La creatività contagia internet e spera di non tornare in quarantena

 

Uno sguardo ai contenuti pubblicati sui social media più in voga, del momento da quando tutta l’Italia è entrata in quarantena, fa emergere il dato che una nuova consapevolezza si fa strada tra gli italiani: la creatività può spronarci a superare il disagio che deriva dal forzato isolamento e può aiutarci a superare i momenti di incertezza e paura riguardo al futuro. Sorge, però, una domanda che si accompagna a tale fenomeno: c’era bisogno che fosse dichiarato lo stato d’emergenza perché la nostra società riscoprisse il valore curativo della creatività?

 

Salvador Dalí, "La persistenza della memoria" (1931)
Salvador Dalí, "La persistenza della memoria" (1931)

 

«Non c’è oggetto o impresa nel nome del quale non si possa offrire un sacrificio» scrisse René Girard in La Violenza e il Sacro, a proposito del sacrificio rituale, come liberazione della comunità dalla violenza portatrice di un’impurità dagli effetti di un contagio a catena. Mai come ora, queste parole risuonano dentro di noi, tra le luci accese delle nostre case e i silenzi delle strade, nel difficile, quanto surreale, momento storico in cui il mondo, e il nostro Paese in modo particolare, si trova a vivere a causa del Covid-19. Categorico è l’imperativo che giunge dal governo: restate a casa. Perché «le leggi hanno uno stesso ed unico fine, che è quello di unire i cuori e stabilire l’ordine» (ivi) ed evitare che la gente esca per le strade rendendo vano ogni tentativo di contenimento del contagio.

 

Si accetta così, stoicamente, il decreto, sperando nella collaborazione e responsabilità del resto dei cittadini. Allo stesso tempo, però, è necessario tenersi impegnati ed avere qualcosa da fare per poter resistere al senso di angoscia che ci affligge. Sorge allora nei cuori di tutti il barlume di una rivelazione: la creatività ci salverà. Si moltiplicano nel giro di pochi giorni le views dei tutorial su YouTube e imperversano sui social i filmati di persone che fanno cose: improvvisamente, tutti cantano, suonano strumenti musicali, fanno attività fisica, leggono libri, creano nuove ricette nella stessa cucina dove fino a un mese prima c’erano solo cibi preconfezionati, ricordano l’esistenza di attività manuali che avevano sempre ritenuto impraticabili. L’entusiasmo è a mille. O almeno lo era. Perché, come era prevedibile che fosse, questa rinascita improvvisa della voglia di muoversi (con le mani, con il corpo, con i sensi) e la rivendicazione della creatività, come ultimo baluardo della salvezza, porta con sé l’inesorabile sorte di tutto ciò che viene abbracciato da quello che più comunemente chiamiamo fervore: una curva gaussiana, che nel momento in cui inizia a salire, va inevitabilmente incontro a quello che è il suo destino: scendere. Ci si ritrova davanti a quel fantasma tanto temuto dagli occidentali, insieme alla presenza di sé stessi: la noia. «No, non ho detto gioia, ma noia, noia, noia. Maledetta noia» (Franco Califano, Tutto il resto è noia).

 

«Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza» (Alberto Moravia, La noia). Ma per distrarsi e creare con cuore libero c’è bisogno di sgombrare il campo della mente da tutte quelle informazioni che offuscano e distraggono. «Se vogliamo evitare la malattia, è bene evitare i contatti con i malati […]. Il minimo contatto provoca una macchia che bisogna togliersi di dosso non soltanto per sé stessi ma per la collettività, tutta quanta minacciata di contaminazione» continua a ripetere un vecchio Girard teletrasportato da altri tempi, attraverso il nostro televisore, nella già citata La violenza e il sacro. Si è fuori dal mondo e si è continuamente allo stesso tempo dentro al mondo, in un flusso di pensieri collettivi che mai s’interrompe. Isolati gli uni dagli altri dal cemento armato dei nostri palazzi, ma ultraconnessi in un’unica mente: una società liquida pronta a scivolare goccia a goccia in casa nostra, al di sotto della porta, parafrasando Bauman in Liquid modernity. E allora si cerca di fare ed esplorare nuove cose, ma manca quella serenità per godere dei frutti delle recenti scoperte.

 

Claude Monet, "La passeggiata" (1875)
Claude Monet, "La passeggiata" (1875)

 

In mezzo a tanto clamore di Internet sorge legittima una domanda: dov’era la creatività prima del Corona Virus?

