Turisti della precarietà

 

Una volta decaduto il valore che caratterizza un determinato luogo, l’interesse verso di esso non può, ovviamente, che seguirlo nella stessa sorte, annullando in questo modo il senso stesso delle azioni guidate da quell’interesse, che nel loro complesso risultano nel turismo di quel luogo.

 

di Marco Pieretti

 

 

Alcune settimane fa Repubblica Ambiente riportava il caso della spiaggia di Boracay, isola nel vasto arcipelago delle Filippine, quando essa era tra le preoccupazioni del Presidente Duterte dopo aver constatato che, testuali parole, «è un vero cesso». Il litorale di questa isola è infatti meta ambitissima tra i turisti, come molti altri paradisi tropicali, e per accoglierli, come ovunque accade, essa ha dovuto dotarsi di una serie di infrastrutture, sostanzialmente alberghi e resort, che sapessero sfruttare al meglio la risorsa, non poche volte sconfinando dalla legalità, visti i diversi edifici abusivi presenti. Ma qual è questa risorsa da sfruttare? Il turista o il luogo che lo richiama?

 

Questa domanda che forse lascia un po’ il tempo che trova emerge pensando a che impatto il turismo ha sul contesto in cui si pone, spesso in modo più aggressivo sull’ambiente, che accoglie un determinato ecosistema, non necessariamente esclusivamente naturale. Proprio a Boracay in questi giorni il tema è sentito da isolani e albergatori più che mai di primaria importanza, da quando Duterte ha anticipato, e messo in opera dal 26 aprile scorso, la chiusura della costa ai turisti per i 6 mesi di bassa stagione, disponendo l’esercito a controllo dell’area.

Una spiaggia di Boracay
Una spiaggia di Boracay

Una misura così drastica è stata necessaria perché le circa 500 attività alberghiere presenti sull’isola e funzionanti a pieno regime fino a poco tempo prima sono sprovviste di una rete fognaria e dei più semplici sistemi di depurazione delle acque reflue, scaricandole direttamente in mare. Ecco perché il presidente non ha usato mezzi termini per definire la situazione della spiaggia, invasa dal fetore degli scarichi, ma soprattutto intaccata nelle sue dinamiche biologiche, che inevitabilmente si alterano, portando alla morte di organismi molto sensibili alle variazioni di condizioni chimico-fisiche dell’ambiente.

 

Su queste realtà si apre il sipario di un dibattito che in realtà interessa molte aree del pianeta, nelle quali le bellezze paesaggistiche o qualsiasi altro tipo di attrazione, come parchi, luoghi di culto, resti di antiche civiltà, aree faunistiche, festività autoctone sono il miele per sciami di turisti, una moltitudine di persone che, in parte fisiologicamente in parte per comportamenti errati, può minare seriamente l’equilibrio creatosi tra i vari elementi naturali e antropici. Un dibattito che si fa ancor più vivido in casi simili a quello di Boracay, dove ovviamente l’interdizione al turismo dell’isola, sebbene per un periodo limitato e di afflusso ridotto, non può che nuocere agli affari di chi su di esso ha impiantato la propria vita, gli albergatori in primo luogo.

 

L’articolo focalizzava infatti l’attenzione anche su quale sarà la sorte di quel paio di decine di migliaia di figure che grazie a questa attività economica, l’unica sull’isola, ci campano, e sul fatto che in questo periodo ci sarà un tracollo dell’economia locale, privata di centinaia di milioni di euro di introiti. Un primo spunto sul quale riflettere è lo scenario che si sarebbe aperto nel caso in cui il presidente non avesse preso questa decisione piuttosto drastica.

 

Di sicuro il continuo scarico degli alberghi pochi metri più al largo della spiaggia non potrebbe che rendere ancora meno vivibile un ambiente già fortemente deteriorato; soprattutto renderebbe irreversibile il cambiamento in atto nell’ecosistema, o almeno irrecuperabile in tempi pratici. Ciò comporterebbe la fine della risorsa sulla quale si basa l’economia dell’isola, che altro non è se non la salubrità del luogo e la sua bellezza in primo luogo, ossia ciò che attrae i turisti, con una perdita che, comprendendo i costi ambientali e il probabile arresto dei flussi turistici, sarebbe di gran lunga maggiore rispetto a sei mesi. I tempi di ripresa dei sistemi naturali infatti non sono paragonabili con quelli a dimensione antropica, sempre più dinamica e rapida nella sua evoluzione, ed essi aumentano ad un tasso più elevato dei secondi man mano che il danno aumenta nelle sue dimensioni. Questo per dire che anche una restrizione meno netta di quella prevista dal Presidente non sarebbe stata sufficiente a risolvere il problema, che si sarebbe mantenuto e anzi ingrandito, dato il carattere discreto della reazione dell’ecosistema che non permette un recupero ad un tasso inferiore o maggiore. I suoi tempi richiesti son quelli: o si verifica o non si verifica. Sembra dunque che le osservazioni degli albergatori contrarie a questo decreto non siano da considerare così “ragionevoli” come viene detto nell’articolo, visto che non hanno evidentemente valutato la possibilità di chiudere l’attività non per sei mesi, ma per sempre, nel momento in cui la situazione si sarebbe protratta nel tempo e con lei la dilapidazione del capitale naturale locale.

