«Fiat voluntas tua». Pregare, arare, invocare

 

La pandemia e la profonda crisi che ne è seguita ci inducono a tornare a riflettere sul significato consueto della preghiera: l'illusione di modificare la volontà di Dio.

 

 

L’evento pandemico globale di questo inizio secolo è un potente reagente culturale. Ogni visione della realtà, e la cultura altro non è se non un inquadramento categoriale e linguistico delle cose e delle relazioni tra le cose che costituiscono la realtà, è costretta a fare i conti con se stessa e con la propria capacità di reggere l’urto, che il diffondersi del coronavirus inevitabilmente va provocando.

Da più parti si fa menzione del precedente storico dell’influenza spagnola che provocò diverse decine di milioni di morti – tra 50 e 100 ipotizzano gli storici – in tutto il mondo. Molti di più della coeva prima guerra mondiale che non arrivò a mietere così tante vittime: 17 milioni di morti e 20 milioni tra feriti e mutilati per un totale di 37 milioni ancora molto lontano dalla strage influenzale.

Tuttavia, anche se la spagnola rappresenta sicuramente la prima vera pandemia favorita da quel primo assaggio di globalizzazione che fu la Grande Guerra con la sua necessità di tenere connessi tra di loro uomini, mezzi e territori durante il conflitto, altrettanto sicuramente essa non fu percepita dalla popolazione mondiale come un pericolo pandemico. In primo luogo poiché i governi di tutto il mondo cercarono di tenerla nascosta – proprio per questo, infatti, si chiama spagnola, dato che la stampa spagnola poté diffondere la notizia non avendo vincoli governativi, essendo la Spagna non impegnata nel conflitto – e in secondo luogo poiché la tragedia bellica, con un potere distruttivo mai visto fino ad allora, occupava il centro della scena e dell’immaginario tragico dei popoli della Terra. In sintesi fu una tragedia pandemica, ma non essendo stata percepita come tale, il suo impatto non fu epocale, come invece sembra essere l’attuale pandemia.

Tra gli effetti immediati e più macroscopici che il diffondersi del contagio ha provocato emerge con forza un potente sussulto della coscienza religiosa. In molti rispolverano il dimenticato, se non addirittura sepolto, strumento della preghiera. Impressionanti, in tal senso, sono i numeri di coloro che hanno risposto in diverse occasioni alla richiesta del pontefice di unirsi in preghiera davanti ai mezzi di comunicazione di massa.

Ma cosa significa pregare?

Il verbo italiano “pregare” deriva direttamente dal latino precari formato sul sostantivo prex, “preghiera”. Anche “precario” che deriva da praecarius si forma sul sostantivo latino prex, poiché ciò che è ottenuto con la preghiera è – per definizione – precario, dipendendo dalla concessione o dalla grazia che il pregato, dio o uomo che sia, concede al pregante. D’altronde prex deriva dalla radice indoeuropea prāch- indicante il “chiedere”, che ritroviamo nel sanscrito pracchāti con il significato di “domandare” e che risuona, tra l’altro, anche nel tedesco fragen, “domandare”. In greco, invece, “pregare” è indicato dal verbo ἀράομαι e “preghiera” è ἀρά in cui risuona la radice indoeuropea ar- a partire dalla quale si formano tutte parole che 

 

« indicano costantemente qualcosa che, in modo più o meno diretto, più o meno esplicito, appartiene alla struttura formale della tecnica, e cioè all’adattarsi, al convenire a un fine, da parte di certi mezzi di cui il parlante è convinto di disporre. Tali parole nominano cioè o questa stessa struttura nel suo insieme, o un modo specifico del disporre dei mezzi adatti allo scopo, oppure nominano il mezzo o i modi specifici di essere mezzo e strumento, o lo scopo, o la maggiore o minore disponibilità o riluttanza delle cose a lasciarsi usare, o lo sforzo più o meno intenso che il mortale deve compiere per realizzare i suoi scopi, o l’ordine che l’azione tecnica instaura nelle cose, o la volontà che presiede al realizzarsi dell’azione, oppure il successo e l’insuccesso cui essa va incontro » (E. Severino, Destino della necessità, Adelphi, Milano 1980, p. 263) 

 

