Una lezione dal passato

 

Il sistema capitalistico è apparso molto più forte e, soprattutto, molto più “compatto” rispetto alle tanto teorizzate criticità di “naturale” appartenenza. Alla luce di ciò, occorre chiedersi se il passato sia in grado di fornire degli insegnamenti.

 

di Francesco Neri

 

Edward Hopper, "Hotel by a Railroad", 1952
Edward Hopper, "Hotel by a Railroad", 1952

 

È cosa assai visibile, in Occidente, che il vessillo del successo è il profitto: tanto maggiore è il profitto quanto maggiore è l’autorevolezza. Si tratta, infatti, di una sorta di ferreo principio che regge e plasma il mondo occidentale. La logica del capitale, così, sembra pervadere l’intera società, determinando una vera e propria società della disuguaglianza, in cui una esigua minoranza è detentrice della ricchezza mondiale, mentre la povertà coinvolge ampi strati della popolazione mondiale. L’utilità sociale, alla luce di tutto ciò, risulta essere un concetto pressappoco inutile, spazzato via dalle logiche del capitalismo e dal motto d’ordine: «Massimizzare il profitto!». Marx – con le dovute cautele del caso – in qualche modo, aveva predetto un simile epilogo nella sua monumentale disamina del sistema capitalistico. Ciononostante, la realtà essendo realtà si è disvelata diversamente da quanto teorizzato dal filosofo di Treviri e dai vari pensatori marxisti: il sistema capitalistico, difatti, è apparso molto più forte e, soprattutto, molto più “compatto” rispetto alle tanto teorizzate criticità di “naturale” appartenenza. Viceversa, quello che doveva essere una sorta di “vaccino” o “antidoto” al suddetto sistema, ossia i vari tentativi di ingegneria sociale, propri del Novecento, finalizzati alla costruzione di una società perfetta e perfettamente comunista, si è rivelato essere una vera e propria cura rivitalizzate del capitalismo. L’ingegneria sociale (utopica), da auspicata valida alternativa al sistema capitalistico, andando a infrangersi contro le barriere della realtà – che ripugna, per propria essenza, all’utopia – ha assunto il ruolo paradossale di prezioso alleato, finendo per rafforzare ulteriormente il sistema capitalistico stesso, in virtù di una sorta di competizione all’insegna del male minore.

 

Le radici di tale fallimento possono essere colte in alcuni capisaldi teorici del sistema marxiano e, per riflesso, in parte di quello marxista. L’aver, di fatto, attribuito un finalismo alla storia che cozza violentemente con la realtà della natura umana, senza aver minimamente tenuto in considerazione la complessità della stessa, ha finito per determinare inevitabilmente una sorta di “religione internazionale”, il cui oggetto di fede coincide con quel finalismo storico proprio della dottrina marxiana: l’instaurazione della società comunista, con la conseguente soppressione di tutte le ingiustizie e disuguaglianze che l’umanità ha conosciuto. Siamo, così, in un campo nettamente distante dalla politica reale e paradossalmente religioso che fa del “futuro terreno” l’aldilà ultraterreno, ossia che traspone nel futuro ciò che nelle religioni è comunemente rappresento da una dimensione soprasensibile; di qui lo sguardo fiducioso verso il cosiddetto sol dell’avvenire. Nietzsche, a tal proposito, parla di nuove “fedi” che, in quanto tali, mantengono significativamente aperta la porta sulla trascendenza, non più concepita e considerata come una dimensione sovrannaturale, bensì come dimensione umanamente futura. Il carattere precipuo di tali dottrine può essere individuato nella cieca fede nella natura umana: una considerazione ingenuamente ed eccessivamente benigna della suddetta natura che affonda le proprie radici nelle riflessioni di Rousseau e, soprattutto, nell’ateismo di Feuerbach. La contraddizione logica è dietro l’angolo: l’uomo ha il compito di redimere l’uomo dall’uomo, emendandolo di tutto ciò che è prettamente umano. Si delinea così l’instaurazione di una società perfetta per mano di colui che è naturalmente e strutturalmente imperfetto. Sarebbe un poco come erigere a principio logico la seguente equazione perfezione = somma delle imperfezioni. I goffi tentativi di forzare la mano (dimenticando i più basici principi logici, oltre che l’insegnamento di Marx stesso), pertanto, hanno partorito esperimenti sociali paradossalmente “teocratici”, la cui forza stava più nella “fede” e nella “spada” di chi li imponeva che nella piena e convinta adesione delle masse, oltre ai discutibilissimi esiti ottenuti. Nihil sub sole novum Qualcuno ci potrebbe vedere perfino una rivincita del maestro Hegel sui propri allievi.  

