Elogio della finitezza e utilità della fine

 

Che ruolo possono avere la morte e la consapevolezza della “finitezza” in una società dominata da una cultura sempre più materialistica, cui emblema sembra essere una pretesa di immortalità? Posto il fallimento dei vari sistemi politici mossi dalle utopiche considerazioni benigne della natura umana, la riflessione sulla fine e sulla finitezza umana può ancora servire a qualcosa? La morte  segnando la fine della vita terrena, è legata all’ignoto e l’ignoto, accompagnato dalla paura, conseguente e naturale passione  sfugge al metodo sperimentale proprio della scienza. Può pertanto la fine essere di qualche utilità all’uomo, il cui compito, su questa terra, sembra essere legato indissolubilmente alla conoscenza?  

 

di Francesco Neri

 

Mosaico d'epoca romana che rappresenta uno scheletro con la scritta in greco antico “Conosci te stesso”
Mosaico d'epoca romana che rappresenta uno scheletro con la scritta in greco antico “Conosci te stesso”

 

Il concetto di morte, in Occidente, oramai dimenticato o, peggio ancora, reso tabù, fin dagli albori dell’umanità ha accompagnato le riflessioni dell’uomo, il quale nel cercare di dare una spiegazione razionale ai fenomeni naturali decide di rapportarsi all’Infinito o Dio (in alcuni sistemi filosofici i due termini sono sinonimi). Feuerbach, per esempio, affermava che Dio non è altro che una creazione dell’uomo, una sorta di “polo positivo”, frutto dell’alienazione, vale a dire della cessione alla “creatura Dio”, da parte dell’uomo delle proprie qualità umane. Tale speculazione filosofica segna una nuova concezione di ateismo, inteso come conquista dell’uomo, capace, finalmente, di liberarsi del pesante fardello e addentrarsi nel filantropismo (Homo homini Deus est!). Ma veramente l’uomo può fare a meno di Dio o ergersi a Dio stesso in terra? La storia è piena di esempi di ambiziosissimi sistemi politici e sociali, il cui fine ultimo era la soppressione della figura di Dio e la tanto anelata conquista della “libertà”, da parte dell’uomo, con la conseguente istaurazione della “Shangri-la” di turno. L’epilogo di tali sistemi, tuttavia, è stato fallimentare e ridicolosamente scontato: violenza, miseria e “complottismo teoretico”, con conseguente ricerca di sabotatori e traditori; in altri termini, i nemici della patria (linfa vitale per qualsiasi regime totalitario).

 

Posto l’indiscutibile fallimento di tali progetti, occorrerebbe (il condizionale non solo è d’obbligo, ma perfino essenziale) riconoscere, come punto di partenza per una più realistica disamina della società e delle effettive potenzialità della natura umana, la discrepanza tra le intenzioni umane o condizioni ideali e la loro effettiva concretizzazione nella realtà: la realtà sconfessa sempre le prime e poco conta la loro nobiltà, sembra essere l’inappellabile responso della storia. Volendo forzare un po’ i vecchi concetti aristotelici di potenza e atto, potremmo dire, infatti, che l’atto, in questi casi, non è mai piena realizzazione della potenza, bensì inevitabile adattamento alla realtà. Questo perché, nell’agire, l’uomo deve fare i conti con l’uomo, ossia “l’altro” e la virtù, nel senso greco del termine (oggigiorno, purtroppo, caduto in disuso), è un concetto che per sua propria essenza ripugna la quantità, ponendosi in netta antitesi alle masse. Il messaggio sembra allora essere: “diffida dalle filosofie, dagli orientamenti e dai sistemi politici che pretendono di istaurare società perfette, facendo leva sull’imperfezione dell’uomo” (Può la perfezione essere la somma di imperfezioni?). Se si accetta tale discorso e si ha ancora voglia di mettersi alla ricerca, allora l’inevitabile punto di partenza è quel divino “Conosci te stesso” che i greci avevano erto a principio inviolabile di virtù. Il “Conosci te stesso” implica, però, un faticoso capovolgimento di vedute: non più la scontata e frettolosa analisi della società, basata esclusivamente sul fattore economico (la vecchia “struttura”, per intenderci), con annessa formula magica a tutti i mali del mondo (poco conta che si chiami “American dream” o “Sol dell’avvenire”), bensì una dolorosa analisi introspettiva. In altre parole, lavoro sulla propria psiché, socraticamente parlando, e inevitabile riconoscimento dei propri limiti come effettivo cominciamento di quel miglioramento dell’essere in quanto essere che per Aristotele costitutiva il fine ultimo dell’uomo, oltre che la felicità stessa.

 

Il nuovo scenario, adesso, è rappresentato da un inevitabile dualismo tra ragione e sensibilità, o meglio, inclinazione sensibile. Se da un lato, infatti, si ha la ragione, che Cartesio non esitava a definire il marchio di Dio sull’uomo, dall’altro, entrano in gioco le inclinazioni sensibili o passioni che, avvicinando l’uomo agli animali, lo rendono schiavo. Ed è proprio in questo conflitto che si può scorgere la missione dell’uomo: conciliare la “scintilla divina” con la sensibilità. Kant, a tal proposito, aveva proposto la legge morale, rappresentata dall’imperativo categorico, come soluzione al suddetto dualismo. Il “dovere”, dunque, si configura come risposta a quello che apparentemente sembra un insanabile conflitto; dovere che apre le porte alla vera libertà dell’uomo. Di fatto, il dovere è ciò che libera l’uomo dalla schiavitù delle passioni, allontanandolo dalle dinamiche sensibili proprie degli animali. A questo punto, facendo un ulteriore salto in avanti, si può affermare, che la vera libertà, per l’uomo, sta nell’obbedienza alla legge. La legge, mai fine a se stessa e sempre uniformata ai dettami della ragione, inevitabilmente si rivela essere indiscutibile punto di riferimento per l’agire pubblico e privato dell’uomo.

