Metafisica del sottosuolo

 

Un recente libro di Antonina Nocera mette a fuoco le poetiche di Dostoevskij e Sciascia: apparentemente distanti per stili e contenuti, rivelano una comune passione metafisica per i "sottostrati" dell'anima umana.

 

 

Metafisica del sottosuolo (Divergenze, 2020) è un libro prezioso, a cominciare dai materiali usati per confezionarlo, dalla copertina di pura cellulosa ecologica, dalla carta. E anche per questo, è stato un piacere venirne a contatto. Quando poi, scorrendo le pagine, si scopre la materia trattata da Antonina Nocera, già autrice della monografia Angeli sigillati. I bambini e la sofferenza nell’opera di F.M. Dostoevskij (Franco Angeli, 2010),  la sorpresa e il gusto della lettura si rafforzano a cominciare dal titolo intrigante. L’azzardo della ricerca, ovvero unire i fili che legano la scrittura di Leonardo Sciascia e di Fëdor Dostoevskij, così apparentemente lontane e al contempo così vicine, e «resistenti come quelli di seta» ha dato vita a un lavoro originale e interessante.

 

Sappiamo che Sciascia ha sempre riconosciuto il suo debito per grandi autori come Borges, Savinio, Gadda, e ammirazione e amore per Tolstoj;  meno invece per l’altro grande autore russo dell’800.  Eppure, come già ci dice Antonio Di Grado, direttore letterario della Fondazione Sciascia, tra lo scrittore racalmutese e il grande abitante delle notti bianche , vi sono molte affinità: prima fra tutte «l’attitudine a considerare la scrittura un metodo di indagine a tutto tondo sull’uomo, inteso come singolarità misteriosa su cui è impossibile mettere un punto definitivo». Da qui la propensione di entrambi a riflettere sull’apparentemente ferrea, eppure così evanescente e sfilacciata, concatenazione delitto-castigo, a dibattere sulla Legge, sull’umana sete di giustizia. In definitiva, a interrogarsi sui massimi sistemi attraverso la voce dei protagonisti delle loro opere. Un’ansia metafisica che mette a riposo il primato della Ragione illuministica, accantonata da Sciascia, e messa a giacere accanto alle spoglie di Voltaire,  definitivamente sepolta da Dostoevskij in La Leggenda del Grande Inquisitore.

 


 

