Il linguaggio violento con cui comunichiamo

 

Il confronto, sui social network o nella realtà, diventa uno scontro verbale per determinare chi è più forte a parole, al di là della veridicità o meno della tesi che si sta esprimendo.

 

Salvador Dalì, "La tentazione di Sant'Antonio" (1946)
Salvador Dalì, "La tentazione di Sant'Antonio" (1946)

 

Il linguaggio dello spaccone è una delle caratteristiche che appartengono alla società in cui viviamo, questo è quello che scrive Adorno nel suo libro Teoria della Halbbildung.

 

Non è come si potrebbe pensare un atteggiamento isolato, riservato a poche persone relegate ai margini della società: l’aggressività verbale è il mezzo di comunicazione che negli ultimi tempi veicola la maggior parte dei discorsi che facciamo.

 

Basta fare un giro su Facebook per notare la cattiveria dei commenti che le persone scrivono, magari in risposta ad un articolo di politica. 

 

L’argomento politico, in particolare, mette in evidenza il linguaggio dello spaccone, proprio perché anche i politici stessi sono soliti utilizzarlo. La decadenza del significato della parola politica emerge appunto dalla presunzione che non serva proporre qualcosa di sensato alla comunità per essere eletti, ma sia invece necessario esprimersi nel modo più aggressivo e convincente possibile.

 

I demagoghi la fanno da padrone e la retorica va a prendere lo spazio dell’elaborazione  delle proposte per migliorare il Paese. Meglio esporre una serie di parole vuote che rimandano a concetti illusori, che mostrare un progetto che richiede l’attenzione degli interlocutori.

 

 

 

 

 

 

« Stiamo attenti, dunque, amico mio, che il sofista non abbia a ingannarci lodando la sua merce come i venditori del nutrimento del corpo, i commercianti all’ingrosso e i bottegai. Costoro, in effetti, lodano, vendendole, tutte le vettovaglie che portano sul mercato, ma sei poi facciano bene o male al corpo, né loro né quelli che da loro le comprano lo sanno. » (Platone, Protagora)

 

 

L’importanza che assume la campagna elettorale è qualcosa che abbiamo tutti davanti agli occhi. Lo spettacolo  che offrono i politici nell’offrire mirabolanti soluzioni di fronte ai problemi più complessi è qualcosa di grottesco.

 

Si sente spesso dire che siamo sempre in campagna elettorale, ma non è una scelta dei vari partiti, è semplicemente l’essenza della politica di oggi: l’unico obiettivo da perseguire è quello di rimanere al potere il maggior numero di giorni possibile, e i toni forti e il non-confronto sono i migliori modi per farlo.

 

Già è difficile ideare e mettere in pratica un miglioramento del Paese di per sé, pensare di farlo, passando la maggior parte del tempo  decidendo quale slogan inventare o quale offesa fare alla forza politica avversaria, è impossibile.

 

Fintanto che non si capisce la difficoltà del fare politica, chi va al potere potrà solamente fare  danni.

 

Dal momento che quello che si esprime non ha più pretesa di valore si torna inevitabilmente alla legge del più forte: quanto più mostri la tua possibilità di commettere violenza tanto più la tua proposizione è vera.

 

Il confronto, sui social network o nella realtà, diventa uno scontro verbale per determinare chi è più forte a parole, al di là della veridicità o meno della tesi che si sta esprimendo

 

Le infinite analisi dei giornalisti, che hanno lo scopo di spiegare la scelta dei così detti “uomini forti” da parte dell’elettorato, potrebbero ridursi alla constatazione della mancanza di valori insita nella società postmoderna. Di fronte alla rinuncia di poter trovare dei valori non si può far altro che tornare alla violenza, se non ancora fisica, quantomeno verbale.

 

Non è da escludere che la violenza verbale preannunci anche però una violenza fisica; se è giustificata qualsiasi tipo di sopraffazione lo sarà per esempio anche la guerra.

 

Salvador Dalì, "Reminiscenza archeologica dell'Angelus di Millet" (1935)
Salvador Dalì, "Reminiscenza archeologica dell'Angelus di Millet" (1935)

 

In questi processi, in cui la violenza viene elevata a valore da perseguire, coloro che criticano questa posizione vengono visti  solamente come elementi estranei da eliminare. Il confronto, che veicola il miglioramento della società, viene bloccato sul nascere dall’affermazione della legge del più forte.

 

Chi esprime delle critiche alle categorie usate dalla società viene attaccato attraverso la violenza verbale descritta sopra. La difficoltà di modificare lo status quo va a scontrarsi con questi tipi di reazione violenta.

 

Questa pretesa di avere la verità in mano, da parte dei violenti, deriva dall’idea che al giorno d’oggi si possa essere al corrente di tutto. Parlare di tutto non sapendo niente: questa è la frase che riassume l’essenza della società postmoderna

 

Conversazioni che cominciano e si spengono senza aver lasciato traccia, poiché non tentano di entrare nel cuore dell’oggetto del confronto. La superficialità dei discorsi è vista come un marchio di conformismo, quindi di qualità.

 

« Tutti possono partecipare alla conversazione e tutti sono inclusi, ma soltanto nei termini di una conformazione, non in quelli di un’autonomia e di una libertà che prosperano nella relazione con l’oggetto. » (Adorno, Teoria della Halbbildung)

 

Il discorso non impegnato, oltre a dare la possibilità di sentirsi accettati dalla società, dà l’illusione di conoscere e di poter parlare di tutto.

 

« La chiacchiera è la possibilità di comprendere tutto senza alcuna appropriazione preliminare della cosa da comprendere. La chiacchiera garantisce già in partenza dal pericolo di fallire in questa appropriazione. La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, per la quale non esiste più nulla di inaccessibile. » (Martin Heidegger, Essere e tempo)

 

 

Questa esaltazione della superficialità si può osservare nel modo in cui la tradizione viene trattata per esempio nelle scuole. Durante la propria educazione i classici vengono visti come relitti di un’epoca passata, che non hanno valore al di fuori del voto che il loro studio ci procurerà.

 

« L’esperienza, e cioè la continuità della coscienza, in cui perdura ciò che non è più presente, in cui l’esercizio e l’associazione creano, nel singolo, la tradizione, viene sostituita dall’informazione puntuale, slegata, sostituibile ed effimera, per cui si può già osservare che nel momento successivo è cancellata da altre informazioni. » (Adorno, Teoria della Halbbildung)

 

Non che sia giusto presupporre l’importanza dei classici, ma nemmeno relegarli solamente a ricordi di un passato lontano che non ha niente a che fare con ciò che è attuale.

 

Interrogarsi sull’utilità o meno della tradizione sarebbe un passo nella direzione della riacquisizione di quel pensiero critico che sembra oramai scomparso.

 

11 febbraio 2019