Ancora contro l'elitismo

 

Questo articolo, che vuole essere un seguito dell’articolo di Valentina Gaspardo Contro l’elitismo, si propone di evidenziare le maggiori contraddizioni teoriche dell’approccio elitista e di suggerire una prospettiva differente.

 

J. F. De Trois, "La lettura di Molière" (1730)
J. F. De Trois, "La lettura di Molière" (1730)

 

« Auctoritas, non veritas facit legem. » (Thomas Hobbes, Il Leviatano)

 

Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro dell’elitismo. Si tratta della proposta di un graduale ed entusiasta allontanamento dalla politica, che suggerisce di lasciare queste complesse questioni a dei “tecnici” che agiscano indisturbati, senza quelle seccature a cui dà luogo il dover rispondere ogni giorno a un Parlamento, o addirittura ad un popolo sovrano. Questa nuova ideologia suggerisce un annichilamento della sovranità popolare, da perseguire con il tesserino di voto o con altre misure volte all’auspicata abolizione del suffragio universale, o semplicemente svuotando di potere quelle stanze che dipendono dalla barbara pratica del voto. I settori sociali in cui questa ideologia prende piede sono i ceti medi, o almeno quella parte qualificata del ceto medio. Altri contenuti di questa corrente di pensiero sono difficili a dirsi, in quanto è difficile riconoscerne l’adesione. Tuttavia, possiamo azzardarci a dire che i nostri “elitisti” sono generalmente europeisti, moderati, liberali. Spesso e volentieri non si occupano di definire precisamente le loro idee, principalmente ciò per due motivi: 

 

1. In realtà le loro idee hanno un motore profondamente irrazionale, un malcelato disprezzo quasi oraziano per il profanum vulgus, motivato da una presunta superiorità intellettuale che, purtroppo, è molto diffusa anche tra i giovani universitari. 

2. Perché la posizione elitista ha in sé il germe dell’ignoranza volontaria. Chi desidera che gli “affari pubblici” siano delegati agli esperti si sente legittimato a saperne poco: la condizione di ignavia è giustificata, è addirittura agognata. 

 

Tuttavia, possiamo individuare un punto sul quale concorderebbe ogni elitista o quasi: l’abbandono della condizione di sovranità popolare e della democrazia come la conosciamo è nell’interesse di tutti, anche di chi finirebbe con l’essere escluso dal corpo politico attivo. I più, la moltitudine, gli ignoranti, insomma il popolaccio finirebbe per danneggiare se stesso, se lasciato con troppi poteri in mano, come un bambino con un oggetto pericoloso. È dunque nell’interesse proprio di quel popolaccio che bisogna lasciare lo Stato ai “migliori”, a coloro che sanno riconoscere e perseguire il Bene Comune, il Bene di Tutti, anche di quella massa di cui sopra. Questo concetto sembra essere la chiave di volta che rende l’elitismo possibile e, soprattutto, accettabile, conferendogli un volto umano, assistenziale, paterno. Proviamo dunque ad esaminarlo da vicino.

 

