La scuola che non forma

 

Indipendentemente dal livello di maturità che il discente sviluppa, l’insegnamento ricevuto viene sempre visto come qualcosa di esterno: come un semplice mezzo che non ha nessuna importanza al di fuori dello scopo a cui ci fa pervenire.

 

Ivan Ajvazovskij, "Poeti dell'antica Grecia in riva al mare in una notte di luna piena" (1886)
Ivan Ajvazovskij, "Poeti dell'antica Grecia in riva al mare in una notte di luna piena" (1886)

 

Quante ore ognuno di noi ha passato ad ascoltare le interminabili lezioni degli insegnanti, durante tutto il nostro percorso scolastico? Quanto di quel tempo speso a stare in classe riteniamo sia veramente stato utile e non uno spreco di tempo? Quante volte si è usciti da scuola, dopo il suono della campanella, sollevati di non dover ascoltare più le spiegazioni degli insegnanti?

 

Queste sono alcune domande che mettono in evidenza il fallimento del sistema di insegnamento scolastico. Le risposte alle domande sopra sono banali; eppure sembra che nessuno, preso atto del problema presente nel metodo di insegnamento, sia in grado di trovare una soluzione a questo problema.

 

Di fronte all’enorme mole di sondaggi, studi e articoli pedagogici sembra impossibile come non si riesca ad eliminare il problema dell’insoddisfazione degli studenti nei confronti della scuola. Il fatto di vedere la scuola, e l’apprendimento in generale, come qualcosa di esterno da parte degli studenti è ritenuto come qualcosa di normale, come una categoria della scuola.

 

È proprio per il fatto che la scuola viene vista come qualcosa di imposto, che nessuno si interroga più sulla frattura che intercorre, e che sembra ormai insanabile, tra la scuola e i discenti. 

Una dimostrazione dell’estraneità dell’insegnamento può essere data a tutti dalla propria esperienza personale. La scuola viene vista sin da giovani come un obbligo da adempiere.

 

Più avanti gli studi vengono infatti visti come un passaggio obbligato al fine di ottenere le certificazioni che il mondo del lavoro richiede. Indipendentemente dal livello di maturità che lo studente sviluppa, l’insegnamento ricevuto viene sempre visto come qualcosa di esterno: come un semplice mezzo che non ha nessuna importanza al di fuori dello scopo a cui ci fa pervenire. Il fatto che le ragioni esteriori per cui studiamo cambino non sta a significare che la sostanza del pensiero cambi.

 

Johan Jongkind, "Marinaio vicino ad un mulino al tramonto" (1859)
Johan Jongkind, "Marinaio vicino ad un mulino al tramonto" (1859)

 

Un ulteriore problema di vedere la propria istruzione soltanto come un mezzo è quello dell’abbandono della propria formazione alla fine del proprio percorso scolastico. Quante persone smettono di leggere libri o di istruirsi, dopo aver ottenuto il pezzo di carta che dà loro accesso al lavoro a cui aspirano?

 

La formazione, per essere ritenuta tale, deve anche giustificare i metodi e le nozioni che essa impartisce. Non si può ritenere la scuola come qualcosa di necessario a priori, senza indagare il motivo per cui essa è indispensabile per l’individuo. Così come un uomo deve dare le ragioni delle proprie azioni, allo stesso modo la scuola deve mostrare la propria necessità.

 

Quando qualcosa viene visto come esterno, esso non può cambiare la persona quanto potrebbe farlo se fosse visto come qualcosa di interno. Sentire la scuola come esterna è il giudizio che condanna la formazione degli studenti a mera memorizzazione di contenuti. Contenuti che però hanno solo l’apparenza di contenere effettivamente qualcosa, poiché in realtà hanno solamente la forma della conoscenza.

