L’agire filosofico tra Socrate e i cinici

 

Ogni azione che facciamo pecca del fatto che non conosciamo tutte le relazioni che quella cosa implica; anche essere inerti è quindi qualcosa da non poter seguire, proprio perché la decisione stessa di non agire pretende di esaurire tutte le relazioni insite nella realtà.

 

di Giacomo Lovison

 

Carl Gustav Carus, "Veduta di Dresda"(c. 1822)
Carl Gustav Carus, "Veduta di Dresda"(c. 1822)

 

Come comportarsi di fronte alla mancanza di valori incarnati dalla società postmoderna che percepiamo? Come esprimere il proprio disagio di fronte a questa realtà che non ci soddisfa? Come aiutare chi non ha ancora capito le contraddizioni che riusciamo a vedere?

 

Da sempre gli intellettuali si sono scontrati sui modi di esprimere le contraddizioni insite nella società in cui vivevano. Le biografie di filosofi, letterati e intellettuali in generale sono spesso attraversate da questo conflitto interno: da una parte la volontà di agire di fronte ai problemi della propria epoca, dall’altra l’impossibilità di capire il metodo più efficace per esprimere la propria scoperta.

 

Mettere in pratica ciò che si è pensato è infatti la parte più difficile del proprio progetto, non perché il pensiero sia diverso dalla pratica, ma proprio perché nell'empirico tutte le astrazioni che il pensiero fa vengono meno. 

Quante volte ci è capitato di non riuscire ad attuare un determinato piano fatto a tavolino? Quante volte quello che avevamo pensato fosse in un determinato modo si è poi rilevato diverso nella realtà? 

 

La differenza tra il pensiero e la pratica non può essere presa come causa dell’inefficacia delle proprie azioni; un pensiero solido non dovrebbe venir bloccato dalla realtà con cui si va a confrontare, anzi proprio perché è così forte dovrebbe avere la capacità di superare gli imprevisti che i dettagli non pensati portano.

 

Il non poter tener conto di tutte le relazioni presenti nella realtà non giustifica nemmeno l’inattivismo di fronte alle contraddizioni che si riscontrano nella propria vita. Ogni azione che facciamo pecca del fatto che non conosciamo tutte le relazioni che quella cosa implica; anche essere inerti è quindi qualcosa da non poter seguire, proprio perché la decisione stessa di non agire pretende di esaurire tutte le relazioni insite nella realtà. 

 

Un famoso esempio dell’agire finalizzato a smascherare le contraddizioni della propria epoca può essere quello di Socrate. Un'esistenza passata a confrontarsi con i suoi concittadini ateniesi sui concetti che venivano dati per scontati nella polis, mostrando la fallacia di tutti i concetti che sorreggevano l’agire dei propri concittadini.

Una vita devota a questo scopo fino alla propria morte, quando invece di scappare o salvarsi dalla pena capitale, rimane coerente con se stesso e con la propria vita. La condanna a morte come luogo in cui mostrare una volta di più l’importanza della virtù spirituale nei confronti di quella materiale.

 

 

 

« Ma a voi che mi avete condannato voglio fare una predizione […] Oggi voi avete fatto questo nella speranza che vi sareste pur liberati dal dover rendere conto della vostra vita; e invece vi succederà tutto il contrario: io ve lo predìco. […] Che se pensate, uccidendo uomini, di impedire ad alcuno che vi faccia onta del vostro vivere non retto, voi non pensate bene. No, non è questo il modo di liberarsi da costoro; e non è affatto possibile né bello; bensì c’è un altro modo, bellissimo e facilissimo, non tagliare altrui la parola, ma piuttosto adoprarsi per essere sempre più virtuosi e migliori. » (Platone, Critone)

 

 

Mostrare anche nell’ultimo scampolo di vita le contraddizioni della propria società: è questo l’altissimo livello di Socrate di fronte alla realtà che gli si presenta davanti. Invece di rimanere inattivo in Atene passa tutta la sua vita a mostrare l’ignoranza degli ateniesi. E nel momento in cui viene condannato a morte, non cambia il proprio pensiero di una vita al fine di giustificare la propria evasione: rimane coerente con se stesso e preferisce morire non contraddicendosi, che vivere andando contro tutto quello che aveva predicato fino a quel momento.

