lavorativi, immigrati, ecc.) e l’ultra-politica risponde con la ripresa di quelle divisioni, cristallizzandole e innalzandole a fondamentali all’interno della dicotomia amico-nemico

 

« Ciò che ci infastidisce dell’altro è che sembra aver un rapporto privilegiato con l’oggetto — l’altro o possiede l’oggetto-tesoro, avendolo strappato a noi, o comporta una minaccia al nostro possesso dell’oggetto. » (p. 53) 

 

 

La vera alternativa alla situazione socio-economica attuale pertanto non risiede nella politica dell’odio e dell’esclusione, ma nella politicizzazione delle masse verso l’antagonismo, nella misura in cui soggettività e universalismo non si escludono a vicenda, ma si compenetrano nella «lotta appassionata per l’affermazione della verità a cui sono obbligati» (p. 58). Più concretamente, di fronte al capitalismo della post-politica, la lotta di classe «invita gli individui ad adottare la postura soggettiva del “proletario”» e il suo appello «mira ad ognuno senza eccezione» (p. 59). 

 

22 gennaio 2020