 

John Maynard Keynes (1883-1946)
John Maynard Keynes (1883-1946)

 

Nel frattempo, però, il sistema capitalistico ha rafforzato la propria morsa, fagocitando qualsiasi aspetto della società e demolendo sia le analisi marxiane/marxiste sia le tesi di quanti pretendevano di controllarlo, in virtù delle fallimentari alternative. Celebri, al riguardo, sono le parole dell’economista Keynes: «Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi» (Autosufficienza nazionale, 1933). La perplessità, di fatto, apre le porte dell’incertezza e, di conseguenza, spinge a una resa totale e incondizionata alle dinamiche capitaliste, sull’altare della ricerca illimitata del profitto. Certo, se si scartano le soluzioni utopistiche, risulta arduo trovare una concreta risposta alle perplessità di Keynes. Il capitalismo moderno, infatti, affonda le proprie radici nel liberismo economico e, più in generale, nelle dottrine partorite dall’Illuminismo. Storicamente parlando, infatti, l’Illuminismo segna la consacrazione di un nuovo protagonista sullo scenario europeo: la borghesia. L’autodeterminazione di tale protagonista si riflette sia sul campo sociale e politico sia su quello economico. Il termine libertà, ben presto, diviene sinonimo di “assenza di vincoli”, e in campo economico l’assenza di vincoli inevitabilmente cede il passo a quella ricerca del profitto che non conosce limiti, vera e propria essenza del sistema capitalistico. E su questo l’analisi di Marx è terribilmente lungimirante. Non ci si può aspettare risposte virtuose da ciò che è essenzialmente antitetico al vecchio concetto di virtù; e questo è il caso del sistema capitalistico, il cui apparato teorico non prevede affatto teoria alcuna (e come potrebbe?), bensì una strutturale assenza di dogmi, debitamente travestita da “libertà” e sbandierata come moderna conquista, necessaria, in realtà, a perpetuare il profitto di pochi.

 

La vecchia struttura – per utilizzare termini marxiani – è destinata a forgiare e plasmare la sovrastruttura e questo, inevitabilmente, oggigiorno si traduce in un moderno e schizofrenico nichilismo, un nichilismo che, insieme a relativismo, scientismo e a una concezione sempre più materialistica della vita pervade significativamente tutto l’Occidente. Tale nichilismo è presto spacciato per libertà, in contrapposizione a tutto ciò che è superficialmente e funzionalmente etichettato come dogmatico. In realtà, si tratta di una vera e propria schiavitù, esercitata nei confronti della vecchia anima razionale, cioè dell’esercizio di quel pensiero critico che rende l’uomo “uomo”. Il prodotto di tutto ciò, infatti, risulta essere un uomo che, rinunciando all’esercizio delle facoltà più nobili, è ridotto a mero ingranaggio di un sistema alienante, un sistema che progressivamente lo priva della propria essenza, rendendolo mero oggetto tra oggetti. In un tale contesto, termini come morale, fede, religione, filosofia, oltre a suonare terribilmente lontani e inattuali, vanno assumendo accezioni negative. Così, se i primi tre termini finiscono nel “calderone” del «dogmatismo funzionale», assumendo i significati di “coercitivo” e “liberticida”, l’ultimo termine, invece, finisce per assumere il significato di “sterile”, in opposizione a tutto quello che è materialmente e immediatamente “produttivo”. Non a caso, uno degli effetti più importanti di tale situazione è il funzionale e odierno riemergere di vecchi dualismi (filosofia-scienza, religione-scienza, ecc), figli della confusione e, soprattutto, dell’ignoranza degli sviluppi del pensiero filosofico e scientifico. Alla luce di quanto detto, occorre chiedersi se sia ancora possibile un’inversione di tendenza e se il passato sia in grado di fornire degli insegnamenti. In altri termini, da dove può arrivare un’utile lezione?  