 

Il creativo da sempre produce svago, intrattiene, con le sue opere fa da sottofondo ai nostri drammi quotidiani e alle nostre passioni. Ma nell’epoca della riproducibilità tecnica, usando un'espressione di Benjamin, la star che suscita stupore e sgomento sopra ogni cosa, non è più l’arte che viene riprodotta in serie, bensì la macchina che la produce. La tecnologia sembra l’unica via di realizzazione della nostra vita. L’artigianato è un mercato di nicchia, misterioso e distante. I giovani artigiani che si dedicano ad antichi mestieri sono considerati anacronistici: allievi della propria arte, troppo pazienti e concentrati per una società che manifesta continuamente forti deficit dell’attenzione. E così, l’arte che pensava che il progresso tecnico l’avrebbe aiutata a risplendere, si è ritrovata ad esso subordinata, perché è quest’ultimo che, più di tutto, attira i fruitori del mercato. Ma la vita è imprevedibile e nel momento in cui non abbiamo (quasi) nulla da fare, a parte lo smart working, abbiamo riscoperto che esiste ancora quella cosa che si chiama creare.

 

La creatività ci salva la vita. Non solo oggi, ma sempre. Stimola il cervello, ci rende umani e lo fa in un modo che nessun’altra cosa può fare. Quando tutti gli impulsi e le emozioni arrivano dal profondo del cervello, sede di tutte le nostre pulsioni primitive e spesso distruttive, è la creatività che ci nobilita. Dal cervello rettile e dal sistema limbico, le emozioni più intense e ancestrali arrivano alla corteccia cerebrale, dove queste informazioni vengono elaborate. Il cosiddetto cervello razionale manda impulsi lungo i recettori del nostro corpo, il quale, a sua volta, trova il modo di elaborare gli stimoli ricevuti cosicché, attraverso i gesti e le azioni creative, non diventiamo schiavi di passioni incontrollabili. In questo modo, siamo capaci di canalizzarle, generando qualcosa di nuovo e costruttivo, che ci regala piacere e soddisfazione. Il nostro cervello, infatti, registrerà queste sensazioni positive, pervenutegli mediante il corpo, aumentando la produzione degli ormoni del benessere e proprio questi ormoni faranno sì che il nostro organismo aumenti le sue difese, impedendoci di restare travolti dallo stress quotidiano e sviluppare gravi patologie.

 

Particolare delle connessioni neuronali
Particolare delle connessioni neuronali

 

Di fronte a questa grandiosa opportunità di favorire il nostro benessere psicofisico, molte persone ne restano affascinate, ma rispondono di non avere tempo: il lavoro, la famiglia, gli impegni straordinari sono le motivazioni principali per cui la maggior parte delle persone annuncia di dover rinunciare ai propri hobby. A fronte di queste affermazioni, la tentazione è, come sempre, quella di dare la colpa al modo in cui è organizzata la nostra società e di accusarla di fornirci una enorme quantità di beni e servizi, senza permetterci di usufruirne come vorremmo, a causa di ritmi quotidiani massacranti. Ma siamo davvero sicuri che sia sempre e solo questo il motivo per cui abbiamo smesso di dedicarci a delle attività ri-creative?

 

Il Global Digital Report del 2019 è illuminante a riguardo: nel 2019 gli italiani hanno trascorso online sei ore e quattro minuti, mentre sui social ognuno ha trascorso mediamente un’ora e cinquantuno minuti. Viene da domandarsi cosa avrebbe potuto fare ciascuno di noi in alternativa a quelle sei ore online. Come potrebbero sentirsi le persone,  se al termine di una giornata stressante, iniziassero a fare qualcosa di creativo, che permetta loro di prendere le distanze da tutto ciò che crea insofferenza e disagio? Non dimentichiamo, inoltre, che essere coinvolti in attività che danno piacere, e che ci spingono a realizzare qualcosa interamente con le nostre capacità, aumenta il senso di auto-efficacia, ovvero la consapevolezza e la fiducia di essere capaci di gestire situazioni e di raggiungere obiettivi per usare le parole di Albert Bandura in Self-efficacy: the exercise of control. L’auto-efficacia ha come conseguenza l’aumento dell’autostima, fondamentale per vivere meglio, superare le difficoltà quotidiane e compiere con serenità le piccole e grandi scelte della nostra vita.

 

«La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia» (Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione). Sta a noi prolungare il più possibile quell’intervallo di piacere ed ebrezza, fare in modo che il desiderio del benessere non sia soltanto un’illusione. Possiamo contribuire attivamente a generarlo, mediante le nostre azioni creative, non solo durante l’allerta del Covid-19, ma anche quando lasceremo le nostre case, per tornare alle nostre attività abituali.

 

5 aprile 2020