Il test dell'utilitarismo

 

Bentham pensa di poter creare un metodo scientifico che possa giudicare con precisione la moralità di un’azione, una serie di calcoli che permettano di individuare la quantità di piacere o di dolore causata da un'azione. Al contrario Ritchie si limita ad esporre tre domande che ci aiutano a decidere se un’azione promuove il fine ultimo. La proposta del filosofo scozzese rimane un’approssimazione. 

 

 

La promessa dell’utilitarismo è quella di individuare, con diversi metodi, l’azione che produrrà le conseguenze migliori. Un’azione è buona, e deve essere compiuta, se produce le conseguenze migliori possibili. Le due critiche più frequenti che vengono fatte a questo tipo di moralità, che hanno indotto i diversi pensatori utilitaristi a migliorare questa teoria, sono le seguenti: il richiamo alle “migliori conseguenze possibili” lascia indeterminato il significato di “migliore”, ritornando allo stesso intuizionismo che l’utilitarismo voleva criticare; non esiste un metodo affidabile per prevedere le conseguenze di un’azione. Sebbene la prima critica si rivolga ad un aspetto più sostanziale della teoria, è forse la seconda che espone maggiormente le criticità dell’utilitarismo. Il punto forte dell’utilitarismo, ossia l’importanza concessa alla realtà contingente, è anche il suo punto debole

 

Richiamare l’attenzione sulla contingenza della realtà è indispensabile, a maggior ragione se si parla di una teoria pratica. Se una filosofia morale non riconosce il contingente è perduta. La moralità esiste perché l’essere umano non riesce a stabilire quale condotta sia la migliore da attuare; non riesce mai ad essere sicuro della propria moralità perché ha a che fare con una realtà in divenire. La contingenza della realtà esterna non è però opposta alla stabilità dell’individuo, il singolo appartiene alla stessa realtà contingente che cerca di capire. Il merito dell’utilitarismo è quello di riconoscere la contingenza della realtà in cui si muovono gli esseri umani, si oppone a tutti i tipi di moralità che pretendono di prescindere dall’indagine della particolarità. La moralità è possibile solo se si tiene conto delle situazioni particolari della realtà, è impossibile stabilire la bontà di un’azione se non si indaga la situazione particolare in cui quell’azione si compie. Ed è proprio dalla necessità di indagare la contingenza del reale che gli utilitaristi svilupparono diversi metodi.

 

Uno dei metodi più celebri che rappresentano questo tentativo di indagare la realtà è il calcolo edonistico di Bentham, il fondatore dell’utilitarismo. La pratica morale viene equiparata ad un calcolo aritmetico dove vengono soppesate le quantità di piacere e dolore che le azioni causeranno. L’azione che produce la quantità maggiore di piacere possibile è l’azione giusta da fare. Il filosofo morale si trasforma in un matematico, un esperto di calcoli edonistici che deve essere abile a conteggiare le quantità di felicità e dolore che ogni singola azione produce. Jeremy Bentham tenta di spiegare il calcolo edonistico nel quarto capitolo della sua opera Introduzione ai principi della morale e della legislazione. Il calcolo edonistico consta di una serie di calcoli complicati che permettono di individuare la migliore azione possibile. «Fate la somma dei valori di tutti i piaceri da un lato, e di tutti i dolori dall’altro. Se la bilancia pende dalla parte dei piaceri, la tendenza dell’atto risulterà complessivamente buona […]; se dalla parte dei dolori, la tendenza dell’atto risulterà complessivamente cattiva.» (Jeremy Bentham, Introduzione ai principi della morale e della legislazione)

Giorgione, "Il giudizio di Salomone" (1502-1505)
Giorgione, "Il giudizio di Salomone" (1502-1505)

 

Nel corso della storia della filosofia, vennero avanzate molte critiche nei confronti del calcolo edonistico di Bentham: l’impossibilità di quantificare i piaceri, la contraddizione di confrontare piaceri di diverso tipo, l’eliminazione della soggettività all’interno del calcolo, etc. Rimanendo però su un piano più generale, si può vedere un’altra contraddizione che si estende a tutte le forme di utilitarismo. Come è già stato detto anteriormente, il grande merito dell’utilitarismo è stato quello di riportare l’attenzione sul contingente, ammesso che ci fosse mai stata. Nella morale utilitarista c’è sempre una critica nei confronti delle moralità intuizionistiche o di quelle teorie che hanno fondamenti metafisici. Tutte le condotte morali che hanno perso di vista la realtà particolare vengono attaccate dall’utilitarismo. Questa parte negativa della teoria viene però contraddetta dalla sua parte positiva: c’è una critica alla moralità dell’a priori, ma allo stesso tempo vengono creati dei metodi aprioristici per indagare la realtà. La moralità utilitarista perde di vista l’importanza della contingenza nella realtà, e finisce con il creare una realtà depurata da tutte le incongruenze. 

 

David George Ritchie non viene quasi mai inserito nella schiera dei filosofi utilitaristi, ma questo non significa che il filosofo scozzese non fosse un utilitarista. Lasciando da parte questa questione marginale, vediamo se Ritchie ricade nella contraddizione poc’anzi esposta. Il problema risiede tutto nella necessità di trovare un metodo: se il richiamo alla realtà è sicuramente ammirabile; d’altra parte, rimane la necessità di indagare il contingente, cercando di capire la condotta da seguire. 

