L’ottimismo ovvero l’indispensabile presupposto per ogni bene

 

Checché se ne dica l’umanità, con tutte le difficoltà del caso, progredisce, non regredisce, non va verso il peggio, ma verso il meglio.

 

 

«Una volta si stava meglio, la gente era più buona»; «i ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre più poveri»; «ah, i ragazzi di oggi…, noi eravamo maturi»; ecc. Sono solo alcuni esempi di comunissime affermazioni che accompagnano la nostra vita, l’elenco, infatti, potrebbe essere molto più lungo, soprattutto se si prendesse qualsivoglia tematica “esistenziale” e la si accostasse all’espressione magica, e tanto cara ai più, “una volta”. Va da sé che tutte le affermazioni in questione potrebbero benissimo essere bollate come luoghi comuni e, di conseguenza, si potrebbe classificare la persona che ne fa uso come “qualunquista”. Eppure, un’analisi un po’ più accorta della genesi di tali affermazioni ci proietta in un ambito nettamente diverso da quello che apparentemente si presenta come “verità immediata”. Sebbene tali affermazioni siano così comuni da accompagnare le nostre vite, direttamente o indirettamente che sia, la loro origine può essere ricondotta a una particolare tendenza della mente umana o a un particolare errore in cui incorrono le nostre facoltà conoscitive: la rappresentazione dell’umanità come un qualcosa di assolutamente omogeneo e perfetto che nel corso del tempo tende a deteriorarsi, a corrompersi.

 

Di fatto, molto comunemente e, soprattutto, ingenuamente, si tende a pensare l’umanità come una sorta di sostanza unitaria, paradossale espressione di un tutto privo di parti, la quale, con il passare del tempo, è inevitabilmente soggetta a “fisiologici” processi di corruzione, proprio come avviene per il corpo umano. Si può affermare, quindi, che, da questo punto di vista, l’inconscio significato che si attribuisce al termine umanità è spesso quello di corpo: più si avverte il passare del tempo, più si considera l’umanità corrotta e prossima alla fine del proprio ciclo vitale. Il passato - mai cronologicamente databile -, così, è avvertito come “età dell’oro”, un oro del quale si è tanto narrato, ma che nessuno ha mai trovato. Il passaggio dall’ umanità alla società, alla comunità e perfino al mondo non solo è inconsciamente implicito, ma, troppo spesso, perfino consequenziale e, perciò, figlio della stessa dinamica: l’inconscio errore di considerare tutto “corpo”, in luogo di ciò che non lo è. Come detto, si tratta di un errore legato alle nostre facoltà conoscitive, che, come tale, è destinato a venire fuori, prestando maggiore attenzione al significato dei termini che usiamo e al rispetto delle regole logiche che caratterizzano il ragionamento corretto.

 

 

Per esempio, in questo tipo di errori, inevitabilmente, si finisce per utilizzare come sinonimi i termini di umanità, società, mondo e comunità, ecc attribuendogli un significato nettamente diverso dal loro vero significato, all’interno del giudizio di cui essi divengono i soggetti delle disamine (negative) più disparate. Umanità, società, comunità, mondo, in questo modo, finiscono per diventare sinonimi di corpo, con tutte le nefaste conseguenze del caso. Forzando un poco le cose, l’immagine che meglio rappresenta questa situazione potrebbe essere quella dello sfero di Empedocle o della sfera/essere di Parmenide, entrambi indiscutibili espressioni di perfezione. Posto l’inconscio riferimento al corpo, però, la corruzione, nel tempo, della materia che lo caratterizza accompagnerà indissolubilmente tutti i giudizi (meno attenti e identici) su umanità, società, comunità, mondo, ecc. Ecco che si palesa, da tale errore, quell’elemento che rende il contenuto di tali giudizi pressappoco identico: il pessimismo.

 

Più si va avanti, più il tempo passa, più ci si allontana dalla condizione di perfezione perduta, più l’umanità, la società, il mondo, la comunità (sempre termini utilizzati erroneamente come sinonimi), ecc. peggiorano, si corrompono e si deteriorano, proprio come accade nel caso del corpo umano. Il pessimismo, in questo tipo di giudizi, non solo è inevitabile, ma risponde perfettamente alle dinamiche di una rappresentazione errata, fungendo, per l’appunto, da filo conduttore di questa specie di affermazioni/errori. Per rendersi conto di tutto ciò, è sufficiente analizzare con maggiore attenzione le suddette affermazioni. Per esempio, la frase (celeberrima) «i ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre più poveri» è ingenuamente accettata e, pertanto, considerata incontrovertibilmente vera, in virtù di una visione pessimistica della vita, alla quale la realtà, necessariamente, deve adattarsi; una visione che spesso risponde a ragioni nettamente “diverse” rispetto alla realtà stessa, perché esclusivamente riconducibili, da un lato, alla situazione personale del soggetto che, incurante della verità effettuale, fa uso (e abuso) di tali proposizioni e, dall’altro, alla sua personalissima visione della vita, sovente determinata da successi, fallimenti, convinzioni, credenze e ideologie.

