Vendetta, dolce e inutile...

 

Quando subiamo un’ingiustizia proviamo immediatamente rabbia, risentimento, irritazione verso il responsabile. Quest'odio e desiderio di rivincita potranno mai portarci ad un effettivo risarcimento del torto subito? È così innaturale per noi porgere l'altra guancia?  

 

di Giulia Scapin

 

Giovanni Francesco Barbieri (Il Guercino), “Salomè riceve la testa del Battista” (1637)
Giovanni Francesco Barbieri (Il Guercino), “Salomè riceve la testa del Battista” (1637)

 

Ad un primo impatto restituire l’offesa subita sembrerebbe essere un impulso piuttosto naturale in ognuno di noi, ciò che il nostro corpo ci suggerisce di compiere in modo innato e automatico. Tramite la vendetta, ci pare di rispondere ad una qualche necessità di ristabilire un equilibrio alterato da un'ingiustizia subita. Quest'ingiustizia subita ci suscita particolari emozioni negative come dolore, rabbia, risentimento, che sembrerebbero potersi calmare soltanto portando alla pari il piatto della bilancia, ossia danneggiando il responsabile. Il piacere provato dalla vendetta si prospetterebbe tanto maggiore quanto più dolorosa è la pena inflitta, al punto che la vendetta più dolce sarebbe quella più efficace.

 

« Il vendicarsi è piacevole: infatti, il conseguire ciò il cui mancato conseguimento è doloroso, è piacevole, e coloro che sono in preda all’ira provano dolore in maniera smisurata non vendicandosi; sperandolo, invece, si rallegrano. » (Aristotele, Retorica)

 

Tuttavia questo ragionamento presuppone che il peggioramento della condizione altrui porti ad un effettivo miglioramento della nostra condizione. Dal momento che non ottengo nulla in più di quanto mi era stato tolto (anzi generalmente sono danneggiato a mia volta dalle conseguenze della mia azione), sembra assurdo che il mio dolore sia in qualche modo risanato. Il piacere della vendetta dato dalla sofferenza causata infatti, non è che un piacere effimero, poggiato su un meccanismo contraddittorio in cui il bene altrui non corrisponde al bene proprio. Se lo squilibrio del mio essere è provocato da un atto di violenza, risulta illogico riportare la situazione iniziale facendo leva su un ulteriore atto di violenza, senza valutarne le conseguenze. Sebbene coloro che subiscono il danno lo ritengano ingiusto, sperimentando sulla propria pelle gli effetti del danno, desiderano poi compiere a loro volta un'ingiustizia infliggendo lo stesso dolore sul responsabile. Che coscienza del torto o del reato acquisterebbe il responsabile e quale bene conseguirebbe o conseguiremmo dall'arrecargli un danno? In questo senso la vendetta diventa un comportamento naturale e automatico soltanto per coloro che, trovandosi in una situazione di danneggiamento, dispongono di una visione limitata al momento contingente. La vendetta risulterebbe essere quindi un'azione “primitiva”, vale a dire compiuta soprattutto in ambienti in cui il confronto è ristretto.  

 

Partecipe a questo ragionamento, l'opinione dei più ha un giudizio negativo riguardo al concetto di vendetta individuale e pare rifiutarne ogni sua applicazione. Tuttavia non si nota come spesso la Legge tanto acclamata legittimi la “giusta punizione”, ossia una vendetta non più ad opera del singolo, ma praticata e amministrata da terzi in nome della collettività. Significativo è il passo qui riportato di Nietzsche:

 

Friedrich Nietzsche (1844-1900)
Friedrich Nietzsche (1844-1900)

 

 

« Così con la pena giudiziaria viene ripristinato sia l'onore privato che quello della società: cioè – la pena è vendetta.  Esiste indubbiamente nella pena anche quell'elemento della vendetta che abbiamo descritto per primo, in quanto con essa la società provvede alla propria conservazione e reagisce per legittima difesa. La punizione vuole impedire un danno ulteriore, vuole mettere paura. In tal modo nella pena sono realmente associati i due così diversi elementi della vendetta, e ciò probabilmente contribuisce moltissimo a mettere quella menzionata confusione d'idee per cui l'individuo che si vendica di solito non sa che cosa esattamente voglia. » (F. Nietzsche, Uomo troppo umano)