 

Ma così come Boracay, anche altre isole della Thailandia hanno dovuto affrontare il problema dell’inquinamento derivante dalle attività umane; anche il lago di Sorapis, sulle Dolomiti Bellunesi, sopporta sulle sue sponde rifiuti di ogni genere abbandonati dai turisti che a migliaia arrivano da tutto il mondo per ammirare il suo particolare colore. Due esempi di come il turismo, in modo strutturale o per semplice, ma non banale, maleducazione, possa pesantemente alterare l’ambiente, spesso in modo negativo, mettendo così in luce un assurdo, come quando a risentirne è il contesto sociale, anche se forse in modo meno evidente perché più mutevole e capace di assorbire meglio eventuali danni.

 

Un assurdo che riflette la concezione che gli investitori hanno del turismo, nella quale ad essere pensata come risorsa da sfruttare non è l’intero contesto costituito dalle relazioni, alle volte nascoste, tra i vari enti che ne partecipano, ma unicamente il pagante, che si delinea in quest’ottica come un individuo in cerca di comfort, souvenirs, e divertimento.

 

Però una persona in visita di una città murata o alla ricerca di tranquillità ed evasione su un’isola del Pacifico non può, o almeno non dovrebbe, essere scollegata dall’ambiente con il quale entra in contatto, sebbene sia attratta, chi più chi meno, dalle comodità che in qualche modo non gli appartengono necessariamente. Non vedere quale legame stringe il turista con un determinato luogo, ignorare cioè da cosa egli sia attratto e per quale motivo si rechi proprio lì ― e quindi non veicolarlo verso di esso ― significa in primo luogo snaturare il fenomeno stesso, intendendolo a sé stante, come se esistesse solamente in qualità di evasione dalla routine quotidiana, dandogli un'accezione negativa di "fuga da": ecco in che senso mi sembra sia concepita una settimana in una qualsiasi delle duemila isole dell'arcipelago filippino.

 

Il rigetto in Spagna del turismo di massa
Il rigetto in Spagna del turismo di massa

Questo si traduce inevitabilmente in una visione dell'accoglienza dei visitatori che trascura completamente le possibili relazioni tra il turista e ciò con cui entra in contatto, rilegandole a considerazioni di circostanza che ci si permette di non rispettare perché non comprese intrinsecamente. Da qui l'inquinamento che danneggia flora e fauna uniche del luogo, strutture che intralciano la sua vita sociale, comportamenti offensivi e fuori contesto per costumi locali e una serie di altri fattori che risultano in un paradosso nel momento in cui si riflette sul fatto che la scelta della destinazione si focalizza esattamente su ciò che viene in seguito perturbato. Una volta decaduto il valore che caratterizza un determinato luogo, l’interesse verso di esso non può, ovviamente, che seguirlo nella stessa sorte, annullando in questo modo il senso stesso delle azioni guidate da quell’interesse, che nel loro complesso risultano nel turismo di quel luogo.

 

A ciò si ricollega per esempio la buona norma di avere un’impronta ecologica il più possibile ridotta, evitando di contaminare l’ecosistema. In Islanda ho potuto sperimentare di persona cosa significa strutturare il turismo e gli esercizi che se ne occupano in modo che tutto ciò che non è antropico rimanga intatto, e possa essere apprezzato anche dal prossimo che giungerà nello stesso posto così come ha potuto fare il primo, il quale, avendone sperimentato il valore, dovrebbe agire per conservarlo. Da un paio di anni infatti il governo ha stabilito il divieto di accamparsi al di fuori delle aree dedicate; dopo aver sofferto l’abbandono di rifiuti da parte di camper e tende; non è permesso camminare al di fuori delle piste battute nel deserto; anche orinare in un qualsiasi posto è sanzionato pesantemente. Sono tutte misure restrittive che si possono percepire inizialmente come oppressive ed esagerate, ma sono proprio ciò che risulta nell’autenticità delle esperienze su quella terra.

 

Ecco perché, tornando alla domanda iniziale, la risorsa che si va a sfruttare non è tanto il turista, bensì il luogo, in cui appunto sta l’origine di un turismo che può realizzarsi in diversi modi. Uscire da questa specie di ribaltamento dei ruoli porterebbe a entrare in una prospettiva che non considera quel luogo semplicemente come un posto qualsiasi, uguale agli altri, in cui imporsi come conquistatori senza aver sospetto delle relazioni in esso già consolidate. Sfruttarlo implica riconoscerlo come primo protagonista, e per questo rispettarlo, aver l’interesse di mantenerlo così come lo si è trovato, così come il turista lo pensa e come deve essere educato a viverlo.

 

6 maggio 2018