 

La proposta di Ritchie si sviluppa all’interno dell’opera Studies in Political and Social Ethics, una raccolta di saggi che delineano la filosofia morale e politica del filosofo scozzese. Nel quarto saggio intitolato Law and Liberty: The Question of State Interference viene delineato un test per stabilire se una legge politica è efficace o meno. Come si può notare dal titolo del saggio, Ritchie sta analizzando il problema dell’interferenza dello Stato. La domanda che il filosofo scozzese si pone è la seguente: esiste un’interferenza statale positiva? Oppure tutte le restrizioni imposte dallo Stato sono dannose? Ritchie, da buon utilitarista qual è, richiama l’attenzione sulle circostanze reali in cui avviene questa interferenza. Non ha senso condannare un comportamento a priori: nessun comportamento è sempre cattivo e lo stesso vale per le azioni buone. L’interferenza dello Stato è buona solo se produce delle buone conseguenze. «Non possiamo dire se l’interferenza è una cosa buona o meno, prima di sapere con chi o con cosa si interferisce». Ritchie ribadisce l’irriducibilità della contingenza poco più avanti nel testo, quando nega la possibilità di trovare un principio a priori nella pratica politica. «Vogliamo trovare un principio chiaro e preciso che ci dica in anticipo quali sono le cose che lo Stato dovrebbe e non dovrebbe fare. Temo, però, che non possa essere trovato un principio a priori di questo tipo».

 

Fino a questo momento la critica di Ritchie rientra nell’alveo dell’utilitarismo, vediamo ora come il filosofo scozzese tenti di risolvere il problema del metodo. L’unico modo in cui possiamo stabilire se l’interferenza statale è buona o meno, scrive Ritchie, è quello di rifarci a considerazioni utilitariste. La novità che introduce Ritchie è però la seguente: invece di ricercare “la massima felicità per il maggior numero di persone”, ricercheremo il “bene comune”. Ritchie precisa però immediatamente la sua posizione, affermando che l'appello al bene comune è un principio troppo vago, che va sostituito con una formulazione più definita, cioè: «il più grande sviluppo delle capacità individuali, che sia però compatibile con la coesione e la continuazione della società nella sua interezza». Un principio che rimane comunque vago, ma che ha già una maggiore precisione. Dopo aver individuato il fine ultimo che lo Stato deve perseguire, Ritchie espone “il test dell’utilitarismo”: tre domande che ci aiutano a stabilire se la misura statale in questione è buona o cattiva. Le tre domande che bisogna porsi sono: il fine proposto da questa misura promuove il nostro fine ultimo (cioè lo sviluppo dell’individuo all’interno della società)? Questa misura particolare otterrà il fine particolare che si propone? I vantaggi causati da questa misura, supereranno gli svantaggi che questa causerà? Il test ideato da Ritchie non si limita ad analizzare solo le misure legislative. Questo perché, sebbene il test sia ideato per la legislazione politica, nulla ci vieta di applicare il test ad ogni decisione.  

 

Paolo Uccello, "Caccia notturna" (1470 ca.)
Paolo Uccello, "Caccia notturna" (1470 ca.)

 

A prima vista la proposta di Ritchie potrebbe sembrare molto simile alla concezione di Bentham, ma ciò che differenzia le due proposte è la diversa consapevolezza nei confronti della contingenza. Bentham pensa di poter creare un metodo scientifico che possa giudicare con precisione la moralità di un’azione, una serie di calcoli che permettano di individuare la quantità di piacere o di dolore causata da un'azione. Al contrario Ritchie si limita ad esporre tre domande che ci aiutino a decidere se un’azione promuove il fine ultimo. La proposta del filosofo scozzese rimane un’approssimazione. Anche l’appello al “bene comune” rimane vago, come dice lo stesso Ritchie. Bentham pensa di poter applicare il metodo scientifico alla moralità, Ritchie rimane consapevole del carattere approssimativo della filosofia morale. In apparenza ritroviamo in Ritchie la contraddizione che avevamo visto in Bentham (anche se in una forma differente): la creazione di un test che stabilisce la moralità o meno di un’azione. Si determina se una condotta particolare è giusta attraverso un procedimento a priori. Lo stesso “bene comune” a cui Ritchie si richiama è un principio a priori. Sembra impossibile uscire dalla contraddizione in cui incappano gli utilitaristi: o si dice che la realtà, in quanto contingente e in divenire, non può mai essere analizzata; oppure si applicano delle categorie a priori che a causa della loro astrattezza non riescono a spiegare la contingenza della realtà. 

 

Ritchie è diverso da Bentham perché riconosce il carattere approssimativo della filosofia morale. Tutta la filosofia è sempre e solo un tentativo e l’etica mostra ancora meglio questo suo carattere approssimativo. Quando abbiamo a che fare con la realtà che ci circonda e dobbiamo per forza prendere una decisione (visto che anche tenere un atteggiamento indifferente è una decisione) ci accorgiamo dell’astrattezza dei nostri giudizi morali. La contingenza della realtà smaschera le nostre condotte morali dogmatiche. «La filosofia deve sempre essere provvisoria; deve sempre essere critica. Sfortunatamente le filosofie tendono sempre a diventare dogmatiche» (David George Ritchie, Philosophical Studies). Il filosofo deve essere consapevole del carattere provvisorio della sua filosofia, ma questo non deve impedirgli di continuare a indagare e di trovare soluzioni ai problemi che gli si presentano. La filosofia è questo continuo alternarsi di dogmi e di crisi, capire questo conflitto è il punto di partenza di ogni filosofia che vuole essere coerente.

 

22 marzo 2022