 

La figura che meglio rappresenta tutto ciò è quella di Cristo, infinito che manifestandosi nel finito sperimenta il doloroso dualismo tra spirito e materia, ragione e sensibilità, cui nessun uomo può sottrarsi. Con la morte di Cristo, quindi, si può scorgere la morte di Dio, intesa come fine di una visione prettamente tradizionale che vuole Dio entità separata dall’uomo e dal mondo, una sorta di “cattivo” infinito, che, in quanto tale, finisce per essere limitato dal finito, essendo troppo lontano da esso. La figura di Cristo, come aveva osservato Hegel, pone fine a tutto ciò, determinando quella conciliazione tra finito e infinito, infinito e finito, all’insegna della supremazia della ragione sulle inclinazioni sensibili. L’infinito-Cristo di Hegel, infatti, sperimentando su di sé le sofferenze del “finito”, si pone in relazione e non in antitesi con esso. Qual è, allora, il significato di tutto ciò? Accettare la propria “finitezza” significa imparare a conoscersi e conseguentemente a ricercare, e ricercare, a sua volta, significa conoscere e migliorarsi, adempiendo pienamente a quello che sembra essere il vero compito dell’uomo sulla terra.  

 

Ignacio de Ries, “Albero della Vita” (1653)
Ignacio de Ries, “Albero della Vita” (1653)

 

Alla luce di tutto ciò, occorre soffermarsi sul ruolo della morte: essa, da questo punto di vista, rappresenta il punto di arrivo, la tappa finale di questa missione; ciò che conferisce senso al tempo e, quindi, alla vita stessa. È solo facendo i conti con la morte che l’uomo può essere “uomo” e, conseguentemente, agire come tale. La consapevolezza della morte, del tutto assente negli animali, rende possibile lo scenario della “pianificazione”, aprendo le porte alla dimensione propria dell’uomo. All’uomo, di fatto, è data la capacità di progettare in vista di… ed è proprio questo “in vista di” a proiettarlo nel futuro, differenziandolo ulteriormente dagli animali. Pretendere di fare a meno della morte, come purtroppo avviene in Occidente, significa perdere completamente di vista l’orientamento nel viaggio chiamato vita; significa uscire dalla dimensione propria dell’uomo, finendo inevitabilmente per divenire schiavi delle proprie inclinazioni sensibili. Ecco allora che la morte acquista un valore positivo, quale punto di orientamento per l’uomo.

 

Ciononostante, la morte rappresenta soprattutto l’ignoto e l’ignoto, nelle dinamiche conoscitive umane, è inevitabilmente legato alla più naturale delle passioni: la paura. L’uomo tende ad allontanare tutto ciò che teme, tutto ciò che avverte come minaccia alla propria esistenza. Nell’era del postmoderno, infatti, l’ignoto non è ammissibile, giacché esso rappresenta un’inevitabile sconfitta della scienza. E questo è palesemente tangibile in Occidente, dove la società e la relativa cultura sono dominate sempre di più dalla tecnica. Tale dominio ha avuto l’effetto di determinare una presa di posizione nei confronti di tutto ciò che non rasenta il “materiale”, di tutto ciò che per propria essenza sfugge alla “dimostrazione”, causando la più illusoria delle illusioni: la pretesa di immortalità o oblio della morte. Si può benissimo affermare che l’odierna cultura occidentale ha messo da parte la questione della morte, trasformandola in inviolabile tabù, proprio perché dinanzi la morte il metodo sperimentale, cui è vincolata e saldamente ancorata la scienza, rivela la propria insufficienza o, peggio ancora, incapacità, venendo a mancare l’indispensabile elemento dell’esperienza diretta. L’impossibilità di sperimentazione diretta, difatti, rende inapplicabile il metodo scientifico, cui si fonda principalmente la conoscenza umana, determinando una significativa impotenza dello stesso che, da questo punto di vista, finisce per occupare una posizione di subordine nei confronti della filosofia e della religione. Si è pertanto determinato un importante capovolgimento, in cui il punto di forza della scienza diviene il più grande limite, un limite così grande da mettere fuori gioco la scienza stessa.

 

Ma non sempre la morte è stata oggetto di oblio e tabù, basti pensare che, agli albori del pensiero, il filosofo naturalista Anassimandro parlava di essa come tísis, cioè riparazione, una sorta di debito da pagare nei confronti di tutto ciò che ha subito sopraffazione per il fatto di non esistere.

 

« Quello da cui ha luogo la nascita per le cose che sono, è anche ciò in cui si estinguono, secondo la legge e la natura. Esse, infatti, a mano a mano che scorre il tempo, pagano l’una all’altra giusta pena e ammenda della loro ingiustizia. »

 

La morte, quindi, è indispensabile elemento di ordine e giustizia perché tutto possa andare avanti. È solo riflettendo sull’utilità della fine che l’uomo può conoscere se stesso e condurre quindi quell’analisi introspettiva che si rivela essere il vero punto di partenza per adempiere al proprio compito, guadagnando la libertà dalle inclinazioni sensibili e proiettandosi nella sfera del dovere. «Respice post te. Hominem te memento» ("Guarda dietro a te. Ricordati che sei un uomo") veniva pronunciato alle spalle dei generali romani, di ritorno in città, dopo i trionfi bellici, come monito contro la superbia e la pretesa di immortalità.  

 

4 settembre 2018

 




SULLO STESSO TEMA

Filippo Lusiani, Sulla morte

Simone Basso, Senza limiti, senza "fine"

Antonio Lombardi, Morire, oggi: la parola dimenticata di Bontadini e Gentile