L'eterno ritorno: (in)augurare la vita

 

Un frammento a cui Nietzsche ha affidato il primo abbozzo della dottrina dell'eterno ritorno ci riconnette, in questi giorni di festività, al "nudo evento" in cui consiste la vita.

 

Come arriva l’uomo a volere l’eterno ritorno di tutto ciò che è, e così com’è?

La dottrina dell’eterno ritorno di Nietzsche viene pensata spesso come la forma estrema cui perviene il suo nichilismo e, allo stesso tempo, il suo proprio autosuperamento. Questo vuol dire che il destino dell’eterno ritorno non è per natura una tragedia storica per cui le cose, nude a se stesse nel distendersi del tempo del loro esserci, nel loro accadere, debbano sparire nel “senza-scopo” che le circonda; bensì è una speranza e una fede. Sotto sotto, una decisione: la decisione di vedere nell’uomo, e in tutto quel che è, esattamente il contrario di una dissoluzione universale, quanto piuttosto una volontà di auto-eternizzazione. Detto altrimenti: nel sostrato essenziale della volontà, che può volere indifferentemente tutto e, proprio per questo, niente, resta ancora un’ultima affermazione della vita, insieme a questo stesso niente, che non tratta l’essere come un semplice avvenire passare o futuro, ma come il più coraggioso dei “voleri”: volere che tutto ciò sia per sempre come è, anche se affonda nel più abissale dei fondi. Non c’è un senso, il senso è quel che si vive.

Il ritorno dello stesso (Die Wiederkunft des Gleichen) ebbe però una prima formulazione in una circostanza particolare, formulazione che è stata raccolta nei frammenti postumi a partire da un foglietto di carta datato ai primi giorni di agosto del 1881. Indicazioni in proposito Nietzsche le fornisce in Ecce homo, nel primo capitolo dedicato a Così parlò Zarathustra:

 

« La concezione fondamentale dell’opera, il pensiero dell’eterno ritorno, la suprema formula dell’affermazione che possa mai essere raggiunta, è dell’agosto 1881. È annotato su di un foglio, in fondo al quale è scritto: “6000 piedi sopra il mare e ancora più alto di tutte le cose umane”. Camminavo in quel giorno lungo il lago Silvaplana attraverso i boschi; presso una possente roccia che si levava in figura di piramide, vicino a Surlei, mi arrestai. Ed ecco giunse a me quel pensiero. »

 

 

Oggi i sentieri di Nietzsche sono ancora percorribili, e un’iscrizione nella roccia ricorda il passaggio dello scrittore-filosofo. Lì, l’unica forza che conta, la volontà, non tende la sua mano verso le cose che rosicchiano l’orlo del nulla per dir loro: “Via! Passerete!”, ma la tende con il desiderio più profondo che riconosce sé, vincitrice di fronte al niente, e lo stesso esserci delle cose, e dice loro: “resterete!”. La volontà di se stessa divenuta volontà di essere, vuole che tutto, nel suo estremo senso e non senso, sia come quando era, come quando sarà, come quando è, sempre.

 

La prima progettazione tratta dai manoscritti postumi è, infine, questa:

 

« Il ritorno dello stesso, abbozzo.

1. L’assimilazione (Einverleibung) degli errori fondamentali.

2. L’assimilazione delle passioni.

3. L’assimilazione del sapere, anche di quel sapere che rinuncia. (La passione della conoscenza).

4. L’uomo innocente. L’individuo come esperimento. La facilitazione, l’abbassamento, l’indebolimento della vita – transizione.

5. Il nuovo centro di gravità: l’eterno ritorno delle stesse cose. Importanza infinita del nostro sapere, dei nostri errori, delle nostre abitudini e modi di vivere per tutto il futuro. Che facciamo noi, con ciò che rimane nella nostra vita – noi, che ne abbiamo vissuto la maggior parte senza sapere la cosa più importante? Ci dedichiamo a insegnare questa teoria – è il mezzo più efficace per assimilarla noi stessi. Il nostro tipo di felicità in quanto maestri della più grande teoria.

Primi d’agosto 1881 a Sils-Maria, a 6000 piedi al disopra del mare e molto più in alto di tutte le cose umane! » (Frammenti postumi, II, 219)

 

L’abbozzo sull'eterno ritorno mostra non tanto il tentativo di un ricercatore (uno sperimentatore, appunto) di capire l’enigma del tempo e della temporalità delle cose, bensì una sorta di scoperta dell’uomo di fronte al mistero del suo stesso accadimento, e, bisogna dirlo, l’esperienza di appartenenza di passato e futuro nel raccogliersi del presente che dice sì in mezzo al tutto. È anche interessante quello che Nietzsche scrive in un altro frammento:

 

« Questo brano di storia dell’umanità deve ripetersi e si ripeterà in eterno, e allora, giacché non è in nostro potere modificarlo, possiamo lasciarlo fuori dai nostri calcoli, anche se ciò aumenta penosamente la nostra compassione e, in generale, costituisce un’obiezione contro la vita. Se non vogliamo esserne sconvolti, la nostra compassione non dev’essere troppo grande. Bisogna che l’indifferenza, insieme al piacere della contemplazione, abbia profondamente operato dentro di noi. » (Nachgelassene Fragmente, II, 141)

 

La nostra conoscenza, dunque, come piacere dell’accadimento, viene pensata – per essere vera conoscenza – come una contemplazione gioiosa, ma ferita: un conoscere passionale, che si dà al brandello di storia che riesce a toccare, e non ad altro. L’infinito di tutte le cose, e anche l’infinito della volontà che festeggia il suo darsi così, qui e ora – a ritroso e in prospettiva – non viene strappato ad esse, non viene reso “sensato” da un al di là teoreticistico. E non riposa – per Nietzsche – su una memoria eterna: l’eterno è e sta nelle cose stesse, quali tempi verticali del tempo circolare del mondo.

Queste “strane” considerazioni, inquietanti nel bene o nel male, colpiscono particolarmente durante questi giorni di festa, in cui i segni della vita ci costringono a pensare nella sua più propria individualità ciò che resta di essa – la festa più tragica, più grande, più semplice, e più radicale: che c’è l’essere, che c’è la vita, come una canzoncina on repeat le cui note e le cui variazioni devono essere in qualche modo salvate. Perché, alla fine, cosa c’è di meglio in queste festività che una piccola riflessione through the mists of time?

 

28 dicembre 2019