Consuetudine e senso comune

 

C’è un forte legame tra l’abitudine e la moralità comune. La connessione tra i due concetti è molto forte: dove è presente il senso comune allo stesso tempo sono stabilite una serie di consuetudini. Molto spesso si fatica a distinguere i due concetti.

 

Hieronymus Bosch, "Giudizio universale" (1506-1508)
Hieronymus Bosch, "Giudizio universale" (1506-1508)

 

Il rapporto tra l’utilitarismo di John Stuart Mill e il senso comune è una parte indispensabile del pensiero del filosofo inglese. L’importanza data dagli utilitaristi a questo tema è ribadita da Mill nel primo capitolo del suo saggio La libertà. Il tema del saggio viene subito chiarito da Mill: 

 

« il nostro tema è piuttosto quello della Libertà civile o Sociale: la natura e i limiti del potere che la società può legittimamente esercitare sull’individuo. » 

 

Il rapporto tra individuo e società è il luogo in cui ricercare il significato della vera libertà. Per Mill, la filosofia morale non può prescindere dall’indagine delle norme morali tradizionali. Il filosofo morale deve indagare la situazione empirica. L’etica non può prescindere dai problemi della realtà.

 

La moralità del senso comune sembra a prima vista qualcosa di arbitrario. Di fronte a questa affermazione, un’indagine sembra impossibile. L’arbitrarietà della moralità del senso comune è però soltanto illusoria, le norme morali accettate hanno in realtà una loro razionalità. Le ragioni che animano l’etica tradizionale rimangono molto spesso implicite. Di solito nemmeno le persone che seguono la moralità del proprio tempo sanno esplicitare le motivazioni alla base del proprio agire. Uno degli obbiettivi di Mill è appunto quello di esplicitare ciò che nella moralità comune rimane oscuro. Lo studio del senso comune ha come obbiettivo ultimo il miglioramento dell’etica comune

 

Nell’indagine del senso comune, uno dei primi temi con cui Mill viene in contatto è il conflitto tra sfera individuale e collettiva: 

 

« c’è un limite alla legittima ingerenza dell’opinione collettiva sull’indipendenza individuale: stabilire questo limite, e difenderlo da ogni violazione, è tanto indispensabile per il buon andamento delle cose umane quanto lo è proteggersi dal dispotismo politico. » (Ivi)

 

Il senso comune interpreta il rapporto tra l’individuo e lo Stato come un conflitto. Da una parte c’è l’individuo con i suoi diritti, dall’altra parte c’è il governo che impone le proprie leggi. Questo conflitto è presente anche nella moralità odierna. Anche Einstein, in un articolo del 1949, evidenzia questo conflitto: 

 

 

 

« posso brevemente indicare in che cosa consista, secondo me, l’essenza della crisi del nostro tempo. Essa riguarda la relazione tra l’individuo e la società. L’individuo si è fatto più consapevole che mai della propria dipendenza dalla società. Tuttavia non vive tale dipendenza come un assetto positivo, come un vincolo organico, come una forza protettiva, ma piuttosto come una minaccia ai propri diritti naturali, o persino alla propria esistenza economica. » (Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni)

 

Da Mill fino ai nostri giorni, passando per Einstein, il conflitto tra individuo e società rimane una delle caratteristiche più evidenti del senso comune. Prima di capire se è possibile e auspicabile superare questo conflitto, Mill esplicita il ruolo assunto dalla consuetudine nella moralità del senso comune. 

 

C’è un forte legame tra l’abitudine e la moralità comune. La connessione tra i due concetti è molto forte: dove è presente il senso comune allo stesso tempo sono stabilite una serie di consuetudini. Molto spesso si fatica a distinguere i due concetti. Per Mill è la consuetudine che stabilisce le regole morali, politiche, sociali che il senso comune segue. Questo rapporto a prima vista può sembrare innocuo, Mill però ci esorta a ripensare la connessione tra questi due concetti. Egli afferma che la consuetudine può essere paragonata ad un’illusione: 

 

« le regole che ogni popolo si dà, a lui sembrano evidenti di per sé, giustificate da sé. Questa illusione, assolutamente universale, è uno degli esempi della magica influenza della consuetudine. » (John Stuart Mill, La libertà)

 

La magia della consuetudine, afferma Mill, consiste nel far accettare le regole agli uomini senza fornire un’adeguata motivazione. Il senso comune segue in maniera acritica quello che la consuetudine consiglia. In questo senso, la distanza tra abitudine e moralità comune sparisce. C’è una totale coincidenza tra i due concetti.

 

Cerchiamo però di capire meglio quello che Mill sta dicendo. Quando Mill afferma che «la consuetudine consiglia» sta in realtà dicendo che è il senso comune a darsi le norme morali. La consuetudine non è una persona, non può imporre, consigliare regole. Il senso comune si affida alla tradizione pensando di trovare una giustificazione esterna alle proprie azioni. Invece di pensare alle ragioni delle proprie azioni, si preferisce seguire quello che è accettato.

 

Consuetudine e senso comune sono due facce della stessa medaglia. È proprio perché il senso comune dà le regole a se stesso che la consuetudine non ha bisogno di giustificare le regole che consiglia. La consuetudine non deve spiegare le norme che impone, perché in realtà è proprio il senso comune che stabilisce le regole da seguire. Le spiegazioni non sono necessarie perché sarebbe assurdo richiedere una giustificazione alle nostre scelte: questo è il ragionamento del senso comune.

 

 

« [La consuetudine] è tanto più efficace in quanto su questa materia non si ritiene in genere necessario dare spiegazioni: non occorre né darne agli altri, né darne a se stessi. » (Ibidem)

 

Mill afferma che l’uomo comune si dà le regole arbitrariamente: 

 

« gli uomini sono abituati a credere […] che in materie di questa natura i loro sentimenti personali siano meglio delle ragioni, e rendano anzi superfluo mettersi a dare delle ragioni. » (Ivi)

 

Anche questa arbitrarietà è soltanto illusoria: credere che il proprio agire non abbia bisogno di ragioni è anche questa una consuetudine. Nella consuetudine non c’è spazio per il ragionamento e il confronto: l’individuo non può progredire perché accetta a priori le norme che gli vengono imposte. Il primo passo per superare la non razionalità della consuetudine è indagare questo meccanismo. Distaccarsi il più possibile da ciò che è accettato a priori, essendo consapevoli che siamo sempre inevitabilmente influenzati dalla consuetudine. L’indagine della tradizione è l’indagine di noi stessi, un compito insito nell’individuo:

 

« solo di rado riflettiamo sulla relativa scarsità dell’influenza del nostro pensiero conscio sulla nostra condotta e sulle nostre convinzioni rispetto alla potenza condizionatrice della tradizione. Sarebbe sciocco disprezzare la tradizione. Ma con la nostra crescente consapevolezza di noi stessi e il nostro progressivo aumento d’intelligenza dobbiamo cominciare a sottoporre a verifica la tradizione e ad assumere verso di essa un atteggiamento critico, se mai vogliamo che i rapporti umani cambino in meglio. » (Albert Einstein, Pensieri, idee, opinioni)

 

 24 settembre 2020