La prova dell'utilitarismo di Mill

 

L’etica di Mill si basa sulla distinzione tra essere e dover essere. Di conseguenza la prova non vuole essere una dimostrazione scientifica. Come afferma Mill lo scopo della prova è un altro: «avanzare delle considerazioni capaci di far decidere l’intelletto in un modo o nell’altro, e cioè dare o rifiutare il suo assenso alla nostra dottrina».

 

di Giacomo Lovison

 

 

La prova dell’utilitarismo è uno dei passaggi più celebri della filosofia morale di John Stuart Mill. Questo argomento si trova nel quarto capitolo del saggio: L’utilitarismo. Prima di cominciare ad analizzare la prova, è necessario indagare il significato di “prova” usato dal filosofo inglese.

 

I principi etici, per Mill, non ammettono la precisione di una prova scientifica. L’etica non rientra nelle discipline scientifiche. L’etica è più che altro un’arte

 

Nella scienza la scoperta di verità particolari viene prima della teoria scientifica complessiva, nell’etica le azioni particolari hanno il proprio significato perché tendono ad un fine. La scienza si occupa del fattuale, le arti hanno come scopo della ricerca il dover essere.

 

L’etica di Mill si basa sulla distinzione tra essere e dover essere. Di conseguenza la prova non vuole essere una dimostrazione scientifica. Come afferma Mill lo scopo della prova è un altro: «avanzare delle considerazioni capaci di far decidere l’intelletto in un modo o nell’altro, e cioè dare o rifiutare il suo assenso alla nostra dottrina».

 

Una prova che non è effettivamente una prova. Se un argomento è forte nel momento in cui dimostra qualcosa, la prova di Mill mostra subito la propria debolezza. Il filosofo inglese non è consapevole della contraddizione delle proprie pretese. Mill continua a chiamare prova qualcosa che per sua stessa ammissione non è una prova.

 

Un’altra contraddizione che può essere evidenziata è la distinzione tra convincere e dimostrare. Lo scopo della prova è quello di convincere l’intelletto delle persone ad abbracciare la dottrina dell’utilitarismo. Mill afferma che è possibile convincere qualcuno senza dimostrare la propria affermazione. È impossibile convincere qualcuno di qualcosa, se allo stesso tempo si afferma l’impossibilità di dimostrare quel qualcosa

 

Ritornando alla prova vera e propria, Mill comincia ricapitolando il principio dell’utilitarismo: «secondo la dottrina utilitarista, è desiderabile come fine la felicità e nient’altro che la felicità; tutte le altre cose sono desiderabili soltanto come mezzi per quel fine». L’unica prova che può dimostrare la desiderabilità della felicità è il fatto che le persone desiderano effettivamente la felicità.

 

Salvador Dalí, "Eco nostalgica" (1935)
Salvador Dalí, "Eco nostalgica" (1935)

 

Per spiegare meglio questo ragionamento Mill si rifà all’esperienza empirica: «l’unica prova che un oggetto sia visibile è che effettivamente lo si vede. L’unica prova che un suono sia udibile è che viene davvero udito dalla gente». Si potrebbe riformulare la prima parte della prova in questo modo: l’unica prova che la felicità sia desiderabile è che effettivamente la si desidera

 

La felicità è un bene da desiderare perché tutti la desiderano. Si può dire che qualcosa esiste nella realtà empirica solo percependo quella cosa. La percezione dell’empirico coincide con la fattualità di quest’ultimo: è questa la prova dell’esperienza usata da Mill nella sua prova.

 

Questa prima parte della prova è stata accusata da molti filosofi. Lasciando da parte queste obiezioni, mi limiterò ad evidenziare la contraddizione più evidente. Mill identifica il concetto di desiderato con quello di desiderabile. Questa identificazione non viene dimostrata da Mill, ma viene semplicemente data per presupposta.

 

La seconda parte della prova consiste nel passaggio dalla felicità individuale a quella generale. Finora la prova ha mostrato come la felicità individuale sia un bene, ora Mill si appresta a dimostrare che la felicità generale è ugualmente desiderabile. 

 

Questo secondo passaggio della prova è esposto da Mill in questo modo: «la felicità di una persona è un bene per quella persona, e quindi la felicità generale è un bene per l’insieme di tutte le persone». Se la felicità individuale è un bene per quella persona, allo stesso modo la felicità della comunità sarà un bene per i membri della società. 

 

In questo ragionamento dobbiamo considerare il concetto di felicità come un valore morale. La felicità individuale di Mill non rientra nel sistema dell’edonismo egoistico. La felicità individuale di cui parla Mill è differente dal concetto di felicità che usa il senso comune

 

Quando le norme morali tradizionali si riferiscono alla felicità individuale, il significato si avvicina all’edonismo egoistico, più che all’utilitarismo. Nell’utilitarismo la felicità generale è uno scopo da realizzare, al contrario l’egoismo ha come unico scopo il piacere personale

 

Salvador Dalí, "Adolescenza" (1941)
Salvador Dalí, "Adolescenza" (1941)

 

Alla luce di queste precisazioni la seconda parte dell’argomento di Mill sembra più chiaro. Se la felicità individuale utilitaristica è imparziale e universalizzabile, allora è possibile il passaggio alla felicità generale.

 

Questa seconda parte della prova non è contraddittoria. A Mill può essere però imputata un’eccessiva concisione. Il passaggio dalla felicità individuale a quella generale occupa lo spazio di una riga. Le precisazioni che abbiamo fatto non vengono esplicitate da Mill.  

 

Fino ad ora la prova di Mill ha mostrato, senza successo, come la felicità generale sia una legge della moralità. L’ultima parte della prova cercherà di mostrare come la felicità della comunità sia l’unico criterio della moralità

 

A prima vista questa affermazione sembra falsa: «è un dato tangibile che la gente desidera in realtà delle cose che nel linguaggio comune sono decisamente distinte dalla felicità». Alcuni esempi di cose desiderate dal senso comune che non siano la felicità sono la virtù e l’assenza di vizi. 

 

Queste cose sono desiderate come fini in se stessi, anche se in realtà sono solamente dei mezzi per raggiungere la felicità. Prendiamo l’esempio dell’attrazione per la fama e il denaro. Questi mezzi, che originariamente sono solo mezzi, finiscono per diventare fini. L’essere umano perde di vista il fine che vuole conseguire (felicità) e comincia a desiderare i mezzi come se fossero fini

 

La forza dell’abitudine è la causa da cui deriva questa sostituzione dei mezzi con i fini. «Molte cose per noi indifferenti, che in origine facevamo per qualche motivo, continuiamo poi a farle per abitudine»

 

Indipendentemente da quello che il senso comune sostiene, la verità è che lo scopo delle azioni morali è sempre e solo la felicità. Ritornando alla virtù, Mill sostiene che essa è una parte del fine. I mezzi come la virtù, la musica, l’assenza di dolore, possono diventare una parte del fine se questa considerazione può aiutare l’essere umano a raggiungere più facilmente la felicità.

 

La felicità è l’unico fine della moralità, i mezzi diventano parte dello scopo solo se questa considerazione avvantaggia la psicologia dell’essere umano, nel raggiungimento della felicità. La virtù è un fine in se stesso, solamente perché l’individuo è avvantaggiato a vederla come tale.

 

Anche quest’ultima parte della prova è contraddittoria. Se Mill non ha dimostrato le prime due parti della prova, la conclusione a cui arriva sarà anch’essa non provata

 

19 agosto 2020