Da ar-, per esempio, vengono, tra le tante altre, ars (τέχνη, “tecnica”), la maestria nell'organizzare mezzi in vista di uno scopo, artus (ἄρθρον, “arto”), lo strumento originario in possesso dell’uomo, ἄρμενον, lo strumento, l’attrezzo, da cui il latino arma che è sia strumento per la guerra, ma anche per macinare il grano, ἀραρίσκω che indica chiaramente “aggiustare”, “costruire”, “fabbricare”, “armare”. Ma soprattutto ἀρόω (aro, “arare”) che indica l’azione con cui l’uomo predispone la terra in vista del beneficio del raccolto, dove l’azione tecnica dell’arare va intesa come quel faticoso predisporre tutti i mezzi necessari a vincere su tutte quelle forze avverse che potrebbero impedire il raggiungimento dello scopo, che  da ultimo  è la sopravvivenza stessa dell’uomo. Sul modello originario dell’azione dell’arare la terra, va inquadrato ogni agire che organizza mezzi in vista di scopi come, per esempio, “solcare i mari” o “scalare le montagne”.

 

Emanuele Severino ha sostenuto che qualsiasi pretesa di modificare il corso degli eventi è vana e indicativa della cosiddetta "follia dell'Occidente"
Emanuele Severino ha sostenuto che qualsiasi pretesa di modificare il corso degli eventi è vana e indicativa della cosiddetta "follia dell'Occidente"

 

Nel “pregare”, dunque, riecheggia lo sforzo che gli uomini compiono per ottenere ciò che vogliono, ma che potrebbero non ottenere. Così come nell’arare si predispone la terra per ottenere il raccolto, così nel pregare si predispongono il volto, gli arti e le parole per ottenere dagli dèi, dalle forze della natura o dagli altri uomini ciò che si brama, ma anche per allontanare ciò che terrorizza. La preghiera non è altro che una tecnica di sopravvivenza, che inizia laddove le altre tecniche – un tempo l’aratro, oggi la scienza – non sono più in grado di salvarci dal dolore e dalla morte.

Tuttavia, nella misura in cui la preghiera è chiedere qualcosa, qualunque cosa, a dio – dato il significato dominante assunto da questa parola nel pensiero cristiano – la preghiera è vaniloquio. Infatti, se dio è dio, ciò implica che tutto ciò che accade, dal più apparentemente insignificante fruscio di vento fino agli smottamenti abnormi della natura e della storia, è il frutto della sua volontà. Pregare dio affinché accadano eventi differenti rispetto agli eventi che stanno accadendo implica la volontà del pregante di modificare la volontà di dio, così come il contadino ara e cura il terreno affinché, da non fertile qual è, si trasformi in fertile. La preghiera, così intesa e praticata, è l’incarnazione della volontà di modificare dio e la sua volontà, e, di conseguenza, è lo smascheramento dell’ateismo radicale del pregante che, di fatto, ritiene dio uno strumento a propria disposizione per il raggiungimento dei propri scopi. Dio viene così ridotto ad una sorta di idraulico metafisico il cui intervento è richiesto per sistemare ciò che il pregante non è in grado di sistemare con la propria volontà e con la propria potenza.

Chiunque si rivolga a dio con lo scopo di ottenere che dio si pieghi alla propria volontà, costui ritiene che dio non sia dio, come sembra fare lo stesso pontefice quando afferma che «non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle», rievocando proprio un’immagine di dio che, così come l’aratro predispone il terreno al raccolto o gli strumenti di navigazione consentono di non affondare e di raggiungere la meta, come una sorta di strumento tecnico supremo che conduca verso quella salvezza che la volontà dell’uomo pone come scopo. E questo poiché “la forza di Dio”, sempre secondo il pontefice, sta nel «volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte». È del tutto evidente che, al di là delle intenzioni, ci si rivolge a dio per pregarlo di piegare la sua volontà alla nostra, credendo – di fatto – che la volontà di dio non sia buona e che per diventare buona deve adeguarsi a ciò che la volontà umana ritiene buono.