 

Giorgio de Chirico, "La torre rossa", 1913
Giorgio de Chirico, "La torre rossa", 1913

 

È indubbio che i greci avevano sperimentato, seppur con le dovute differenze del caso, situazioni analoghe, partorendo delle valide quanto oramai dimenticate risposte. L’insegnamento di Platone, per esempio, si configura come una grandiosa risposta al relativismo sofistico e non solo, sollecitando l’uomo a spingersi al di là della dimensione sensibile, a non accontentarsi della mera apparenza, ma a fare della verità, e non del proprio utile, l’unico punto di riferimento. La filosofia platonica non a caso assume un’accezione pratica, che, nelle intenzioni dell’autore, si sarebbe dovuta tradurre in un indiscutibile punto di riferimento per superare la crisi del tempo. Di fronte a tale insegnamento, infatti, si registra anche un inevitabile cedimento del materialismo, destinato, per propria essenza, ad arrestarsi alla pochezza e alla povertà della dimensione sensibile, ossia di tutto ciò che nel mondo greco è definito esplicitamente doxa. Il messaggio di Socrate, invece, può benissimo essere letto come un invito a conoscere se stessi, a rapportarsi con la propria psyché e con il divino, nella conseguenziale scoperta dei propri limiti – vero e proprio punto di partenza per quella perfezione dell’uomo in quanto uomo – e nella capacità di cogliere il senso del reale attraverso l’esame dell’intero, non di una sola parte di esso. L’uomo che conosce se stesso è difatti un uomo virtuoso, perché destinato ad andare alla ricerca di ciò che gli manca, in un viaggio privo di punti di arrivo, ma caratterizzato da tante piccole e faticose conquiste, finalizzate a renderlo libero dal “giogo” delle passioni. La dimensione che si apre, allora, è quella della vera libertà, una libertà che porta con sé la consapevolezza e la responsabilità – altro termine in disuso di essere parte integrante di un tutto e, come tale, di dover soppesare le proprie azioni in funzione di tale tutto, e non in virtù di qualche “appetito sensibile”. La virtù, da questo punto di vista, si presenta come la migliore risposta alle ingiustizie, vale a dire un netto e fermo rifiuto di rispondere all’ingiustizia facendo ricorso ad altra ingiustizia, preferendo piuttosto la via della ragione. L’insegnamento socratico, così, rappresenta un’importante risposta a tutti i tentativi di ingegneria sociale partoriti nel Novecento. Aristotele, dal canto suo, nella riflessione sull’etica, si sofferma a lungo sul ruolo della ragione, individuando nell’esercizio della cosiddetta «scintilla divina» la virtù più consona all’uomo. Ed è proprio grazie all’intervento della ragione su tutto ciò che concerne il sensibile che si manifesta la politica del «giusto mezzo». Un insegnamento che potrebbe benissimo configurarsi come antidoto all’essenza del sistema capitalistico, perché è nel continuo esercizio del senso della giusta misura degli antichi greci, infatti, che si può scorgere non solo la più importante delle lezioni, ma anche un rimedio a buona parte dei mali del nostro tempo. Non bisogna dimenticarsi che il sommo bene, nel mondo greco, coincide con la felicità e la felicità, a sua volta, è figlia della virtù. Naturalmente, trattandosi solo di una lezione, non è lecito aspettarsi formule magiche o, peggio ancora, miracoli, perché la fine delle ingiustizie su questa terra è legata indissolubilmente alla fine dell’uomo stesso. La consapevolezza dell’imperfezione e della finitudine della natura umana, però, gioca senz’altro un ruolo di fondamentale importanza, ai fini di un reale miglioramento e di una maggiore comprensione della realtà che ci circonda. Rievocando il mito del Demiurgo, per concludere, occorre ricordare che i notevoli sforzi e le migliori intenzioni, da parte dell’agente ordinatore, alla fine, non furono sufficienti, perché anch’egli dovette scendere a compromessi con la materia e frutto di tali compromessi fu la realtà (imperfetta) che bene conosciamo. Questa, comunque, è un’altra storia…

 

26 giugno 2019