La povertà cresciuta con l'economia

 

Le disuguaglianze aumentano. Ciò significa, paradossalmente, che ci siamo impoveriti in nome della crescita economica. Fuori controllo, da sempre, in realtà. Ed è in questa ignoranza che risiede la sostanza della nostra miseria.

 

 

A seguire la disamina condotta da Thomas Piketty – riportata nel suo celebre Il capitale nel XXI secolo (2013), che abbraccia il dispiegamento del capitalismo nell'Ottocento e nel Novecento – non è esagerato affermare che è dinamica intrinseca e fondamentale del capitalismo la crescita delle disparità a tutti i livelli: dall'inuguaglianza delle condizioni di partenza all'iniquità della distribuzione dei meriti.

 

Dati alla mano, per comprendere la dimensione di come il divario tra ricchi e poveri sia andato aumentando nel tempo, basta rilevare che le condizioni in cui versa parte della popolazione mondiale, ancor oggi, sono peggiori di quelle in cui si trovava nella fase precapitalistica. Con le parole di Yuval N. Harari in Sapiens (2014):

 

« La torta economica del 2013 è assai più vasta di quella del 1500, ma è distribuita in modo così difforme che molti contadini africani e operai indonesiani, dopo una giornata di duro lavoro, tornano a casa con meno cibo dei loro antenati di cinquecento anni fa. »

 

La grande frattura – per usare l'espressione del 2015 che dà il titolo ad una delle tante analisi-denuncia dell'economista premio Nobel Joseph E. Stiglitz – si mostra inesorabile come è inesorabile il processo di globalizzazione nel capitalismo:

 

« La crescente disuguaglianza è stata sia causa che effetto delle nostre pene macroeconomiche: la crisi del 2008 e il lungo malessere che è seguito. La globalizzazione, di qualunque genere e numero siano le sue virtù nello stimolare la crescita, ha quasi sicuramente accresciuto la disuguaglianza. »

 

 

Una disuguaglianza che non salva dalla povertà economica e dalla miseria delle condizioni di vita neppure in quegli Stati che ne sono gli artefici, primi fra tutti gli Stati Uniti. Il Rapporto delle Nazioni Unite sulla povertà estrema negli Stati Uniti del 2018 ha censito che 40 milioni di americani vivono in povertà, dei quali 18,5 milioni in estrema povertà, e 5,4 milioni ai livelli di un paese del terzo mondo. Il dato che più di tutti testimonia la discriminazione arbitraria del sistema a trazione capitalista è il 21% di bambini che compone la quota dei senza tetto negli USA. Tutto ciò costituisce il lato oscuro di un'economia americana che si presenta di successo: crescita solida, trend positivo, tasso di disoccupazione bassissimo al 4%. Ciò vuol dire che mentre l'economia cresce, le condizioni di vita della popolazione decrescono; che allo sviluppo economico capitalista non corrisponde l'incremento del benessere della popolazione: semmai la tendenza intrinseca rivelabile nell'analisi di lungo periodo mostra il contrario. L'economia capitalista, sviluppandosi ed estendendosi globalmente, accresce le disuguaglianze e le disuguaglianze sviluppano ed estendono la povertà. Sì che i beneficiari delle disuguaglianze debbono divenirne, presto o tardi, le vittime.

 

Ma la povertà che il capitalismo produce consiste in qualcosa di ben più grave della povertà in cui ci imbattiamo e che vediamo crescere nei dati, nelle previsioni e intorno a noi. Essa consiste nella carneficina su cui la nostra civilizzazione occidentale è cresciuta, e di cui abbiamo così poca consapevolezza. Su una montagna di cadaveri celebriamo il trionfo della nostra civiltà. Ci è giunta notizia del libro nero dei fascismi e di quello del comunismo, vergati con l'inchiostro dell'accusa inappellabile; quando inizieremo però a sfogliare quello del capitalismo, le cui pagine bianche, fatte nella sostanza della nostra stupida ingenuità, si moltiplicano?

 

Alcune di queste pagine – per menzionare un esempio poco noto fra i tanti – contano nomi di vittime che variamo tra i 30 e i 50 milioni. Secondo l'analisi di Mike Davis nel suo saggio del 2001 sugli Olocausti vittoriani, non così diversamente da oggi, in seguito a carestie ed epidemie dovute alla mancanza di monsoni nella seconda metà dell'Ottocento,

 

« gli imperi europei, assieme Giappone e Stati Uniti d'America, sfruttarono famelici l'opportunità di guadagnarsi nuove colonie, espropriare suolo pubblico e sfruttare nuove fonti di forza lavoro per piantagioni e miniere. »

 

 

Ciò non accadde accidentalmente, ma secondo una precisa volontà politica.

 

« Quasi sempre in altre parti della nazione o dell'impero c'erano eccedenze di cereali che […] avrebbero potuto salvare le vittime della siccità. […] Tra la vita e la morte si frapponevano invece i nuovissimi mercati delle materie prime e la speculazione sui prezzi da una parte, e il volere del governo (influenzato dalla protesta popolare) dall'altro. »

 

Ci spaventiamo ora – di grazia – per gli orrori del fascismo e del nazismo, quando una manciata di anni prima il mondo “liberale” non aveva saputo fare diversamente. Ma quella libertà era la libertà fittizia e circoscritta del capitalismo, quel medesimo capitalismo che, poi, avrebbe finanziato e appoggiato i regimi totalitari fascisti. Con le due guerre mondiali, l'inferno non scoppiò, ma perdurò.

 

« Morirono in milioni, non fuori dal “moderno sistema mondiale” ma durante il processo stesso dell'inserimento forzato nelle sue strutture economiche e politiche. »

 

È senz'altro vero che dobbiamo crescere, ma il come è tutto da ripensare. Finché ci concentreremo sulla crescita economica del PIL non avremo saputo nemmeno individuare i problemi che dovremmo cercare di risolvere. Perché la crescita economica capitalista non risolve la crisi, la produce.

 

30 marzo 2019