Il rapporto tra scienza e moralità

 

Il rapporto tra scienza e moralità è visto spesso come una dicotomia: da una parte c’è la scienza che si occupa dei fatti, che ha a che fare con la realtà empirica e misurabile; dall’altra parte c’è la moralità che si occupa di valutare la condotta degli esseri umani. La moralità si occupa di come dovrebbe essere la realtà, mentre la scienza ha come proprio scopo la conoscenza della realtà empirica.

 

Joseph Wright of Derby, "L'alchimista scopre il filosofo" (1771)
Joseph Wright of Derby, "L'alchimista scopre il filosofo" (1771)

 

La pervasività della tecnologia è un fatto assodato, un presupposto della società in cui viviamo. Il progresso tecnologico più che semplificare la realtà, la complica. Un esempio di questa crescente complessità può essere rinvenuto nelle questioni di cui si occupa la bioetica. Le possibilità dell’uomo aumentano, di conseguenza l’indagine della realtà diventa più difficile

 

Già Albert Einstein, dopo aver assistito allo sviluppo e alle conseguenze delle armi nucleari, aveva visto questa maggiore complicazione derivante dal dominio tecnologico:

 

« Il più cospicuo effetto pratico della scienza è che permette di ideare cose che arricchiscono la vita, benché nel contempo la complichino. […] La tecnologia — o scienza applicata — ha posto all’uomo problemi di profonda gravità. La sopravvivenza stessa della specie dipende da una soddisfacente soluzione di tali problemi. » (Pensieri, idee, opinioni)

 

Il contesto attuale non propone soluzioni di fronte alle problematiche sollevate dalla tecnologia. Gli atteggiamenti di fronte a questa ineliminabile presenza si possono ridurre a due: indifferentismo o moralismo ingiustificato. Questi due atteggiamenti non offrono soluzioni perché non indagano effettivamente il problema. Apparentemente sembrano dare una risposta ai problemi della nostra società, ma in realtà non fanno altro che astenersi dalla discussione.

 

L’indifferentismo che caratterizza il primo tipo di atteggiamento può essere riportato ad una concezione relativistica della realtà. Chiedersi se la diffusione della tecnologia è un fine da perseguire non ha senso visto che non si può stabilire la validità di un giudizio morale. Se non è possibile stabilire il valore di un’azione, non resta che relazionarsi indifferentemente con la realtà: tutto diventa ininfluente rispetto alla propria vita. Questo pensiero non offre soluzioni perché non comincia nemmeno l’indagine.

 

Il secondo atteggiamento è invece una critica astratta nei confronti della tecnologia. Gli argomenti dei moralisti hanno come obiettivo la difesa di valori astratti: la loro argomentazione si limita ad evocare concetti astratti. I valori su cui si basano le argomentazioni moraliste diventano degli idoli: qualcosa che si sostiene senza un motivo preciso. Anche in questo caso l'argomentazione si ferma prima di cominciare.

 

 Jean-Baptiste-Simeon Chardin, "Gli attributi della scienza" (1731)
Jean-Baptiste-Simeon Chardin, "Gli attributi della scienza" (1731)

 

I due tipi di atteggiamento non sembrano riuscire a concludere il dibattito sulla tecnologia: il primo non indaga il problema, mentre il secondo si limita ad invocare termini senza spiegarli. La discussione interna al senso comune non sembra offrire nessuna soluzione di fronte ai problemi relativi alla tecnologia.

 

Uno spunto di riflessione che può venirci in aiuto in questo problema è il rapporto tra etica e scienza. Dalla chiarificazione di questo rapporto dipende la possibilità di poter discutere degli effetti del progresso tecnologico. In altre parole: se scienza e moralità sono completamente separate, è insensato discutere dei problemi che la scienza solleva. Se al contrario la scienza rientra nelle questioni morali, allora esiste una base per la discussione.

