Il perché della vittoria delle forze anti-sistema

 

Nessuno voterebbe contro i governanti se i politici avessero davvero in mente il bene pubblico e non il proprio. Il messaggio che dovrebbe passare, da questi voti anti-establishment, è che la politica sembra ormai aver smarrito il compito per cui esiste: far sì che il bene dello Stato venga prima dell’interesse del singolo.

 

di Giacomo Lovison

 

Un'opera provocatoria di Bansky
Un'opera provocatoria di Bansky

 

La risposta degli elettori europei nelle ultime chiamate alle urne è stata dirompente: l’Italia è solo la punta dell’iceberg di questo malcontento generalizzato nei confronti di chi detiene il potere, cosa che i politici sembrano non vedere.

 

Gli esempi della sfiducia nei confronti del potere si sprecano: Trump in America, la Brexit nel Regno Unito, Orban in Ungheria, Kaczynski in Polonia. I cittadini negli ultimi 3-4 anni, con il proprio voto, hanno voluto dare il segnale di non sentirsi rappresentati dal cosiddetto establishment.

 

Ma da dove arriva tutta questa allergia nei confronti di chi è stato sempre ritenuto degno di governare?

 

Questa voglia di cambiamento deriva dall’inefficacia da parte del potere di dare delle soluzioni di fronte ai problemi dei cittadini. Questi problemi non sono però solo di ordine economico: essi derivano anche dall’inefficacia delle risposte date dalla politica nei confronti di una società che non ha più valori.

 

Basta dare un’occhiata ai dati Oxfam 2017 per capire il motivo per cui il popolo decide di dare il governo del proprio paese a chi si presenta come forza anti-sistema: l’82% della ricchezza globale prodotta nel 2017 è andata all’1% della popolazione più ricca e l’1% della popolazione detiene più del 99% dell’intera ricchezza. Chi può biasimare i cittadini di essere contro il sistema, mentre il sistema continua ad arricchirsi ai danni del popolo?

 

Siamo nati in un mondo senza valori, dove la molteplicità e l’inconciliabilità delle opinioni in una verità unica è il sostrato della nostra società: un mondo dove non ha più importanza come si è ma quanto si ha; dove il mezzo giustifica sempre il fine; dove niente è verità ma tutto interpretazione. È facile dunque capire per quale motivo i cittadini cerchino attraverso il proprio voto di togliere il potere a chi ce ne ha già fin troppo: appunto perché non fanno altro che fare quello che tutti, a maggior ragione i potenti, fanno: aumentare il proprio potere a discapito degli altri

 

Il confine tra un quartiere povero e uno ricco
Il confine tra un quartiere povero e uno ricco

 

Quello che avviene è una sorta di compensazione del potere: questo è quello che spinge i cittadini a votare contro chi si è abituati a ritenere potente. Non è però solo questo calcolo il motivo del voto che non premia chi ha governato; un altro fattore che ha convinto il popolo a decidere di cambiare aria, politicamente parlando, è la sensazione della superficialità con cui i politici amministrano la cosa pubblica.

 

Nessuno voterebbe contro i governanti se i politici avessero davvero in mente il bene pubblico e non il proprio. Il messaggio che dovrebbe passare, da questi voti anti-establishment, è che la politica sembra ormai aver smarrito il compito per cui esiste: far sì che il bene dello Stato venga prima dell’interesse del singolo.

 

Il voto anti-establishment è ormai qualcosa di assodato, il problema è capire se esso sia veramente contro il sistema o sia solamente qualcosa di superficiale; o meglio: siamo davvero sicuri che coloro che vanno contro ciò che è la struttura della società siano davvero coscienti delle problematiche che ne hanno minato la solidità?

 

Bisogna insomma dire che è facile andare contro tutto ciò che sta andando in pezzi; il problema è appunto quello di capire se questa inversione di tendenza, a livello mondiale, porterà più danni o benefici. È inutile professarsi come forze anti-sistema se non si è riusciti ad esplicitare, e quindi a superare, le contraddizioni che si trovano nella società. Si ricadrà negli errori appena fatti se non si è coscienti di dove gli altri abbiano fallito, con il rischio di diventare delle forze che, più che andare contro il sistema, lo sostengono, proprio perché non sono riuscite a superarlo.

 

È una caratteristica della maggioranza, non abituata al confronto e alla discussione, quella di criticare qualcosa senza allo stesso tempo spiegare il motivo per cui quella cosa deve essere criticata. Ma la verità è che non si può criticare veramente qualcosa se non si espongono i motivi di quella cosa: tutto deve essere spiegato razionalmente, niente deve venir preso come presupposto.

 

 

 

« La reputazione mostra i limiti d’una refutazione, mostra che essa non è quella universale. Ciò esprime il lato negativo. Per questo refutare è più facile che giustificare; "giustificare" significa conoscere e mettere in rilievo ciò che va d’affermativo in una determinazione […] è più facile non curarsi della cosa, in quanto non si è affatto penetrati in essa; ciò che è affermativo è ciò che entra all’interno dell’oggetto e lo giustifica: il che è di gran lunga più difficile che refutare. » (G.W.F. Hegel, Lezioni sulla storia della filosofia)

 

 

È inutile tentare di cambiare qualcosa se non si ha la consapevolezza del perché sia giusto modificare quella determinata cosa. Il cambiamento visto come miglioramento è un presupposto della società postmoderna: si crede che ogni cosa nuova sia migliore di una cosa vecchia perché non ci sono più punti di riferimento che permettono alla società di distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo.

 

Cambiare diventa qualcosa di necessario nella società postmoderna proprio perché niente viene più ritenuto degno di protezione. Tutto è questionabile e modificabile, ma non in direzione di un cambiamento in quanto miglioramento, ma di un cambiamento in quanto cambiamento. Non si riesce più a mostrare la bontà di un cambiamento proprio perché non se ne conoscono le motivazioni.

 

L’unico modo per superare le numerose contraddizioni della società postmoderna è tornare alla ricerca di ciò che è vero, attraverso la messa in discussione di tutto ciò che viene considerato come qualcosa di assodato, di presupposto. È proprio nel momento in cui non si riesce più a dare una giustificazione ai pilastri della società in cui viviamo che questa cade. Ecco quello che devono fare le forze anti-sistema per essere realmente quello che professano di essere: esplicitare le contraddizioni che inficiano la solidità del sistema e che producono le fortissime ingiustizie sociali viste sopra.

 

Solo attraverso la comprensione della società si può veramente attuare un miglioramento. Il miglioramento scaturisce infatti dalla revisione di tutto ciò che è contraddittorio; ma come possiamo credere che questo progresso ci sarà finché nessuna forza politica cerca di aprire un confronto sui problemi della società?

 

Deve essere rimessa in discussione l’intera struttura concettuale che giustifica la società in cui viviamo; non ci sono alternative: il progresso dovrà passare da questa difficile, e all’apparenza dolorosa, rivoluzione spirituale. In questo momento di crisi il bisogno della filosofia si rende evidente: la società postmoderna non riesce infatti a garantire delle risposte vere ai problemi che ha al proprio interno. 

 

« Perché una filosofia si faccia avanti è necessario che si verifichi una rottura all’interno del mondo reale. La filosofia è poi il riscatto della decadenza cui il pensiero ha dato inizio; il riscatto avviene in un mondo ideale dove il pensiero si rifugia quando il mondo reale non lo soddisfa più. In un’epoca simile – nella quale il mondo reale va in rovina – sorge la filosofia. » (Hegel, ivi)

 

16 maggio 2018