Il Bene, ci insegna Aristotele, è ciò a cui ogni cosa tende. Ognuno persegue ciò che crede sia bene e anche quando sbagliamo lo facciamo per errore, non perché volevamo compiere ciò che credevamo fosse male. Ora, prendiamo come oggetto della nostra indagine non il “Bene” ma quel “ogni cosa”. Prima di definire il Bene, è necessario definire il soggetto in relazione al quale tale Bene è Bene. In senso politico, il soggetto di riferimento è il soggetto statale-nazionale, istituzionalizzazione del Popolo. Quando nasce e com’è fatto questo Popolo? Il Popolo, per come lo conosciamo adesso, nasce con l’Illuminismo, e ha come presupposto la reinterpretazione ontologica che l’Illuminismo stesso ha dato, in continuità con quel grande processo che è la Modernità, dell’Uomo. Gli Illuministi francesi nascono e si formano in un contesto che, come praticamente tutti sanno, poneva una differenza ontologica incolmabile tra nobili e plebe. I governanti erano letteralmente nati per governare. Ci sono stati tanti tentativi di giustificazione di questo privilegio, quasi tutti legati alla religione. Una teoria emblematica è quella di Robert Filmer, che vede i regnanti come appartenenti alla stirpe di Adamo, per cui il loro potere sarebbe una diretta eredità del potere paterno di quest’ultimo. Generalmente, l’idea era che Dio avesse voluto riprodurre sulla Terra l’ordine monarchico celeste, per cui ad alcuni era “affidato” il compito di governare, e costoro non rispondevano a nessuno all’infuori di Dio stesso. In ogni caso, ciò che ci interessa è l’operazione filosofica attuata dagli Illuministi e il risultato a cui sono pervenuti. Ciò che quei filosofi hanno compiuto è stata un’operazione di sottrazione, nel senso di sottrarre all’uomo storico, contemporaneo, tutti gli aspetti che gli derivano dalla propria collocazione in un contesto, provando a giungere, invece, all’uomo naturale. La conclusione a cui sono giunti è che in Natura non esiste alcun motivo di disuguaglianza: gli uomini sono creati uguali. L’uguaglianza formale degli uomini è forse il più grande lascito dell’Illuminismo e ridefinisce indelebilmente il soggetto politico di riferimento dei moti politici che si ispiravano, più o meno direttamente, all’Illuminismo: il Popolo diventa l’intero corpus dei cittadini, indipendentemente da differenze di religione, opinione politica, estrazione sociale, ecc. Ovviamente non pretendiamo di ricostruire in questa sede un processo estremamente complesso, sia dal punto di vista storico che filosofico: non ne abbiamo il tempo e neppure l’intenzione, in quanto questo breve excursus serve solo ad assicurarsi che alcuni concetti di base siano chiari a tutti i lettori. Il concetto da tenere bene in mente è questo: con le Rivoluzioni illuministe-borghesi e con il successivo riformismo liberale, il processo di emancipazione dell’uomo sembra giunto al termine, col risultato dell’uguaglianza civile e politica. 

 

C. G. Lemmonier, "Il salotto di madame Geoffrin" (1755)
C. G. Lemmonier, "Il salotto di madame Geoffrin" (1755)

 

Torniamo ora al nostro discorso: il concetto di uguaglianza a livello civile e politico è strettamente legato al mito dell'unità d’interessi della società egualitaria. Questa nuova condizione, che trova nel concetto dell’uguaglianza ontologica il collante della collettività, senz’altro influenza il modo in cui il soggetto si concepisce. Attuando un’operazione riduzionistica per cui l’unica uguaglianza è quella formale, la società contemporanea nega la sua stessa pluralità, che è innanzitutto una pluralità d’interessi. Si potrebbe obiettare che esiste una contraddizione tra la struttura nazionale dello Stato moderno, che si rapporta necessariamente ad un’alterità organizzata, e le pretese egualitarie espresse nel presente testo; tuttavia, in realtà, l’unità territoriale è parte dello stesso problema, in quanto sposta la pluralità (di interessi) al di fuori del corpo sociale, mantenendo non solo l’unità interna, ma anche una coerenza formale: il soggetto politico è composto da una molteplicità di individui uguali, che si trovano ad essere italiani o francesi o europei e così via. L’universalismo si concretizza nell’unità territoriale, e dunque l’uguaglianza si concretizza proprio in quella monade amministrativa che sembrava negarla.

 

Una volta superato il possibile impasse teorico del nostro ragionamento, possiamo tornare alla nostra vexata quaestio: l’abbandono della sovranità popolare è davvero nell’interesse di tutti? No, perché quest’interesse di tutti è un errore di prospettiva, in quanto questi “tutti” non esistono. Siamo (comprensibilissimamente, s’intende) condizionati da quella lunga tradizione che ci fa concepire il corpo politico come un tutto unico. La questione nazionale è solo un alibi: essendo perfettamente coerente con la prospettiva universalista, non può ovviamente rendere conto della pluralità interna alla società, negata dal riduzionismo proprio esattamente di quella prospettiva. Il corpo amministrativo è la concretizzazione dell’ottica universalistica, non la sua confutazione. Si lascia dunque irrisolta una questione tanto banale quanto ignorata, proprio per il nostro difetto posturale: all’interno della società, realizzata nell’apparato istituzionale, siamo sicuri che tutti abbiano gli stessi interessi? Una domanda così semplice e ciononostante tendiamo a porcela poco. Innanzitutto se la pongono poco i nostri amici elitisti, altrimenti sarebbero già partiti alla ricerca di soluzioni teoriche nuove che ora come ora non ci pare di vedere: molto più facile far finta di nulla. Non ce la poniamo, poi, nemmeno noi, noi appartenenti a questo nostro plurale immaginario, noi non-elitisti: quante volte ci infervoriamo dibattendo su se una riforma o un provvedimento o un accadimento siano a vantaggio o a danno “degli italiani”? E quanti politici si scannano a colpi di dati per dimostrare che, in effetti, “il Paese” gioverebbe da questa o quest’altra manovra? Eppure appare così semplice: all’interno dello stesso corpo amministrativo coesistono interessi diversi, dunque evento x può fare male ad alcuni e bene ad altri. È quindi impossibile parlare nell’interesse di “tutti”, nonostante i nostri politici lo facciano quotidianamente e, fatto ancora più strano, noi li ascoltiamo e diamo loro credito a tal proposito. La banalità di questa nostra conclusione momentanea non deve stupirci: Hegel diceva che l’ovvio, proprio in quanto ovvio, non è conosciuto. Qui nasce il compito della filosofia: mettere in discussione ciò che riteniamo più ovvio, correggere i nostri errori di prospettiva, far emergere i nostri punti di vista come relativi. È anche il motivo per cui la filosofia ci sembra così astratta: per fare ciò che fa, la filosofia si deve allontanare dallo stato di cose attuale, a volte così tanto da sembrarci lontanissima, eterea, per cui finiamo col prenderla in giro. Eppure, il grande filosofo è proprio colui che sa allontanarsi il più possibile. Il grandissimo filosofo, d’altra parte, è colui che sa tornare indietro. 