L’autrice si è avvicinata in maniera suggestiva, ma non infondata, a un’indagine che si avvale di indizi per rintracciare quei fili che uniscono i due grandi scrittori. Lo ha fatto restringendo il campo al romanzo poliziesco di Sciascia, in particolare Il Contesto, e a I fratelli Karamazov, con alcune incursioni  in Delitto e castigo. Nonostante il suo dichiarato “non amore” per lo scrittore russo, Sciascia nel suo racconto cita I fratelli Karamazov, offrendo il suo primo indizio di debito. L’ispettore Rogas, uomo colto e rispettoso della Legge, indaga su una serie di delitti che hanno sconvolto una cittadina di provincia e tra gli indiziati vi è Cres, condannato per uxoricidio e rilasciato dopo qualche anno.  Nel momento della perquisizione della sua casa e in sua assenza, l’ispettore rintraccia, tra bottiglie, bicchieri, bicarbonato, un’edizione popolare di I fratelli Karamazov. La presenza del terzo volume in casa di Cres suggerisce che il suo interesse verso il romanzo va oltre la passione letteraria. Ed è proprio in questo volume che emergono i caratteri definitivi dei tre fratelli: il trasgressore,  il mistico, il dubbioso. È qui che emergono le loro rivalità, i loro eccessi, i conflitti di eredità e di amore. Le domande senza risposta che preludono alla “cascata metafisica” delle parole di Ivàn nella Leggenda del Grande Inquisitore, pagine nelle quali vengono rielaborati temi che investono la filosofia morale, politica, della storia e della religione. Ricordiamone brevemente il contenuto. Ivàn espone al fratello Aleskej (Alëša) un racconto allegorico di sua invenzione: dopo secoli dalla sua morte, Gesù riappare sulla terra, a Siviglia, nelle vesti di predicatore. Acclamato salvatore, viene riconosciuto dal Grande Inquisitore, il quale si reca da lui nella notte . È un vecchio di quasi novanta anni, alto e dritto con il volto scarno, gli occhi infossati in cui riluce uno sguardo di fuoco con cui apostrofa lungamente Gesù sul problema della libertà per l’uomo. Alla libertà, dono terribile che Dio ha donato all’uomo, il Grande Inquisitore oppone il miracolo, il mistero e l’autorità. Una “correzione” dell’opera divina più compassionevole verso gli uomini deboli, i non “eletti”, quelli che non hanno la forza di disprezzare il pane terreno per quello celeste. Paradossalmente, il Grande Inquisitore denuncia una mancanza d’amore nel dono di questa terribile libertà. Il racconto termina con Gesù che, dopo aver ascoltato il suo accusatore, lo bacia. Nonostante grandi studiosi come Berdjaev, abbiano rintracciato nella Leggenda la vetta dell’opera di Dostoevskij, il coronamento della sua dialettica, tuttavia restano irrisolte questioni che riguardano la forza, l’autorità, il mistero, il miracolo; il rapporto tra giustizia divina e giustizia terrestre. Come osserva D.S. Mirskij, nell’opera di Dostoevskij è impossibile separare la sua concezione ideologica da quella artistica. Si tratta di romanzi di idee in cui i personaggi nella loro enorme vitalità sono atomi caricati di significati e di simboli metafisici, e “meravigliosamente personalizzati”. Anche nei più immondi e sensuali dei peccati, la loro carnalità non consiste solo nei loro corpi, ma anche nella loro essenza spirituale. Così credo, i personaggi di Sciascia, non solo di Il Contesto, ma anche di Todo modo, Il cavaliere e la morte, Una storia semplice. Mentre in Dostoevskij, sottolinea l’autrice, emerge l’idea dell’ateismo radicale al cospetto dell’ingiustizia divina, l’idea di sofferenza come occasione di espiazione e di rigenerazione, allo stesso modo, per Sciascia, la scrittura è l’occasione per riflettere sulle dinamiche psicologiche e interiori che agitano i colpevoli. A un livello più profondo, questo scandaglio tocca tasti e questioni che sottendono le scelte morali dei suoi personaggi, le fughe, le scappatoie, i loro rovelli psicologici.

 

Il secondo indizio di cui si avvale Antonina Nocera riguarda la concezione del processo in entrambi gli scrittori: fallace e fallimentare sia nei confronti di Dimitrj Karamazov, sia in molti dei protagonisti dei romanzi di Sciascia. L’errore giudiziario è sempre in agguato e rivela la fragilità del sistema razionale della Legge che commina punizioni e castighi, ma spesso incappa nel fatale errore. Una falla che compare sia ne I Fratelli Karamazov che ne Il Contesto. Dostoevskij è impressionato dalla storia di Dimitrij Ilinskj, compagno di prigione a Omsk. La storia dell’uomo imprigionato per parricidio, poi riconosciuto innocente e rilasciato a distanza di dieci anni, colpisce lo scrittore a tal punto che nel suo romanzo, le deposizioni contro Dimitrj sembrano una trascrizione di quelle raccontate nel caso di Ilinskj. Non è sufficiente trovare il colpevole, il servo Smerdjakov, per quietare gli animi. Quel ragazzo, figlio illegittimo di Fëdor Karamazov, non soddisfa l’orizzonte d’attesa del colpevole che ci si aspettava di trovare: è un povero diseredato, un Karamazov a metà, un corpo estraneo che non chiude il cerchio, ma lo puntella di perplessità. Il vero mandante morale, diremmo oggi, è Ivàn Karamazov, consapevole del proposito del fratellastro, e non intervenuto a fermarlo. Così i grovigli istruttori, i garbugli giudiziari, le conclusioni nebulose di entrambi i romanzi, si intrecciano con le riflessioni filosofiche, che troviamo anche nell’ultimo Sciascia. “Il pasticciaccio” dell’ultima scena de Il Contesto è, di fatto, una resa alla ragione investigativa e in generale alla giustizia e alla verità. Non bastano più  le prove oggettive, i resoconti e le perizie a dipanare la matassa. Rogas ucciso, è già il simbolo di una quȇte vuota, una ricerca della verità che si arrotola su di sé. La morte di Rogas, come quella di Fëdor Karamazov, rappresenta l’esito di un delitto filosofico, espressione che Rolland applicò al delitto per eccellenza, ossia quello del giovane Raskal’nikov verso l’usuraia in Delitto e castigo.