 

La conoscenza può essere effettivamente tale, soltanto se modifica quello che siamo, se migliora la nostra persona e ci aiuta a diminuire le contraddizioni del nostro vivere. Se una lezione scolastica non ci fa riflettere — e non cambia il nostro modo di vedere le cose, mettendo in discussione quello che siamo — , tanto vale non seguirla, poiché l’insegnamento appreso non sarà utile, anzi sarà stato inutile poiché ci avrà fatto soltanto perdere tempo.

 

La mentalità che vede le nozioni come qualcosa che possa essere insegnato e fatto proprio dagli alunni in modo esterno è la stessa mentalità tecno-scientifica che vede nel progresso materiale l’unico avanzamento tangibile e quindi reale. Così come le materie cosiddette letterarie sono considerate inutili dal pensiero tecno-scientifico, allo stesso modo la parte dell’insegnamento che forma lo spirito dei discenti viene ritenuta trascurabile.

 

Un insegnamento è valido quanto più è specializzato e particolare: questo è il fondamento della scuola odierna. La formazione scolastica dovrebbe invece mostrare i concetti fondamentali comuni a tutte le discipline; solo così l'insegnamento potrà essere veramente una guida per gli studenti.

 

 

 

 

« Il tentativo di separare ogni cosa da ogni altra, caro mio, oltre che inappropriato, è soprattutto tipico di chi sia assolutamente estraneo alle Muse e alla filosofia. […] Sciogliere ogni cosa da tutte le altre è la forma più compiuta di soppressione di qualunque discorso, giacché il discorso lo abbiamo ottenuto attraverso l’intreccio reciproco tra le forme. » (Platone, Sofista)

 

 

Come si può pensare che qualcuno possa essere formato, se lo si imbottisce di conoscenze estrinseche, senza mostrargli uno scopo intrinseco al suo agire, senza guidarlo alla ricerca di un fine che giustifichi tutti i suoi sforzi scolastici?

 

La scuola deve essere un luogo in cui chi ha una maggiore capacità di affrontare i problemi della vita in generale, ossia l’insegnante, guidi il discente attraverso un percorso condiviso che miri ad eliminare quante più contraddizioni possibili nel vivere di entrambi. 

 

Così come lo studente deve essere coinvolto nel processo di formazione, allo stesso modo anche l’insegnante deve formarsi attraverso il rapporto che ha con i propri studenti: questo perché la mancanza di coinvolgimento da parte dell’insegnante sfocerà sicuramente in una perdita di interesse nel trasmettere le conoscenze.

Una conoscenza per essere trasmessa deve infatti mettere in discussione entrambe le parti: chi la espone e chi la riceve. Non può esistere il caso in cui l’insegnante riesca a insegnare agli studenti qualcosa, non mostrando le ragioni che l’hanno convinto a ritenere quella cosa come vera. In altre parole: non c’è differenza tra esporre una nozione e dare le ragioni di quella nozione.

 

René Magritte, "L'impero delle luci" (1954)
René Magritte, "L'impero delle luci" (1954)

 

Per insegnare veramente qualcosa l’unica possibilità che si ha è quella di dimostrare il motivo di quella cosa; soltanto quando chi apprende capirà le ragioni esposte dall’insegnante si potrà dire che lo studente ha veramente imparato, e l’insegnante ha educato.

 

Il confronto e la conoscenza prendono vita proprio in questa attività che coinvolge entrambe le parti; la verità si esplicita solo attraverso il processo che porta all’accordo tra i due contendenti. Se l’insegnante non mostra il significato sostanziale della conoscenza che vuole trasmettere, lo studente acquisirà soltanto una conoscenza esteriore che si limiterà a riprodurre i suoni che l’insegnante proferisce. 

 

« È certo che, per il momento, tu e io non condividiamo a proposito del sofista che il nome, mentre della pratica di cui diamo il nome di “sofistica” ciascuno di noi due avrà forse una sua idea; in ogni ambito bisogna invece mettersi sempre d’accordo sulla cosa stessa discutendone, piuttosto che sul nome soltanto senza discuterne. » (Ivi)

 

29 ottobre 2018