 

Statua di Socrate
Statua di Socrate

 

A questo punto emerge una contraddizione: come si può parlare di una tecnica amministrativa unica, se l’interesse comune è un’illusione prospettica? In altri termini: come si può giustificare una “tecnocrazia”, intesa come un esercizio neutro del potere, sempre equilibrato e indirizzato dal dovere e mai, apparentemente, da precise volontà politiche, se il Bene Comune è privo, a quanto pare, del “Comune”? Semplice: non si giustifica. D’altronde questa conclusione dovrebbe essere scontata a prescindere da ogni ragionamento storico-culturale: le teorie e le scuole di pensiero politiche (ed economiche) sono tante, come si può pretendere che le decisioni siano prese in base a criteri quasi matematici, incontrovertibilmente corretti? La tecnica, anche se a questo punto è più corretto parlare del “mito” della tecnica, è solo un’espediente culturale per far passare l’interesse di alcuni come l’interesse di tutti. Anche se è un po’ avvilente, possiamo già immaginare l’obiezione che porrebbe un’elitista: quella di complottismo. Il complotto è, infatti, un’altra categoria cruciale dell’elitismo contemporaneo, che bolla come complottista ogni interpretazione del reale che provi a leggere gli interessi concreti dietro gli eventi. Il complottista, nella vulgata elitista, è sia chi crede che la Terra sia piatta che, per esempio, chi crede che le ricette imposte alla Grecia dalla Troika siano espressione dell’interesse dell’establishment finanziario, in particolare tedesco, e non la dura, ma giusta indicazione per “salvare” la Grecia stessa. La categoria elitista di “complottismo” semplicemente deriva dall’incapacità di rapportarsi con la categoria di “interesse”. La lotta che l’elitista intraprende, spesso dal suo profilo Facebook, è dunque contro tutti coloro che, magari anche qualunquisticamente, per carità, osino azzardare l’ipotesi che la classe politica difenda determinati interessi. Possiamo dunque assistere a mirabili crociate bandite contro la “Fragola 86” (per usare un personaggio concettuale di eco zaloniana) di turno, pericolosa nemica della democrazia e della pace sociale, che ha dato agli eventi una lettura del tipo su descritto. Nasce così la soddisfazione del “blast” (di cui si è parlato anche nell’articolo di cui questo è corollario), ossia il momento in cui un “complottista” viene zittito: trionfa la consapevolezza sull’ignoranza, il principio di realtà contro le fantasie del volgo. Principio di realtà che, però, regge sull’illusione puerilmente idealistica di una società perfettamente funzionale, che ha raggiunto la propria perfetta unità, il perfetto annichilimento degli interessi personali a favore della tecnica, della verità, un mondo in cui gli errori vengono commessi o quando quel popolaccio elegge i politici sbagliati o per sviste umane, in quanto la politica è ormai diventata, aristotelicamente, scienza del Bene Comune. Ironico, dunque, che quello elitista sia il medesimo approccio che si “appropria” del principio di realtà.