 

 

Arriviamo alla metafisica del sottosuolo. Per Dostoevskij il male ruota intorno al discorso metafisico-teologico e il problema è quello della libertà, che per ogni personaggio diviene un problema di coscienza, affrontato con voci, accenti e toni diversi: Dimitrj, condannato ai lavori forzati, ricomincia a maturare in sé un «uomo nuovo che può risorgere anche attraverso la punizione». Tutti sono colpevoli per tutti, e può accettare il suo destino: «E allora noi, uomini del sottosuolo, intoneremo dalle viscere della terra un tragico inno a Dio che dà la gioia». Per Sciascia il fulcro del discorso si rintraccia nel potere corrotto, come forza ineludibile, quasi normalizzato e parte dell’ordine costituito, una forza che esiste, ma di cui nessuno deve svelare la natura ambigua. Lo scrittore siciliano dichiara, nel 1987, di avere una vita morale, ma non moralista, fa professione di libero arbitrio attraverso i suoi personaggi, il tutto giocato su un campo terreno, mentre fa appello a un nichilismo “parodizzato”, mancando di un appiglio religioso; mentre in Dostoevskij, la metafisica, l’ansia di ricerca, emergono in tutta la loro potenza e non smettono di interrogarci.

 

 

A concludere questo percorso di ricerca di Antonina Nocera, Federico Fiore, nella postfazione, si interroga sulla poetica della perplessità, che io oso definire del dubbio. A partire dalla concezione che i romanzi sono specchi. Un’espressione del sé, un modo di sottoporre alla coscienza una questione reale, prima di sottoporla agli altri. Lo scrittore russo, per quanto soggettivo fino all’estremo, parte da poli opposti rispetto a quelli di Sciascia, ma da presupposti identici. L’uomo, questo animale «divino e senza Dio» è perduto già dalla nascita, «sbattuto come una ragnatela nel vento delle passioni, umiliato e esaltato dalla passione della morte». Anche in Sciascia non vi sono anime incolpevoli, sebbene entrambi indugino sull’innocenza di qualche figura. La differenza sta in come i due autori maneggino la dinamica emotiva delle proposte. La pratica interiore, però, coincide: ognuna delle percezioni dell’uomo si rivela, e l’uomo è il mezzo mediante il quale gli eventi si generano e si manifestano, senza che vengano modificati dal singolo. Per ciascuno degli atti umani, la realtà rivela paesaggi nuovi, così i personaggi come Rogas, Cres, Riches, i fratelli Karamazov, sono metafore di un mondo che è tutti i mondi possibili, dove il sé nulla può mutare. Le figure dostoevkiane sono dense e segrete, come i Nocio e i Rogas svelano quella poetica della perplessità che gli autori “hanno scolpite addosso” e nella propria esistenza. È la passione di entrambi per l’indagine dei sottostrati, spinta fino alla morte, a creare un legame poco notato, ma profondo.

 

27 marzo 2020