Come l'economia conquistò la politica

 

Se lo Stato moderno infatti si riconosce ed agisce in un territorio specifico, la globalizzazione comporta invece che processi economici, tecnologici, ecologici e culturali esercitino i loro effetti su scala globale, rendendo difficile per lo Stato controllarli, perché esso ha appunto giurisdizione solo su un determinato territorio.

 

 

Possiamo dire che lo Stato moderno si sia sviluppato sia cronologicamente che istituzionalmente insieme al capitalismo liberale. La politica in età moderna infatti, tra Settecento e Ottocento, ha cominciato a puntare sul libero mercato e sulla concorrenzialità come motori del progresso sociale, sperando che essi avrebbero procurato ricchezza e benessere a tutta la popolazione, o almeno alla borghesia, che fu la protagonista di quella formulazione dei diritti liberali di libertà e proprietà e della formazione del capitalismo, dichiarati universali con la Rivoluzione francese. L’economia capitalista a sua volta ha puntato sullo Stato come garante della sua attività, in particolare dei diritti che permettono a tale sistema di sussistere: proprietà e libertà, ma anche fornitore di servizi giudiziari e di polizia, di politiche commerciali e doganali per assicurare mercati esterni e interni.

Se fino al Novecento tale sistema di sostegno reciproco non aveva mai sottomesso un potere all'altro, ai giorni nostri sembra essersi prodotta una subordinazione del potere politico a quello economico. Questo fenomeno è stato messo in risalto negli ultimi tempi, col fatto, ad esempio, che le scelte politiche dell'Italia debbano tenere conto dello spread e dell’andamento dei mercati internazionali, ma che ad uno sguardo più approfondito si rivela caratteristico di tutto il XX secolo. 

 

Ma come è successo tutto ciò?

Possiamo innanzitutto dire, sicuri che ciò sia un punto su cui tutti i partiti che compongono il dibattito nelle liberal-democrazie concordano, che per l’economia gli aspetti significativi del processo sociale siano giustificati solo in quanto contribuiscono allo sviluppo economico, il quale viene ritenuto dagli Stati un fine di indiscutibile validità.

Ma se prima del XX secolo lo Stato non sembrava così preso da compiti di natura non politica come la distribuzione della ricchezza e dei servizi, perché di questi tempi sembra che ogni suo provvedimento sia vincolato da fenomeni economici che non gli permettono di esprimersi? E come è possibile che la sovranità di uno Stato sia messa in pericolo da forze esterne, che la sua condotta possa essere decisa da “investitori” esterni? Le scelte politiche degli ultimi periodi, almeno in Italia, sembrano infatti dettate più dalla volontà degli investitori internazionali che dal popolo che compone la nazione e che ne detiene la sovranità. Come si è potuti arrivare a questo punto?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo cominciare dicendo che sicuramente alcune derive dello Stato ottocentesco, come la questione sociale, hanno imposto allo Stato di assumere sempre più funzioni che esulavano da quelle classiche di difesa esterna e mantenimento dell’ordine interno per curare il benessere della società, dando vita allo Stato sociale e assistenziale. Inoltre ha dovuto farsi investitore per mantenere questi compiti, non potendo contare solo sull'esazione fiscale, nazionalizzando alcuni servizi come la sanità, i trasporti, ecc... 

 

Ma ecco che, diventando investitore, lo Stato si sottomise sempre più a quelle leggi del mercato che fino a prima gli erano state estranee e che anzi egli provvedeva solo a salvaguardare al proprio interno, e ad esso si può allora estendere il potere economico che « è quello che si vale del possesso di certi beni, necessari o ritenuti tali, in una situazione di scarsità, per indurre quelli che non li posseggono a tenere una certa condotta » (N. Bobbio, Dizionario di politica).

 

Questo fenomeno si fa particolarmente rilevante nel momento in cui viene di pari passo con il fenomeno della globalizzazione. Se lo Stato moderno infatti si riconosce ed agisce in un territorio specifico, la globalizzazione comporta invece che processi economici, tecnologici, ecologici e culturali esercitino i loro effetti su scala globale, rendendo il difficile per lo Stato controllarli, perché esso ha appunto giurisdizione solo sul proprio territorio. Tramite l’economia in particolare vengono a crearsi delle relazioni e dipendenze internazionali che impediscono agli stati di agire in modo indipendente. Le unità fondamentali di questo processo sono soprattutto le multinazionali: esse operano infatti su scala internazionale e si adoperano in modo che gli stati interferiscano meno possibile con le loro politiche economiche. Data l’enorme quantità di ricchezza che generano, esse sono riuscite ad indurre gli stati a competere tra loro per attirare gli investimenti di queste, arrivando a controllare la produzione e la distribuzione di certi beni e servizi. Di fatto sembra che gli Stati, proprio per indurre tali investimenti sul proprio territorio, si siano sottomessi alle grandi multinazionali e al loro potere economico, soddisfacendone le richieste; ma senza poter a loro volta controllarle, per la dimensione transnazionale delle strutture giuridiche e produttive di quelle. Esse sono in poche parole in grado di far concorrere gli stati tra loro per vedersi proporre la miglior offerta produttiva. Di conseguenza lo Stato non può più perseguire le misure che i suoi cittadini vorrebbero, ma, proprio per poter garantire prosperità economica ad essi, sono costretti a sottomettersi alle volontà delle suddette corporations.

 

Marinus van Reymerswaele, "Il banchiere con la moglie"
Marinus van Reymerswaele, "Il banchiere con la moglie"

 

Resta inoltre il fatto che queste multinazionali hanno cominciato a monopolizzare anche la cultura dei vari stati, esercitando una suggestione nelle opinioni, nell'immaginazione, nelle fantasie delle persone, determinando le loro scelte. Essendo esse poi tra le maggiori interessate nelle innovazioni scientifiche e tecnologiche, hanno cominciato ad investire in questi settori, e si potrebbe maliziosamente pensare che esse possano controllare anche tali processi, privatizzando la produzione e la distribuzione del sapere.

 

Infine, una precisazione: con questa analisi non si vuole dire che lo Stato sia ormai completamente sottomesso al potere economico, ma che esso sembra ormai non poter più rispondere adeguatamente a quell'allargamento degli orizzonti e delle relazioni che comporta la globalizzazione. Sembra che gli stati stiano perdendo quella dimensione di garanti dei diritti e controllori dell’adeguata distribuzione della ricchezza, dato che la sua giurisdizione non può estendersi oltre i suoi confini territoriali, e quindi non può dar luogo a politiche che regolamentino adeguatamente questi fenomeni economici.

Le soluzioni che sembrano profilarsi all'orizzonte sono o un ritorno a politiche sovraniste nazionali, come conferma il proliferare dei governi di destra e populisti, oppure un allargamento degli orizzonti politici con la creazione di forze politiche continentali (un esempio ne è l’Unione Europea) e intercontinentali, che riescano ad esercitare la giurisdizione su territori più vasti e a bilanciare meglio la forza di un potere economico che ormai si esercita su scala globale.

 

17 ottobre 2018