 

Ispirarci alle vite degli intellettuali per avere delle guide che possano indicarci la strada. Un po’ come facevano i cinici che platealmente mostravano alla polis, attraverso il proprio vivere, le contraddizioni che quella società incarnava. La vita cinica antica come esempio dell’indifferenza tra teoria e pratica.

 

« Il coraggio cinico della verità consiste in questo: riuscire a far sì che gli uomini condannino, respingano, disprezzino, insultino la manifestazione stessa di ciò che essi ammettono, o pretendono di ammettere, sul terreno dei principi. » (Michel Foucault, Il coraggio della verità)

 

Guardare indietro ai nostri predecessori — vedendo quello che hanno fatto per migliorare la realtà in cui viviamo — ci deve dare la spinta per mettere da parte l’idea che sia meglio l’inattività all’attività. È anche a questo che serve confrontarsi con il rapporto tenuto dai pensatori con il proprio tempo: ci spinge a non adagiarci su una realtà che troviamo insoddisfacente e immodificabile, ma anzi attraverso l’esempio ci mostra quello che in astratto non sembra realizzabile.

 

Facendo nostra la definizione data da Nicolás Gómez Dávila di cinico:

 

« Chiamiamo cinici coloro i quali fanno coscientemente e senza inganno ciò che gli altri fanno in piena incoscienza. » (Notas)

 

Matthieu Lespagnandelle, "Diogene" (1688)
Matthieu Lespagnandelle, "Diogene" (1688)

 

Possiamo vedere come le azioni storiche possano essere trasposte nella realtà odierna, se si trovano i fondamenti che le hanno guidate. 

 

Non dobbiamo fare nostro qualsiasi dettaglio contingente storico e tentarlo di riproporre nella nostra realtà. Dobbiamo invece prendere i valori immutabili che le azioni del passato trasmettono: solo così l’azione potrà essere significativa, e non un ammasso di contingenze senza senso.

Un altro motivo per cui è giusto capire le azioni dei nostri predecessori è quello di capire da dove veniamo. È necessario avere un’idea della realtà che sia la meno frammentata possibile, per non rischiare di vanificare il lavoro fatto finora.

 

Se chiunque infatti avesse pensato quello che la maggior parte di noi pensa oggigiorno — ossia che non ha senso agire — non si sarebbe progrediti quanto lo si è fatto. È come chi non si pone mai un obiettivo a lungo termine poiché il raggiungimento di quest’ultimo sembra troppo distante.  Se invece si avesse coscienza dell’enormità del processo fatto sin qui, nessuno si spaventerebbe di fronte alla distanza di un obiettivo.

 

Questi sono solo alcuni esempi della dimenticanza del senso vero delle cose: qualsiasi cosa viene reputata di valore solamente se porta un valore materiale immediato; le cose che si raggiungono dopo un processo, al contrario, non vengono più viste come significative. Bisogna invece, per quanto possibile, tentare di equiparare il processo al fine: solo così si avrà la certezza che quello che si fa ha una giustificazione che va al di là della parvenza data dall’immediatezza.

 

J.M.W. Turner, "Il mercato del pesce a Hastings Beach" (1810)
J.M.W. Turner, "Il mercato del pesce a Hastings Beach" (1810)

 

Dobbiamo tornare ad agire proprio perché l’inattività è una delle categorie fondamentali dell’epoca postmoderna. Quando prima il problema era capire chi aveva più ragione tra i vari portatori di una verità, ora il problema è quello di agire di fronte ad una società che ha fatto del non-agire, e del non-pensare, il proprio mantra.

 

3 dicembre 2018