 

Nel caso specifico dell’avvento della pandemia che semina panico e morte tra i popoli della terra si prega dio di distruggere questo grande pericolo e condurre i popoli alla salvezza. Anche se sembra quanto di più naturale si possa immaginare, ciò rappresenta – per un credente in generale, ma a maggior ragione per i credenti monoteisti – una negazione dell’esistenza di dio, che per il pregante avrebbe sbagliato e, di conseguenza, dovrebbe porre rimedio al suo errore, riallineando la sua volontà alla volontà umana. Questa preghiera è una bestemmia che sostiene da un lato che l’uomo è onnisciente, sapendo che dio sbaglia, e dall’altro che dio sarebbe un miope conoscitore di ciò che in verità è la salvezza dell’uomo. Naturalmente si potrebbe obiettare che la volontà di dio è contrastata da un’altra volontà che impedisce a dio stesso di lasciare che si compia la salvezza dell’umanità.

Nel caso in cui questa seconda volontà fosse anch’essa di natura divina ci troveremmo nella palese contraddizione della coesistenza di due assoluti, nota con il nome di manicheismo e che il pensiero occidentale si è lasciato alle spalle sin dai tempi dell’antichità, anche se spesso e volentieri sopravvive sotto le ceneri di un senso comune che continua a credere nell’onnipotenza divina e contemporaneamente nel limite alla potenza divina.

Nel caso in cui invece questa seconda volontà fosse la volontà umana la questione diventa più complessa, ma il senso sostanziale dell’errore permane identico. Il credente monoteista sostiene, infatti, che dio nella propria onniscienza vuole solo il bene, che però è contrastato dal libero arbitrio dell’uomo che non sempre vuole il bene, volgendo gli eventi in una direzione negativa che dio deve continuamente riallineare alla sua volontà eternamente tesa al bene. Siamo di fronte al grande problema della “grazia e del libero arbitrio” che ha animato il dibattito filosofico e teologico sin dalle origini del cristianesimo e che tante scissioni ha creato tra i cristiani, non ultimo il protestantesimo. Anche se la questione meriterebbe un ampio approfondimento, in sintesi si è cercato – soprattutto nel cattolicesimo – di tenere insieme due “cose” che insieme non possono essere tenute, pena la contraddizione. Infatti, da un lato si deve tener fermo che dio è onnipotente e che la storia – intesa come l’avvicendarsi degli eventi dalla creazione alla fine dei tempi – non può che essere già da sempre conclusa con la vittoria del bene supremo, dio appunto, su ogni spinta contraria, libero arbitrio umano compreso. Dall’altro si deve tener fermo che dio lascia all’uomo il libero arbitrio, bisogna tenere fermo che l’uomo può scegliere di agire bene, rendendosi meritevole della salvezza, o di agire male, rendendosene immeritevole. È proprio il tentativo di tener fermi entrambi questi aspetti che fa sprofondare tutto nella più profonda delle contraddizioni. Infatti, delle due l’una, o dio è veramente onnipotente, potente dunque anche sul libero arbitrio, e la fine della storia non potrà che vedere dio e il bene trionfare, ma allora l’uomo non è veramente libero, o l’uomo è veramente libero di scegliere tra il bene e il male e, nel caso in cui l’uomo scelga il male, dio verrebbe sconfitto non potendo intervenire sulle scelte malvagie degli uomini e dunque non è veramente onnipotente, essendo la sua potenza limitata dal libero arbitrio degli uomini. Tentare di tenere le due cose insieme è un’assurdità come lo è un cerchio quadrato.

Qualunque preghiera chieda che sia fatta la volontà del pregante non può che essere vana.

 

Lo scontro tra Lutero ed Erasmo sul "libero" o "servo" arbitrio ha segnato profondamente la moderna cultura europea
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Tuttavia, seppur nell’oscurità che caratterizza il linguaggio mitico dei testi biblici, sembra che Gesù inviti a pregare in maniera diversa da quanto fin qui mostrato. La celebre espressione fiat voluntas tua, contenuta nella preghiera per antonomasia del cristianesimo, la preghiera che lo stesso Gesù ha insegnato durante il discorso sulla montagna (Mt 5, 1 - 7, 29), indica una direzione simmetricamente opposta alla preghiera in cui viene chiesto che sia fatta la volontà del pregante, poiché Gesù insegna a pregare, chiedendo che sia fatta la volontà del pregato, la volontà – qualunque essa sia – di dio: fiat voluntas tua appunto. Naturalmente, il testo biblico è oscillante. Infatti, quando Gesù si trova, ad un passo dalla crocifissione, al Getsemani si rivolge a dio dicendo: «Pater mi, si possibile est, transeat a me calix iste; verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu» (Mt 26, 39) dove la prima parte della preghiera va nella direzione di chiedere a dio di modificare la sua volontà (“se è possibile, passi da me questo calice”), mentre nella parte finale ribalta tutto e ribadisce con forza che sia fatta non la volontà del pregante, ma del pregato (“non come voglio io, ma come vuoi tu”). E di nuovo, sempre al Getsemani, Gesù pregava dicendo: «Pater mi, si non potest hoc transire, nisi bibam illud, fiat voluntas tua» (Mt 26, 42), ribadendo l’adeguarsi della volontà di chi prega alla volontà di dio, anche se – di nuovo – il testo biblico è oscillante nella misura in cui introduce quel “se” come ad indicare un estremo e implicito tentativo di modificare la volontà di dio. “Se questo calice non può passare da me senza che io lo beva” è il testo oscillante che lascia ancora aperta la possibilità che dio possa volere diversamente da come vuole, chiuso tuttavia dal categorico “sia fatta la tua volontà”.