 

Ritornando alla celeberrima frase, per stabilire la veridicità della prima parte del contenuto, per esempio, occorrerebbe avere una conoscenza assoluta, se non “divina”, della storia che ci permettesse immediatamente di comparare le diverse disponibilità economiche, ossia le ricchezze degli uomini più ricchi della storia e il loro effettivo potere d’acquisto, nel corso del loro tempo e, soprattutto, in relazione al nostro tempo e, nello specifico, a una moneta attuale (dollaro, euro, sterlina, ecc.). Così, in altri termini, per stabilire se Zuckerberg effettivamente è più ricco di Song Shenzong, imperatore cinese del XI secolo, o di Cesare Augusto, famoso imperatore romano, o di Jacob II Fugger, ricchissimo banchiere tedesco, vissuto tra il XV e XVI secolo, dovremmo mettere, immediatamente, in relazione il loro patrimonio e il loro effettivo potere d’acquisto, rapportando, prima, e convertendo, poi, le loro ricchezze in dollari. Si tratta di un’operazione di estrema complessità, per la quale si richiede, come minimo, nell’immediato, una “mente divina” capace di cogliere e mettere insieme un notevole numero di dati e informazioni, che abbraccia, ovviamente, diversi secoli. La seconda parte dell’affermazione, alla luce della semplice analisi dei fatti, scevri da tutto ciò che è altro rispetto al fatto stesso, invece, è palesemente falsa: le condizioni di vita, grazie agli avanzamenti tecnologici, scientifici e sociali, nel corso della storia, tendono a migliorare, non a peggiorare. E ciò non può non investire anche la povertà: le scene descritte da Marx, per esempio, nella sua disamina del sistema capitalistico, o quelle descritte da Victor Hugo, nel suo capolavoro letterario, in nessun modo potrebbero adattarsi alla realtà e alla povertà odierne, relativamente alle stesse aree geografiche descritte dai due succitati autori.

 

Klimt, "l'Abbraccio"
Klimt, "l'Abbraccio"

 

Questo perché, nella natura umana, è insita la tendenza al perfezionamento e, conseguentemente, l’uomo, nel suo agire, tende sempre a trovare soluzioni a problemi, a migliorarsi e a perfezionarsi, migliorando anche le condizioni del proprio campo d’azione, soprattutto grazie al suo essere, da un lato, un “animale sociale” e, dall’altro, grazie al suo inscindibile ed essenziale legame con la téchne, che, contrariamente a ciò che troppo frettolosamente e pessimisticamente si è portati a pensare, non rappresenta un motivo di alienazione, bensì di disvelamento, ossia disvela e rivela la natura dell’uomo stesso; una natura caratterizzata da un incessabile “fare” che, in quanto tale, non può non risultare essenzialmente legata alla tecnica, proprio perché non può sussistere essere umano senza tecnica.

 

Checché se ne dica, infatti, l’umanità, con tutte le difficoltà del caso, progredisce, non regredisce, non va verso il peggio, ma verso il meglio. La realtà effettuale, pertanto, implica necessariamente una considerazione realistica dell’umanità, una considerazione per la quale inetti, imbecilli, stupidi, tromboni e malvagi sono da considerare elementi da sempre caratterizzanti l’umanità, e non elementi riconducibili al “catastrofico presente”. «Ogni epoca ha i suoi tromboni, così come ha i suoi bugiardi, i suoi furfanti, e ovviamente i suoi imbecilli» (Maurizio Ferraris, L’imbecillità è una cosa seria). La storia, nel suo complesso, è positiva, malgrado i nostri giudizi negativi e malgrado tutte le considerazioni pessimistiche, del proprio tempo, da parte di grandi filosofi e letterati (l’elenco, da questo punto di vista, potrebbe rivelarsi lunghissimo, quasi interminabile, e non risparmia alcun secolo). Il pessimismo, difatti, è l’elemento che caratterizza i giudizi più istintivi e meno accorti sul presente. Il presente, così, non può che essere vissuto negativamente, come tempo del degrado, del culmine della corruzione dell’umanità e della sua cultura, e corollario drammatico di tali considerazioni. Non c’è mai un buon rapporto con il presente, proprio perché non si riesce immediatamente a considerare l’umanità come un aggregato che coinvolge società, gruppi e, in ultima istanza, individui; né si riesce immediatamente a comprendere che in questo aggregato, quantitativamente parlando, il ruolo maggiore è stato, è e sarà sempre occupato da imbelli, imbecilli, stupidi, inetti e malvagi, ossia quelle masse “plaudenti e urlanti” che, come tali, nel rispetto del proprio ruolo, fanno sempre più rumore.

 

Maurizio Ferraris
Maurizio Ferraris

 

Il rifugio in un (inesistente) passato prospero e felice o la messianica attesa dell’avvento di un futuro radioso, che, facendo leva sul rivoluzionarismo di turno, spazzerà via tutte le ingiustizie del presente e porrà le basi per il paradiso in terra, rappresentano, allora, le reazioni più scontate a tutto ciò, ossia la mancanza di un approccio realistico al presente. Eppure la storia ci fornisce innumerevoli esempi di quanto, a dispetto delle apparenze e malgrado il pesante fardello dell’imbecillità, l’umanità tenda a progredire. Quello che, infine, si rende necessario per un sano e realistico approccio al presente è, e non può essere altrimenti, una prospettiva ottimistica. Tale prospettiva, infatti, si configura come indispensabile presupposto per ogni genere di bene, in quanto strettamente legata all’ampliamento delle possibilità; prerogativa, questa, essenzialmente esistenziale e umana, e non soggetta affatto ad alcun tipo di “inquinamento pessimistico”. Non a caso, non troppo tempo fa, qualcuno affermò: «Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino».

 

15 aprile 2020