 

La vendetta viene giustificata come legittima difesa, per proteggere la società dai responsabili. Le autorità si fanno carico delle ingiustizie subite dall'individuo e si riservano il diritto alla violenza secondo l'apparente fine di “rendere governabile” la società, cercando di ristabilire quel noto equilibrio sociale prima citato. I tribunali diventano soltanto l'affermazione di ciò che è espresso dalle leggi: ad un'accusa verificata corrisponde una punizione, modulata a seconda della gravità del reato. La vendetta in questi casi diviene parte integrante della giustizia. La richiesta di nuove pene, o di punizioni più pesanti da parte dello Stato obbediscono più a questo desiderio di vendetta che a un’effettiva riparazione per la vittima e i suoi familiari o ad una comprensione dell'errore da parte del colpevole. La rabbia, il dolore sono sentimenti legittimi per la vittima, ma non devono essere per forza seguiti da un'azione violenta: è la vittima che deve imparare ad individuare la soluzione corretta da adottare per riuscire a migliorarsi (e migliorare).

 

« Do strappi alla vostra tela, perché la vostra rabbia vi attiri fuori della vostra spelonca di menzogne, e la vostra vendetta salti fuori dietro la vostra “giustizia”. Infatti che l'uomo sia redento dalla vendetta è per me il ponte verso le più alte speranze e un arcobaleno dopo lunghi temporali. » (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)

 

Con quest'invettiva, tratta dal passo “Delle tarantole”, Nietzsche accusa coloro che si nascondono dietro la Legge e giustificano l'uso di violenza poiché legittimato o addirittura compiuto dallo Stato. Senza allontanare l'uomo e le leggi dalla vendetta non c'è possibilità di raggiungere una società esente da violenza, descritta dal filosofo come un arcobaleno dopo lunghi temporali.  

 

Clemente Alberi, “Paolo e Francesca da Rimini sorpresi da Gianciotto” (1828)
Clemente Alberi, “Paolo e Francesca da Rimini sorpresi da Gianciotto” (1828)

 

Il lavoro di sensibilizzazione compiuto su questi temi è stato utile a dirigere l'attenzione non più sull'esclusione dei responsabili dalla società, ma sul loro reintegro, adattando conseguentemente le leggi a questa necessità. Questo cambiamento di rotta rappresenta un passo di notevole importanza se si considera il filone generale su cui fino ad oggi si basavano le legislazioni e le consuetudini degli ultimi millenni. Quello che non troviamo nel processo legislativo della nostra storia è una comprensione della necessità di una riappacificazione dei conflitti, di un orientamento verso il dialogo, di un'integrazione del condannato. Troviamo, invece, una giustizia nella quale il più delle volte il meccanismo della vendetta e delle punizioni si riflette nelle leggi. Il codice di Hammurabi, come la cosiddetta legge medievale del taglione, sono solo alcuni esempi di legislazioni antiche basate sul principio di vendetta come giustizia. Certamente ci sono stati momenti nella storia umana in cui questo principio è stato superato. Come potrebbe altrimenti spiegarsi il proverbio apparso secoli addietro nella Bibbia: «Tratta gli altri come vorresti essere trattato»? Questa comprensione va oltre il “ti tratto come tu mi tratti” proprio della vendetta, e vi propone dinnanzi l'intenzione e la costruzione di una convivenza in cui confido d'incontrarmi con la parte migliore dell'altro. È il desiderio del miglioramento che dovrebbe spingere ogni individuo a comprendere le contraddizioni dei modelli passati per cercare di superarle e creare una società fondata sul rispetto reciproco e sulla non-violenza.

 

15 giugno 2019

 




DELLA STESSA AUTRICE

G. Scapin, Il sistema penitenziario in questione

 

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