 

Il rapporto tra scienza e moralità è visto spesso come una dicotomia: da una parte c’è la scienza che si occupa dei fatti, che ha a che fare con la realtà empirica e misurabile; dall’altra parte c’è la moralità che si occupa di valutare la condotta degli esseri umani. Un altro modo di esprimere questa separazione è attraverso la separazione tra essere e dover essere. La moralità si occupa di come dovrebbe essere la realtà, mentre la scienza ha come proprio scopo la conoscenza della realtà empirica.

 

Un esempio di questa concezione del rapporto possiamo ritrovarla in due filosofi utilitaristi: Sidgwick e Mill. Sidgwick fa una separazione netta tra le due discipline, questa distanza si esplicita nell’impossibilità di fondare un’etica scientifica.

 

« Nel discutere di Spencer considererò il suo tentativo di ‘stabilire un’Etica su base scientifica’. Io affermo che questo non è possibile nella misura e nel modo in cui Spencer prova a farlo. La ‘Scienza’ riguarda ciò che è, ciò che è stato e ciò che sarà, l ‘Etica ciò che deve essere. » (Henry Sidgwick, Lezioni sull’etica di T.H. Green, Herbert Spencer e J. Martineau)

 

Anche per quanto riguarda Mill la separazione tra moralità e scienza è netta: all’inizio del saggio L’utilitarismo mette subito in chiaro il rapporto tra queste due discipline. Il diritto e la morale non operano come fa la scienza. Nella scienza la scoperta di verità particolari viene prima della teoria scientifica complessiva, nell’etica le azioni particolari hanno il proprio significato perché tendono ad un fine. La scienza si occupa del fattuale, le arti pratiche hanno come scopo della ricerca il dover essere.

 

 

« Se nella scienza le singole verità particolari precedono la teoria generale, ci si potrebbe aspettare il contrario nel caso di un’arte pratica come la morale o il diritto. Ogni azione tende a un fine, e sembra naturale supporre che le regole dell’azione debbano interamente ricevere il loro carattere e il loro colore dal fine che servono a raggiungere. » (John Stuart Mill, L’utilitarismo)

 

La scienza ha come scopo quello di raccogliere verità particolari che andranno a formare la teoria scientifica complessiva, mentre la moralità è un insieme di regole di condotta. 

 

Questa separazione netta tra le due discipline non è propria solo dei filosofi. Anche dalla parte della scienza c’è l’accettazione di questo rapporto:

 

« Il metodo scientifico non può insegnarci altro che l’interconnessione tra i fatti e il loro reciproco condizionamento. […] La scienza può solo accertare ciò che è, non ciò che dovrebbe essere. » (Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni)

 

Proviamo ora a capire se la separazione tra scienza e moralità è giustificata. Questa netta separazione non rispecchia la realtà con cui ci confrontiamo quotidianamente. Come abbiamo visto precedentemente, l’attualità è piena di problemi sollevati dal progresso scientifico. Questi problemi influenzano la vita degli esseri umani, mettono in dubbio il sistema di valori dell'individuo. Le scoperte influenzano la moralità degli esseri umani, è contraddittorio sostenere il contrario. D’altra parte, non ha nemmeno senso separare le azioni scientifiche dalle azioni morali. La scienza, così come l’etica, sono dimensioni intrinseche dell’uomo, è assurdo pensare di separare lo scienziato, che è sempre un essere umano, dalla sua moralità

 

Qualsiasi attività umana è morale, però soprattutto la scienza dovrebbe interessarsi a questa dimensione. Le innovazioni scientifiche hanno un enorme impatto sulla vita quotidiana delle persone, perciò l’indagine morale è indispensabile se si vuole evitare di causare più danni che benefici.

 

« La conoscenza di ciò che è non apre direttamente la porta a ciò che dovrebbe essere. Si può avere la più limpida e completa conoscenza di ciò che è, e tuttavia non essere in grado di ricavarne quale dovrebbe essere il fine delle nostre aspirazioni umane. » (Ivi)

 

Einstein sta dicendo che ammettendo la separazione tra essere e dover essere, la scienza si ritrova senza un fine. La scienza senza la moralità si ritrova a brancolare nel buio, senza uno scopo o una direzione da perseguire. La collaborazione tra scienza ed etica non è solo possibile, ma necessaria.

 

 

2 dicembre 2020