 

“In realtà”, la società è composta di interessi differenti e la politica è amministrazione di interessi. Lasciando gli elitisti ai loro deliri, potremmo chiederci cosa comporta il nostro “ritorno agli interessi” oltre ogni illusione di unitarietà. Come superare il problema degli interessi contrastanti, come realizzare praticamente la collettività? La risposta che vogliamo qui suggerire è che non c’è alcun bisogno di superare il problema degli interessi, perché è un non-problema. Anziché evitare il problema dell’interesse concreto o provare a superarlo abbandonandoci ad utopismi idealistici e potenzialmente totalitari, dobbiamo prenderlo di petto: non solo gli uomini hanno interessi concreti ineludibili, ma sono legittimati ad averli. Non vogliamo neppure qui proporre di unirci alla schiera che urla ai banchieri o ai grandi industriali (giusto per dire due categorie molto prese di mira) di essere “cattivi” (escludiamo i casi di violazione della legge): costoro perseguono i propri interessi e, come detto, dobbiamo semplicemente riprendere familiarità con il concetto di interesse. Riprendere familiarità con il concetto di interesse significa riconoscerne la piena legittimità teorica. Tendiamo quasi automaticamente (torna il problema dell’ovvietà) ad esaltare “la testa” contro “la pancia”, gli ideali contro gli interessi, ma quante volte la testa, magari proprio di persone coltissime, ha fabbricato idee che hanno portato a devastazioni e dolore? L’idea della medicalizzazione sociale, per cui più colto significa più vicino al giusto, non regge alla prova della Storia, e le idee non superano l’interesse concreto in quanto a legittimità.

 

Siamo dunque atomi epicurei, isolati e in movimento verso la nostra meta, condannati a scontrarci? Ancora una volta la risposta è no. Non dobbiamo contrapporre all’omologata collettività illuministica una giungla di ciechi egoismi: oltre che poco auspicabile, sarebbe poco realistico. Il realismo, infatti, contrariamente a ciò che potrebbe sembrare, è il giusto rimedio contro l’egocentrismo sociale a cui siamo giunti. È necessario comprendere di essere concretamente collocati in una società, per cui il legittimo perseguimento dei nostri interessi passa per una presa di coscienza della nostra posizione sociale. Immaginare la società come un enorme mercato, luogo neutro d’incontro tra soggetti atomizzati e razionali dichiaratamente intenti a realizzare i propri obiettivi, significa cadere in un rinnovato formalismo, per cui, alla fine del nostro percorso, non avremmo guadagnato nulla. È invece necessaria un’attività di autocomprensione del soggetto, che deve individuare il proprio posto nella società. Bisogna prendere consapevolezza del fatto che il perseguimento dei propri interessi passa per una piccola operazione di analisi individuale, presupposto di una grande operazione di organizzazione collettiva. Stiamo parlando, naturalmente, dello sviluppo di una coscienza di classe, prima individuale, poi collettiva. La coscienza di classe è l’indispensabile termine medio tramite il quale il singolo deve perseguire i propri legittimi interessi, divergenti da quelli di altri membri della medesima società.  Lo sviluppo di una coscienza di classe non significa, ovviamente, l’annichilimento dell’individuo, ma anzi è un passaggio necessario all’individuo stesso, innanzitutto come meccanismo di difesa, in quanto la presa di coscienza riguarda ogni settore sociale e chi rimane indietro subirà svantaggi sociali e individuali. Le forme più violente di oppressione di classe, com’è stato ad esempio lo schiavismo, sono fondamentalmente frutto dell’assenza pressoché totale di organizzazione sociale, il cui presupposto, come abbiamo detto, è la coscienza di classe. Solo concependo la società come luogo di costante confronto tra classi che legittimamente difendono i propri interessi, si può evitare l’illusione di un’omogeneità irrealistica, pur cogliendo la dimensione irrinunciabilmente plurale nella quale si deve svolgere la vita, sia pur individuale, di ogni cittadino. Allo stesso modo, una lucida teoria dello Stato non può essere contemporaneamente aristocratica e in buona fede, bensì deve necessariamente e primariamente porsi il problema della differente composizione sociale di una collettività. Ciò detto, ognuno sviluppi la propria.

 

P.S.: Siamo consapevoli del fatto che la fisionomia intellettuale dell’elitista sia qui iperbolica, quasi parodica, per cui ricordiamo che, anche se il grado di adesione ad una visione del mondo può essere differente, i tratti fondamentali di quest’ultima possono e devono essere astratti ed estremizzati per rendere possibile un confronto critico. Purtroppo, difficilmente il pensiero può rapportarsi con l’infinita varietà di sfumature del reale.

 

8 aprile 2020

 




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