La stessa oscillazione tra i due diversi modi di pregare la ritroviamo anche negli altri vangeli con poche variazioni di testo. Nel vangelo di Marco, infatti, Gesù che dice: «Abba, Pater! Omnia tibi possibilia sunt. Transfer calicem hunc a me; sed non quod ego volo, sed quod tu» (Mc 14,37). Nel vangelo di Luca, di nuovo, Gesù dice: «Pater, si vis, transfer calicem istum a me; verumtamen non mea voluntas, sed tua fiat» (Lc 22, 42).

Ma è il Discorso della Montagna il testo in cui più di ogni altro emerge una diversa concezione della preghiera. Gesù invita chiaramente a non avere paura, a non essere inquieti, a non preoccuparsi, a non affannarsi per la propria vita (“μὴ μεριμνᾶτε τῇ ψυχῇ ὑμῶν”) e lo fa con evidenti rimandi al problema della sopravvivenza: al mangiare, al bere, al coprirsi e al “proprio corpo” in generale. Affannarsi per modificare il corso degli eventi è un errore, poiché per il credente dio si è già pre-occupato di ogni cosa, dio si “occupa” di ogni cosa e di ogni evento “prima” che accada. Pur nell’ambiguità del linguaggio mitico le parole di Gesù sembrano andare proprio in questa direzione: «Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro?». E ancora: «perché siete così ansiosi per il vestire? Osservate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro. Ora se Dio veste in questa maniera l’erba dei campi che oggi è, e domani è gettata nel forno, non farà molto di più per voi?». L’abbandono da parte di Gesù del senso del pregare come richiesta a dio di ottenere ciò che si ritiene il positivo e come richiesta di allontanare ciò che si ritiene il negativo diventa poi del tutto esplicito quando dice: “τίς δὲ ἐξ ὑμῶν μεριμνῶν δύναται προσθεῖναι ἐπὶ τὴν ἡλικίαν αὐτοῦ πῆχυν ἕνα” che è stato tradotto letteralmente con: «e chi di voi, con la sua sollecitudine, può aggiungere alla sua statura un sol cubito?». Ma che è stato poi tradotto in senso traslato con: «e chi di voi può con la sua preoccupazione aggiungere un’ora sola alla durata della sua vita?».

Ancora più esplicito è il passo: «non preoccupatevi dunque per il domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso» dove, seppur sempre nell’ambiguità di un linguaggio mitico, sembra che Gesù inviti a vedere il domani per quello che dovrebbe essere per un credente in dio: qualcosa di cui dio si è già occupato prima che accada.

In ultima analisi, sembra che Gesù stia dischiudendo un senso della preghiera in cui qualunque affaccendarsi dell’uomo non può modificare la volontà di dio e di conseguenza il fiat voluntas tua rimane l’unica vera preghiera, pena fare di dio uno strumento della volontà dell’uomo ovvero fare di dio un non-dio.

Naturalmente, oltre alla preghiera tradizionalmente intesa come strumento di potenza sulla realtà e alla preghiera che Gesù sembra suggerire come alleanza con la voluntas potente di dio che mira comunque ad essere potente mediante l’alleanza incondizionata all’onnipotente, è possibile un’ulteriore forma di preghiera?

È possibile un in-vocare che dia voce alla Verità? È possibile il fiat Veritas?

 

8 maggio 2020